TEMPIO DI APOLLO

 

 

 Poco a est del ponte che unisce l'isola alla terraferma, nel largo XXV luglio, sono i resti imponenti del tempio di Apollo. L'identificazione del culto è assicurata dall'iscrizione incisa su uno dei gradini, ma nonostante questo l'edifìcio è stato attribuito anche ad Artemide, in base a un passo di Cicerone già citato in precedenza, secondo il quale tra i molti templi che esistevano nell'isola i più notevoli erano quelli di Diana e di Minerva. Tale notizia è stata meccanicamente riferita alla situazione attuale di Ortigia, dove esistono in efletti i resti di due templi, il nostro e quello incluso nella Cattedrale, identificato con il tempio di Atena. È però evidente che Cicerone può benissimo riferirsi, quando parla del tempio di Diana, a un edificio scomparso. Sulla questione torneremo a proposito del tempio di Atena: in ogni caso, non v'è motivo di conservare, per il nostro tempio, l'attribuzione a Artemide, e neppure è accettabile la soluzione di compromesso che collega l'edificio ad ambedue i culti, sulla base di una presunta affinità tra di essi. È nota l'importanza del culto di Apollo a Corinto, madrepatria di Siracusa (dove si conserva un tempio del dio assai simile a quello di Siracusa).
Il tempio, incluso entro un quartiere medievale, è stato liberato definitivamente tra il 1933 e il 1945. Sono conservate in piedi due colonne del lato sud, con un tratto dell'epistilio, e i tronconi delle altre colonne su questo stesso lato e sulla fronte est. Resta anche un tratto del muro della cella a sud. Il tratto occidentale del basamento è di restauro.

 L'edificio, molto allungato (m 58,10x24,50), come del resto tutti i templi arcaici di Sicilia, è costruito in blocchi di arenaria, e poggia su poderose sostruzioni in opera quadrata, profonde 2,30 in. La peristasi comprendeva 6 colonne sui lati brevi e 17 sui lati lunghi, con enfatizzazione appunto della dimensione longitudinale. Le grandiose colonne * monolitiche (a volte completate con tasselli di riporto) misurano, con il capitello, 7,98 m d'altezza (i soli fusti 6,62) per un diametro di 2,02 m (colonne di facciata) o 1,85 (colonne dei fianchi): ognuna di esse pesava circa 40 tonnellate. Gli intercolumni sono strettissimi (il tempio quindi si definisce tecnicamente « picnostilo ») e variano considerevolmente, dai 3,55 m dei fianchi ai 4,15 dell'intercolumnio centrale della facciata (gli altri della facciata sono tutti diversi tra loro). Sui lati lo spazio tra le colonne è addirittura inferiore al diametro dei fusti. Ne risulta l'impossibilità di realizzare un rapporto di euritmia con il fregio: i triglifi, cioè, non cadevano in corrispondenza dei diametri delle colonne. Come sempre nei templi più arcaici, l'architrave era altissimo: 2,15 m, oltre un quarto dell'altezza delle colonne. L'architrave è internamente incavato, e in origine era completato in legno: altra caratteristica di grande arcaismo.
La parte alta del tempio era decorata da splendidi rivestimenti di terracotta, e di terracotta era anche la decorazione centrale del frontone, un Gorgoneion alto 1,70 m, e probabilmente gli acro-teri laterali (forse delle sfingi). In pietra era invece l'acroterio centrale, una figura di cavaliere di cui si sono conservati alcuni frammenti.

 II complesso centrale del tempio (sekós), lungo 37,20 e largo 11,60 m, era preceduto da un secondo colonnato, che sottolineava enfaticamente la facciata principale: come in molti templi arcaici della Sicilia, infatti, l'aspetto della frontalità è molto accentuato, e corrisponde all'assenza dell'opistodomo, simmetrico al pronao nei templi greci, che è sostituito da un àdyton aperto verso la cella. Questa era anch'essa molto allungata (24,60x11,60 m), e suddivisa in tre navate da due file di 7 colonne su due piani, delle quali sono stati scoperti pochi resti. Sulla faccia verticale del gradino più alto del lato est, a sinistra, è incisa un'iscrizione arcaica, lunga circa 8 m, certamente contemporanea alla costruzione (la scala,, centrale di accesso ne tenne conto, ed è quindi posteriore). Il testo, che presenta alcune difficoltà, si può tradurre così: « Kleomede fece per Apollo (il tempio), il figlio di Knidieidas, e alzò i colonnati, opere belle». Si tratta di uno dei rari casi in cui si conosca il nome dell'architetto, il quale sottolinea l'importanza del colonnato in pietra, opera per quell'epoca eccezionale. Il tempio, infatti, è certamente il più antico periptero dorico della Sicilia, e uno dei più antichi conservati in assoluto, ispirato, con varianti locali, all'architettura di Corinto (assai vicino è, appunto il tempio di Apollo di Corinto). La cronologia può essere fissata al primo quarto del vi sec. a. C.
Sui lati sud e ovest sono conservati resti del muretto che delimitava il témenos (area sacra) del santuario. Inoltre, a ovest, sono visibili i resti di una torre e di un tratto di mura, probabilmente bizantine, che si addossarono al tempio.

 

 

 

 

 

 


 

 
Testo tratto da:
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Il tempio di Apollo occupa gran parte del Largo XXV Luglio, al quale si accede attraverso Piazza Pancali, prima denominata "Piazza del Popolo"
.Il rinvenimento del tempio avvenne intorno al 1860, all'interno della cinquecentesca caserma spagnola, nel "Quartiere vecchio". Il tempio fu portato alla luce dagli scavi effettuati tra 1938 e il 1942; la successiva sistemazione dell'area non tenne conto dell'orientamento dell'edificio, che come tutti i templi greci va da est verso ovest, con l'ingresso ad est. In età bizantina tale orientamento viene mantenuto e dei frammenti architettonici, inerenti probabilmente una torre campanaria, sembrano attestarci la modificazione del tempio in basilica cristiana. Vi è anche un'iscrizione araba dall'interpretazione abbastanza controversa, in quanto non tutti gli studiosi sono concordi nell'attribuirle una valenza religiosa, tale da dimostrare con certezza che il tempio fu adattato a moschea.
In età normanna l'ingresso viene spostato a sud; di questo periodo ci rimane la testimonianza di una porta ogivale sul muro della cella, che, in base alle interpretazioni degli studiosi, dovrebbe essere l'ingresso della chiesetta normanna che appare sopraelevato rispetto alla costruzione bizantina. Vi è, infine, un incavo per una cucina e resti di una cisterna, su cui oggi cresce rigoglioso il papiro, legati alla presenza della caserma costruita durante la dominazione spagnola (1562).
Successivamente, nel 1664, venne edificata la chiesa di Santa Maria delle Grazie, da cui il nome dell'intero quartiere, "la Graziella". Il tempio di Apollo è probabilmente il più antico tempio dorico della Magna Greca (VI sec. a.C): periptero, esastilo, aveva 17 colonne monolitiche e una doppia fila di colonne precedeva il pronao. La cella era divisa in tre navate da due colonnati interni, dei quali si conservano frammenti. Rimangono per intero due colonne molto possenti che raggiungono, compreso il capitello, di linea curva e schiacciata, quasi 8 m.
Esse hanno una rastremazione verso l'alto e circa 16 scanalature, non molto profonde e abbastanza larghe le quali erano abbellite con stucco colorato, di gusto abbastanza discutibile per noi moderni. Inoltre, presentano un echino molto schiacciato e un abaco ben evidenziato.
Il tempio è attribuito ad Apollo perché vi è una lunga iscrizione sul gradone dell'ingresso, in alfabeto corinzio.

 

 

 


 
 da LA SICILIA - Siracusa
Venerdì 4 Marzo 2005

L'EPIGRAFE DEDICATORIA DEL TEMPIO DI APOLLO

di Isabella Di Bartolo

Forse non tutti sanno che Siracusa custodisce le vestigia del più antico edificio templare dorico lapideo dell'Occidente greco: ovvero del tempio di Apollo.
E, probabilmente, molti ignorano anche un'altra singolarità e cioè che su uno dei gradini del tempio greco è iscritta un'epigrafe dedicatoria. In essa si legge il nome di "Kleomenes" che "dedicò (il tempio) ad Apollo", cosa che si rivela del tutto eccezionale nell'architettura di età greca arcaica (neanche il Partenone ateniese vanta una tale rarità), e che placò la controversia tra l'attribuzione del tempio al dio greco o alla sorella di questi, Artemide, scaturita dalla lettura di un passo di Cicerone.
L'iscrizione siracusana venne scoperta nel 1864, e da allora è stata oggetto di particolare interesse da parte di numerosi archeologi ed epigrafisti.
Essa si trova sui gradini del lato meridionale, di fronte alla casa visibile dietro l'edificio, in corrispondenza delle prime tre colonne di sinistra, e si estende per una lunghezza di circa otto metri.
Era iscritta, quindi, sul lato principale del tempio in quanto in origine l'ingresso era opposto al versante da cui oggi lo ammiriamo in piazza Pancali. L'epigrafe ci è pervenuta in condizioni precarie ma i filologi, in particolare Margherita Guarducci, sono riusciti ad individuare in essa l'uso del cosiddetto alfabeto "locrese" (usato a Siracusa successivamente a quello più antico importato dai colonizzatori corinzi), e quindi a datarla alla fine del VI secolo a.C. ,
Riguardo la decifrazione del testo, dal 1949 si è letto "Kleomenes (o Kleomedes), figlio di Knidieidas, fece ad Apollo (il tempio) ed Epikles (fece) i colonnati, opere belle": quindi, Kleomenes, originario di Cnido (città della Caria) avrebbe progettato il tempio e diretto i lavori di costruzione insieme al suo aiutante, Epikles che si sarebbe occupato più specificatamente della costruzione della peristasi lapidea, l'importante novità dell'edificio rispetto alle colonne in legno che erano usate di solito negli edifici più arcaici.
Tuttavia, solo il nome di Kleomenes è stato privo di dubbi, tutto il resto ha suscitato interpretazioni controverse. Oggi, una innovativa lettura è proposta dalla stessa Guarducci: "Kleomenes fece ad Apollo (il tempio), il figlio di Knidieidas, e suscitò i colonnati, opere belle." La filologa ha così individuato al posto del nome dell'aiutante, un verbo di ascendenza omerica:"suscitare", in senso di "far sorgere dal suolo"; esso è usato in un passo dell'Odissea relativo all'uccisione dei Proci da parte di Odisseo, e si riferisce ad Antinoo ucciso per mano dell'eroe greco: "...Egli infatti suscitò queste opere." Inoltre, più che un semplice architetto, Kleomenes sarebbe il committente che "fa fare" e quindi "dedica" l'opera. La figura di un ricco soprintendente dei lavori di un grandioso tempio sembra, inoltre, più legittimata e risulta più adatta l'associazione di un patronimico che sarebbe oltremodo improponibile per un architetto. Questa nuova lettura giustifica in maniera più convincente la monumentalità, il tono dell'iscrizione e l'orgoglio di un committente nel dedicare al dio Apollo un importante edificio a Siracusa.