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Siracusa
monumenti greci

direttore artistico  Corrado Brancato

 

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IL TEMPIO DI ATHENA


 
Sia la pianta che l' alzato erano di tipo canonico, con la contrazione degli ultimi intercolunni laterali. Le colonne avevano un leggero rigonfiamento nella parte centrale (entasis) e 20 scanalature, mentre gli echini dei capitelli erano leggermente schiacciati (quest'ultimo è un elemento che permette di datare gli anni della costruzione). La cella, libera da sostegni interni, si concludeva con l'opistodomo, un ambiente posteriore alla cella. — I gocciolatoi, da cui defluiva l'acqua piovana, avevano la forma di protomi leonine (decorazione a forma di testa di animale), valorizzando la plastica ferocia, mentre lo scudo dorato del frontone est (via Roma) rappresentava il punto di riferimento per i marinai che arrivavano o partivano da Siracusa.
 


Prospetto del tempio di Athena

 

Il complesso sacrale più importante dell'isola è quello che sorgeva proprio al centro di Ortigia, nel, punto più, elevato, dove il Duomo ne ha conservato in parte i resti. È da sempre visibile, inglobato nelle strutture della chiesa il grande tempio, dorico identificato con l'Athenaion. Scavi effettuati tra l'inizio del secolo e anni recenti nei paraggi del Duomo, del retrostante Arcivescovado, e sotto il vicino Palazzo Vermexio, sede del Municipio, rendono oggi possibile una conoscenza sufficientemente dettagliata dell'area sacra e delle sue fasi. Fin dall'inizio dell'insediamento greco una parte di questa area sembra essere stata riservata a scopi di culto.

Il primo  edifìcio monumentale, un" tempio arcaico di stile dorico, databile nei decenni centrali del VI sec. a. C., occupò la stessa area del periptero classico ancora conservato. Se ne raccolsero alcune parti negli scavi effettuati tra il 1912 e il 1917: elementi architettonici, terrecotte, e una parte dell'altare.
 Poco dopo l'inizio del V secolo, come si deduce dai dati stratigrafici quest'edifìcio fu demolito e sostituito con il tempio attuale, che si può attribuire con certezza al periodo dei Dinomenidi, e più probabilmente al primo  di essi, Gelone.
 Molte caratteristiche architettoniche e decorative accomunano l'edificio al tempio della Vittoria di Himera.
 E' dunque probabile che i due templi siano stati costruiti contemporaneamente, e per la stessa occasione, da identificare con la stessa vittoria di Himera sui Cartaginesi, che tanta gloria e tante ricchezze procurò a Siracusa (un caso parallelo e quello di Agrigento) L'edificio andrà dunque datato tra il 480 e il470 a. C.
La sua identificazione con il tempio di  Atena è basata sul passo di Cicerone, che lo ricorda come uno dei due più importanti edifici templari di Ortigia, insieme a quello dedicato ad Artemide; inoltre è significativo un passo di Ateneo (XI 462), secondo il quale lo scudo dorato collocato nel frontone del tempio di Atena era l'ultima cosa che si vedeva dal mare,allontanandosi da Siracusa: in effetti, ciò si addice mirabilmente alla posizione del tempio incluso nella Cattedrale, che è situato nel punto più alto dell'isola. Di questo tempio,parla lungamente Cicerone (Verrine, II 4, 124-5) esso infatti fu radicalmente saccheggiato da  Verre, che tolse le decorazioni in avorio e le borchie d'oro che ornavano i battenti della porta, e' soprattutto le serie di tavole dipinte che. ricoprivano i muri della cella, raffiguranti un_ combattimento, di cavalleria  di Agatocle, probabilmente contro i Cartaginesi, e 27 ritratti di tiranni e re di Sicilia.
 È probabile che il grandioso, complesso figurativo fosse stato collocato nel tempio proprio per, ricollegare le imprese di Agatocle contro i Cartaginesi a Gelone, e alla battaglia di Himera, per la quale il tempio era stato costruito.
La galleria di ritratti veniva, a formare, in un certo modo, una serie di « antenati ideali » per un personaggio di umili natali come Agatocle che non poteva vantarsi  di alcun'altra prosapia.
La scelta del tempio di Atena fu certamente determinata anche da altre considerazioni: la dea, protettrice delle arti e degli artigiani doveva essere particolarmente cara ad Agatocle, che in gioventù aveva esercitato il mestiere di vasaio. Sappiamo che nel corso della prima grande battaglia vinta contro i Cartaginesi in Africa (probabilmente rappresentata nel grande quadro esposto nel tempio, che doveva costituire una sorta di enorme ex-voto) il favore della dea si manifestò con il calare sull'esercito siracusano di alcune civette, uccello sacro ad Atena (Diodoro, XX 11, 3-4). L'utilizzazione del tempio quasi come santuario dinastico (da parte di Agatocle, ma forse anche di Gelone) rende probabile la sua collocazione nei pressi del palazzo di Ortigia, che infatti era negli immediati paraggi dell'odierna Cattedrale: ciò che costituisce un'ulteriore conferma nell'identificazione del tempio con quello di Atena.
 Il tempio è contenuto, come s'è detto, nelle strutture della chiesa, che fu ricavata in esso fin dalla sua prima fase, del VII secolo (dopo una fase di trasformazione in moschea, fu riconsacrata al culto cristiano nel 1095) : l'eliminazione di gran parte dei rifacimenti barocchi, e la liberazione delle strutture greche, quali oggi si possono vedere, è del 1925. Per la costruzione della chiesa si è utilizzato un procedimento semplicissimo, che si riscontra anche in casi analoghi (come il tempio detto « della Concordia » ad Agrigento): l'edifìcio centrale (sekós) venne trasformato nella navata centrale, ritagliando arcate nei suoi muri laterali, mentre le navate laterali risultarono dallo spazio compreso tra questi e i colonnati, i cui intercolumni furono chiusi. Per unifìcare lo spazio interno , si dovettero naturalmente, demolire i tramezzi tra la cella,il pronao e l'opistodomo. Inoltre, l'orientamento fu rovesciato, per la  necessità di orientare ad est il coro della chiesa che occupa il posto della facciata del tempio.
 Si tratta di un. grande, periptero. dorico (22x55 m), con 6 colonne sui lati corti e 14 sui lati lunghi, costruito in calcare locale ma con la sima e le tegole esterne in marmo ,delle Cicladi. Le colonne presentano un diametro inferiore di 1,92 m, e un'altezza di 8,71, con un rapporto di 4,53, leggermente inferiore a quello del contemporaneo tempio di Zeus a Olimpia. L'aspetto dell'edificio è ormai del tutto canonico, sia nella pianta (con opistodomo al posto dell'arcaico àdyton e lati esterni del sekós coincidenti con due colonne della fronte) che nell'alzato. In particolare, era risolto il conflitto angolare, con la contrazione dei due ultimi intercolumni laterali. Le colonne presentano ancora una leggera éntasi (rigonfiamento) e 20 scanalature, mentre gli echini dei capitelli sono ancora leggermente schiacciati: tutte caratteristiche che convengono perfettamente a una datazione intorno al 480-470 a. C.
 

tratto da:
Siracusa e il suo territorio


Pianta del tempio di Athena.
L'entrata è ad est

 


Colonne del Tempio inglobate
 nel muro della Cattedrale
Lato nord

 


Le colonne del Tempio nella navata destra della Cattedrale
Lato sud

   

Fra i numerosi edifici sacri che Cicerone attribuisce ad Ortigia quello dedicato ad Athena è ricordato non solo come uno dei due massimi, col tempio di Artemide (Apollo), ma anche come ricchissimo: Marcello che prese e saccheggiò Siracusa nel 212 a.C, lo aveva risparmiato, mentre Verre lo spogliò come un barbaro predone.Nobilissime pitture - è sempre Cicerone a informarcene - illustranti una battaglia della cavalleria di Agatocle decoravano le pareti interne del tempio, nel quale erano pure conservate 27 prestigiose ed evocative immagini di re e tiranni della Sicilia. Tutto fu depredato da Verre che asportò anche i preziosi lavori in avorio e oro che decoravano la porta del tempio e che testimoniano indirettamente la ricchezza di cui era dotato questo famoso edificio sacro. Ateneo fa sapere che uno scudo d'oro posto sul frontone del tempio fosse l'ultima cosa che si vedesse lasciando Siracusa per mare. Vale la pena di ricordare che un pregevole lavoro in marmo greco rappresentante una Nike alata, esposta nel Museo Archeologico, doveva decorare un acroterio del tempio.
da: Guida di Siracusa di Cettina Voza

   

IL TEMPIO DI MINERVA
  di Gustavo Chiesi
Testimonianza di un viaggiatore dell'800
 

Il tempio di Minerva, trasformato nell'era cristiana in Cattedrale, è uno dei più antichi monumenti dorici che si conoscano. Fu edificato durante il governo dei Geomori, sei secoli avanti Cristo, più di un secolo prima che Atene avesse il suo Partenone.


 Era un periptero exastilo basato su d'uno stilobate a tre ordini di gradini, della lunghezza di oltre cinquantaséi metri e largo ventidue. Aveva trentasei colonne di stile dorico arcaico — come lo mostrano i capitelli esistenti sulla parte ancora scoperta dell'attuale duomo, simili a quelli dei templi antichi di Selinunte e dei capitelli del tempio di Giove Polieo (Santa Maria dei Greci) nell'Acropoli Agrigentina.
Delle sue trentasei colonne, tredici murate si veggono ancora nel lato nord e nove al sud della chiesa; erano alte metri 8,71, con due metri di rilievo od aggetto dal muro che le legava. Che questo tempio fosse proprio consacrato a Pallade, la sapiente figlia dell'Olimpio, è dubbio: la sua vicinanza alla fontana Aretusa lo farebbe piuttosto credere dedicato a Diana protettrice delle chiare, fresche e dolci acque, di quella celebre fonte, cantata dai poeti dell'antichità assai più di quello che dal cantore di Laura non fossero le sorgenti di Sorga, in Valchiusa. La tradizione però, poggiandosi in gran parte sulle attestazioni di Cicerone — che fu anche Pretore in Siracusa — nelle Verrine, lega questo tempio alla Dea del sapere; e non saremo noi che verremo ora a spogliare Minerva di tanto onorevole attributo. Di questo tempio, gli antichi, e Cicerone in ispecie, ci hanno lasciato memorie e descrizioni pressoché strabilianti. Le pareti interne erano rivestite di tavole preziose sulle quali vedevansi ritratti i tiranni o dominatori delle città non solo, ma anche gli uomini più illustri in Sicilia nati: e la battaglia equestre data da Agatocle ai Cartaginesi e quel Mentore siracusano che tolse al leone la spina infittasegli nel piede.
 Queste pitture erano considerate come capi d'opera dell'arte pittorica d'allora, tanto che gli artisti vi traevano dalle città della Sicilia, della Grecia, della Campania e da Roma stessa, a studiarle.
 Le porte del tempio istoriate a rilievi d'oro e d'avorio erano di mirabile fattura e di pregio inestimabile, e portavano scolpita Medusa coll'anguicrinito capo, riboccante di terribile espressione.
Cicerone, parlando della bellezza di questo tempio, invoca la testimonianza dei Greci e dei Romani che avevano, come lui, potuto ammirarlo in tutto il suo splendore, e nella sua requisitoria contro Verre, che con mano rapace osò spogliarlo di ogni ricchezza, ricorda che lo stesso Marcello, il conquistatore di Siracusa, si era inchinato davanti alla maestà di quel tempio e ne aveva rispettati gli ornamenti e le ricchezze.
Al tempio di Minerva in Ortigia, se pur fu questo, si collega una delle più caratteristiche pratiche che la storia degli antichi riti ricordi. Dietro al tempio sorgeva un'alta torre Sulla quale era collocata, chi dice la statua, e chi lo scudo della diva, aurato sì, che ripercuotendo i raggi del sole, vedovasi da ogni parte del mare di fronte alla città a grande distanza. Speciale era il culto che i marini avevano per Minerva, ed affine di propiziarsela ne' loro viaggi — narra Ateneo — prima di sciogliere le vele ed uscire dal porto i naviganti compravano certi vasi di creta che spacciavansi ad un'ara del vicino tempio di Giove, e riempitili di miele, di incenso e di vino, con quelli partivano, tenendo sempre gli occhi fissi alla torre, su cui brillava l'aurato simulacro della Dea. Quando questo scompariva dal loro sguardo sull'estremo limite dell'orizzonte, lanciavano in mare i tre vasi invocando Minerva e Nettuno, nella speranza che le due divinità — sebbene un po' in disaccordo per la faccenda di Medusa — si unirebbero per dare loro una felice navigazione.
Il Cristianesimo — che s'introdusse ben presto in Siracusa, portatevi, chi dice da Paolo, il quale recandosi a Roma, chiamatevi da Cesare, si fermò, di passaggio, tre giorni in Siracusa predicando al popolo, e chi, da san Marziano che nell'anno 40 di Cristo vuolsi vi fosse mandato dallo stesso Pietro, principe degli apostoli residente in Antiochia — mutò il tempio di Minerva in una chiesa dedicata alla madre del Nazareno e consacrata quale cattedrale nel secolo VII dal vescovo Zosimo.
I Greco-Bizantini nel bollore della eresia iconoclastica la saccheggiarono, spogliandola di quelle ricchezze che la pietà dei fedeli in vari secoli vi aveva radunate. Nulla di rimarchevole all'infuori dell'antico battistero in marmo antico, tolto dalla antichissima chiesa di San Giovanni, presenta all'interno il duomo di Siracusa; all'esterno, sul frontone maestoso e semplice del tempio dorico, fu applicata una facciata, ricca per marmi, sculture, fregi ed ornati stranamente contrastanti colla austera semplicità delle colonne doriche che si profilano sulla facciata settentrionale del tempio e che ne costituiscono, per chi sa comprenderle, la parte più interessante.

 


Colonne del Tempio affioranti dal muro
 della Cattedrale. Lato nord

 

 

   
 
 

 

 
IL TEMPIO DI MINERVA
di Jean Hoüel

Il tempio di Minerva è uno dei templi più antichi della città e, nonostante ciò, è il, meno deteriorato rispetto agli altri di cui restano soltanto pochi ruderi. Aveva sei colonne frontali e quattordici su ogni lato, incluse quelle angolari. All'interno delle colonne c'era uno spazio circondato dai muri del santuario del tempio. All'esterno del santuario erano poste due colonne, più grosse di quelle perimetrali. Tra di esse era posto l'ingresso da dove si entrava nella prima stanza. Il santuario era composto da tre parti; ad ogni estremità interna c'era una piccola anticamera che bisognava attraversare per entrare nella parte centrale dove si trovavano l'altare e la divinità. In pratica dall'esterno del tempio, si accedeva, prima, in queste anticamere e, attraverso tre intervalli o intercolumni, ci si immetteva nel santuario collocato dietro una porta chiusa.
 I muri del santuario presentavano, all'interno, nicchie scavate su ogni lato ed erano sormontati, secondo la descrizione del Mirabella, da una volta.
Il tempio era di ordine dorico; lo si può vedere dalle colonne laterali ancora esistenti nel lato che ho rappresentato in A, in questa tavola.
Mirabella afferma che la lunghezza totale del tempio era di circa 27 tese, la larghezza era di dieci e mezza. Le costruzioni moderne che circondano l'edificio non mi hanno permesso di prenderne le misure in modo esatto; ma ciò basterà, probabilmente, a dare un'idea generale. Mirabella dice ancora che una torre quadrata si innalzava al di sopra del tempio e che in cima alla torre era appesa l'egida di Minerva, vasto scudo di rame dorato.
 I raggi del sole riflessi lo facevano scorgere in mare da molto lontano. I naviganti che partivano dal grande porto, dopo aver rivolto i propri voti a Giove Olimpio, nell'altare eretto in suo onore sulla sponda prossima al suo tempio, s'imbarcavano e portavano con sé vasi, dolci, miele, incenso, fiori e aromi; lasciavano la riva c'on queste provvigioni e nel momento in cui perdevano di vista l'egida di Minerva gettavano tutto in mare, come offerta a Nettuno e a Minerva, pregando queste divinità di favorire una felice navigazione. L'interno del santuario del tempio di Minerva, al tempo in cui i romani conquistarono la Sicilia, era decorato con superbe pitture. Si cita, tra l'altro, il quadro di Mentore nell'atto di liberare un Icone da una spina conficcata nella zampa e quello raffigurante la celebre lotta d'Agatocle a cavallo. Questo quadro copriva un'intera parete del santuario e niente era considerato di pari livello artistico a Siracusa.
C'erano inoltre ventisette ritratti dei re e tiranni della Sicilia, opere eccellenti di cui Cicerone parla abbondantemente. Mirabella ci dice che questo tempio era allineato esattamente tra ovest ed est in modo che, il giorno dell'equinozio, il sole tramontando si trovava di fronte alla porta principale ed i suoi raggi attraversavano il tempio da un'estremità all'altra. Questo fenomeno permetteva di conoscere con esattezza il momento e l'ora giusta dell'equinozio.
 La volta del tempio crollò a causa del terremoto del 1100, il giorno di Pasqua, durante la messa, schiacciando i fedeli. Il tempio era infatti da lungo tempo luogo di culto cristiano. Si dice che solo i preti che celebravano la messa siano scampati al disastro perché sopra l'altare c'era una lunga tribuna costruita da poco.


 Il tempio divenne chiesa sotto l'episcopato di Deusio, decimo vescovo di Siracusa. Fu perciò sistemato così com'è oggi, eccetto la facciata che è molto moderna. Si dice che i primi lavori vennero fatti a spese di tal Belisario, capitano dell'imperatore Costantino: questa chiesa fu in quel tempo dedicata alla Vergine.
 L'anno 1542 un terremoto abbattè il campanile della chiesa: probabilmente era l'antica torre dove una volta era appeso lo scudo di Minerva.
Si vedono nel cortile del palazzo senatoriale di Siracusa sporadici reperti, come alcune basi di colonne e capitelli di marmo, ma tutti mutilati accanto ad una giara antica con accanto un bellissimo sarcofago integro e ben conservato.
 

tratto da:
Jean Hoüel
Voyage a Siracusa

 

 

 

Jean Hoüel (1735 - 1813)
di
 Francesca Gringeri Pantano

Nato nel 1735 a Rouen, in Normandia, Jean Hoüel, primogenito di una numerosa famiglia, frequenta la scuola di disegno, completando il suo apprendistato presso Thibault, noto architetto della sua città. A vent'anni si trasferisce a Parigi e acquisisce la pratica dell'incisione presso il prestigioso atelier di J.P. Le Bas. Nel 1769 parte per Roma per seguire, come pensionnaire du rei, i corsi di pittura dell'Accademia di Francia. Entusiasta dei reperti archeologici e degli aspetti naturali che l'Italia offre, compie, per accompagnare il cavaliere d'Havrincourt, un viaggio a Napoli, dove ritorna nel 1770, raggiungendo poi la Sicilia e Malta. Nella capitale partenopea viene a contatto con l'ambiente artistico che ruota intorno a Sir William Hamilton, ambasciatore della Gran Bretagna alla corte di Ferdinando IV. Nel 1772 Hoüel rientra a Parigi. Accolto all'Accademia Reale di Francia, espone al Salon le sue vedute suscitando "curiosità" e consensi. Aperto alle idee illuministe, partecipa con Diderot e D'Alembert alle esaltanti discussioni degli Enciclopedisti nel famoso salotto di madame Geoffren; con Rousseau tratta argomenti filosofici. Coinvolto nel dibattito sul rapporto natura-arte e attratto sempre più dalla voglia di rappresentare i luoghi della civiltà classica, riparte per approfondire quanto già intravisto nelle isole e realizzare un'opera che ne illustri le antichità, gli usi e costumi. Ottenuti dal governo francese dei finanziamenti, è in Sicilia nel 1776 e vi esegue disegni e gouaches che a Parigi, dove rientra dopo oltre tre anni, costituiranno i riferimenti per incidere le 264 tavole dei quattro volumi del Voyage pittoresque des isles de Sicile, de Malta et de Lipari, che saranno pubblicati tra il 1782 e il 1787. Per affrontare le spese di stampa vende a Caterina II di Russia oltre cinquecento grafici e guazzi, parte dei quali custoditi nel Gabinetto dei Disegni dell'Ermitage, a San Pietroburgo. Quarantasei gouaches confluiranno nella collezione del re di Francia - oggi al Louvre - a saldo dei prestiti ottenuti per effettuare il Grand Tour. Testimone della Rivoluzione, i cui fatti registra graficamente, Jean Hoüel incide e dipinge con continuità fino al 1813, anno in cui, a Parigi, conclude quel "viaggio" sulla ricerca e conoscenza déll'arte, che lo hanno portato a cercare a Siracusa e nelle altre città della Sicilia le opere di uno dei momenti più alti del percorso dell'umanità.

 

 

   
 
 
LA CATTEDRALE
   
 

 

Trasformazione del tempio di Athena in chiesa cristiana

 Gli intercolunni del peristilio dei due fianchi nord e sud furono chiusi da una cinta muraria di un metro di spessore (le colonne doriche avevano circa due metri di diametro). Tuttavia è ancora leggibile la struttura del colonnato, soprattutto sul lato nord, lungo via Minerva. Il versante sud si apre invece su alcune cappelle laterali di varie epoche, che confinano col palazzo arcivescovile.  Nei muri della cella si tagliarono per ciascun lato otto grandi archi a pieno centro, sorretti da pilastri squadrati, cercando di non compromettere la statica dell'edificio.  La cella fu elevata in altezza per permettere di ricevere la luce esterna dalla parte superiore. Le navate laterali rimasero basse con un soffitto in muratura, mentre la sopraelevazione della navata centrale fu chiusa da un soffitto ligneo. Il portico posteriore venne lasciato ed utilizzato come nartece da parte dei catecumeni.  Dopo aver modificato l'orientamento dell'edificio, ponendo l'ingresso della chiesa ad ovest, anziché ad est come nel tempio, sul lato opposto all'entrata, all'estremità di ciascuna navata, vennero elevate tre absidi semicircolari che in periodo normanno vennero decorate con mosaici.

 

 

La costruzione dell'attuale facciata, opera di Andrea Palma su disegni di Pompeo Picherali, fu iniziata nel 1728 ed il primo ordine fu compiuto nel 1731. Dopo una sosta di venti anni il proseguimento dei lavori si ebbe nel 1751 ed il prospetto fu completato nel 1753. Il campanile costruito contemporaneamente alla facciata presenta due grandi arcate senza ornamenti. La facciata é abbellita dalle statue scolpite da Ignazio Marabitti.  In basso ai due lati della gradinata, le statue marmoree di S. Pietro e S. Paolo e nel secondo ordine del frontespizio al centro l'Immacolata al centro, San Marziano sulla sinistra e Santa Lucia sulla destra.   Nel primo ordine prospettico si nota una lapide commemorativa che ricorda i due vescovi Tommaso Marini e Francesco Testa che molto si adoperarono per la restaurazione della chiesa. Sopra la porta maggiore una grande aquila reale di pietra bianca collocata nel 1757 dal vescovo Requisens. Nell'arco della porta il blasone del vescovo Marini.

 
 

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Facciata del Duomo di Siracusa
Clicca sui particolari per ingrandirli

 
 

 Nel vestibolo vi sono due nicchioni, uno a sinistra con la statua dì S.Vincenzo Ferreri e l'altro a destra con quella di S. Ludovico Bertrando due santi domenicani ordine a cui apparteneva il vescovo Marini.
 L'interno è costituito da tre navate; quella centrale termina nel presbiterio distinto in coro e tribuna. Nella parete in fondo all'abside vi è un quadro ad olio della Natività di Maria, dipinto dal messinese Agostino Scilla nel 1663. L'altare è costituito da un grosso blocco monolitico che era parte della trabeazione dell'antico tempio.
 Sopra il coro due grandi tele del Galimberti rappresentanti S.Pietro che affida a S. Marziano il compito di cristianizzare la città di Siracusa e S. Paolo che predica alle turbe nelle catacombe. Il soffitto ligneo a trabeazione scoperta, con grandi riquadri, è adorno di, rosoni dorati e di stemmi delle più nobili famiglie siracusane di quel tempo. In alto lungo le pareti di destra e di sinistra si nota la seguènte scritta: "Ecclesia Siracusana prima divi Petri filia et prima posi Antiochenam Christo dicata ", che ricorda il diploma del 1517 in cui il pontefice Leone X riconobbe la chiesa siracusana prima figlia di Pietro e seconda dopo Antiochia.

   


Vaso greco


Nella navata destra si può ammirare il Battistero che contiene un vaso greco di marmo del periodo ellenistico posato su sette leoni di bronzo, adattato a fonte battesimale. Nelle pareti frammenti di mosaici parietali del periodo normanno.


Cappella di Santa Lucia


La, seconda cappella è quella di S. Lucia del 1712, Sull'altare si apre un nicchione che custodisce il prezioso simulacro in lamine argentee cesellate,opera del palermitano Pietro Rizzo; (1599). posato sopra una cassa laminata d'argento, con bassorilievi rievocanti il martirio della Santa, opera di Nibilio Gagini. .
Il pavimento di marmo fu eseguito per disposizione del vescovo Requisens che volle essere sepolto nella cappella, come attesta il sarcofago marmoreo attaccato a! muro fra le due arcate e la lapide sul pavimento sottostarne. Alle pareti laterali i due grandi medaglioni marmorei con le effigie di S. Lucia e di S. Eutichio vescovo che amministra il viatico, sono opera del Marabitti. Posata sul pavimento nella parte destra della cappella vi è una grossa bomba che, secondo la tradizione cadde nella stanza del generale Orsini durante l'assedio spagnolo di Siracusa del 1735 e rimase inesplosa per un miracolo della Santa.

 

 

Ignazio Marabitti,
 scultore palermitano (1719-1797), formatesi a Roma, fu il più noto della sua epoca. Svolse la sua attività per la maggior parte nel palermitano. Oltre a quelle menzionate della Cattedrale di Siracusa, fece altre sculture applicate all'architettura in alcuni palazzi di Palermo.
 Nel Duomo di Monreale fece un " S. Benedetto in gloria " per la pala del- l'altare della cappella omonima, ma scolpi soprattutto pittoresche fontane nelle quali potè esprimere il suo brillante talento. La " Fontana del Nettuno " in S. Martino della Scala a Palermo, la Fontana del Genio di Palermo " a Villa Giulia e una altra sulla strada per Monreale.

 



Sarcofago del Vescovo Requesens

   

Santa Lucia

S.Eutichio

 L' 8 ottobre del 1757 salutate dallo sparo gioioso di « Mille maschi e ventiquattro masconi » giungono in porto le statue marmoree di S. Pietro e di S. Paolo già commissionate nel 1753 dal Vescovo Testa  allo scultore Ignazio Marabitti
Nel 1757, Il Vescovo Requesens fa apporre sopra la porta centrale della Cattedrale la grande Aquila Reale di pietra bianca, insegna del R. Patronato

 

   
   
   
   
   
   
   
   

 

Main
 

Ara di Ierone II

Castello Eurialo

Fonte Aretusa

Latomie

Teatro Greco

Tempio di Apollo

Tempio di Athena

Artemision

Tempio di Giove

Arsenale

Foro Siracusano

 

 

Testimonianze

 

Paolo Orsi "Schlimann di Siracusa di Maria Galizia

Lettera sui monumenti di Siracusa di Paolo Orsi

Se il moderno discende dall'antico di Giuseppe Voza

 

 

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