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Siracusa
monumenti greci

direttore artistico  Corrado Brancato

 

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Teatro Greco  
   

Il teatro di Siracusa, come si presenta attualmente, è il risultato di un radicale ampliamento e rifacimento, realizzato nel corso del III sec. a. C. da Ierone II. È però verosimile che il più antico teatro, la cui esistenza è testimoniata a partire dal V sec. a. C, occupasse, la stessa posizione. Una notizia risalente al mimografo siracusano Sofrone, vissuto nella seconda metà del V sec. a. C., ci da il nome del'architetto del più antico teatro: Damocopos, detto Myrilla_per aver fatto spargere unguenti (myroi) all'atto dell'inaugurazione del monumento (Eustazio, Schol. ad Odyss., III 68). Diodoro  ricorda che  Dionigi_ giunse a Siracusa da Gela, nel 406 a. C nel momento in cui i cittadini uscivano dal teatro (XIII 94): questo infatti era utilizzato, come ovunque in Grecia, per le riunioni" bell'assemblea popolare (lo si deduce anche da altri testi: Plutarco, Vita di Dione, 28; Vita di Timoleonte, 54; 38). La presenza nello stesso luogo del più antico teatro risulta da un passo ancora di Plutarco (Vita di Timoleonte, 38), secondo il quale Timoleonte si recava in carro al teatro dopo aver attraversato l'agorà (provenendo evidentemente da Ortigia), strada obbligata per recarsiverso la Neapolis; inoltre, dal passo di Diodoro che ricorda tra i monumenti costruiti da Ierone II il grande altare «prossimo al teatro»: quest'ultimo non è citato tra le opere di Ierone II, ed era dunque preesistente.
In questo più antico teatro dobbiamo collocare alcune celebri rappresentazioni, come la prima delle Etnee di Eschilo, la tragedia composta per Ierone dopo la fondazione della nuova colonia di Etna al posto di Catania nel 476 a. C. Anche i Persiani sarebbero stati rappresentati per la prima volta a Siracusa, secondo Eratostene (Schol. ad Aristoph., Ranae 1028).
La parte conservata_del teatro si riduce quasi esclusivamente al settore scavato nella roccia, mentre del tutto scomparsa è la parte alta della cave,e così pure l'edificio scenico, realizzati in blocchi di  pietra,che furono asportati per essere utilizzati nelle grandi fortificazioni, di Ortigia dell'epoca di Carlo V  (tra il 1520 e il 1551). Gravi danni furono arrecati anche dai mulini installati nel monumento nel corso delXVI secolo. Vari scavi sono stati realizzati tra la fine del Settecento e i primi decenni dell'Ottocento, nel 1921, ira il 1950 e il 1954, e ancora nel corso degli anni '60. La lacunosità dei resti conservati, e l'estrema complessità dei problemi che essi pongono agli studiosi, rendono assai ardua la ricostruzione delle varie fasi del. monumento, in particolare per quanto riguarda l'edificio scenico, del quale sono visibili solo le tracce in negativo, tagliate nella roccia.

Ierone II
Nacque a Siracusa intorno al 306 a.C. da nobile famiglia. Le sue qualità morali ed intellettuali lo portarono nel 269 a.C. ad essere nominato stratego della sua città assieme ad Artemidoro.
Sposò Leptinc da cui ebbe un figlio che chiamò Gelone, in segno di ammirazione per il primo grande tiranno di Siracusa. Governò 54 anni e rese la città ricca e prosperosa. La fortificò e la difese dagli attacchi dei vari nemici, con la collaborazione del suo amico e consigliere Archimede.
Alleato di Roma, attuò con la Lex hieronica un sistema per il pagamento delle decime, che in seguito sarà adottato dagli stessi Romani.
Abbellì Siracusa con magnifici monumenti: nell'Agorà fece innalzare un Tempio a Zeus Olimpico di cui non rimane traccia e, nei pressi del Teatro Greco, per ricordare la cacciata di Trasibulo, fece costruire un'immensa ara nella quale, pare, si sia giunti a sacrificare ben 450 buoi in una sola giornata.
Ristrutturò il Teatro Greco la cui costruzione era iniziata nel 238 a.C. e lo dotò di una tettoia, nei pressi del Ninfeo, con lo scopo di proteggere gli spettatori dal caldo e dalla pioggia.
Alla sua corte vissero Teocrito, primo esponente della poesia bucolica, e Mosco, suo seguace.
Alla morte di Pirro ne ospitò la figlia Nereide che in patria correva seri pericoli e la fece sposare al figlio Gelone. Durante il suo regno alcuni atleti siracusani si cinsero di alloro nelle Olimpiadi alle quali egli stesso non disdegnò di partecipare, riuscendo anche a conseguire alcune vittorie.
Con la sua morte (215 a.C), la potenza di Siracusa decadde rapidamente
.

   
   

 La cavea ha il diametro di 158,60 m, ed è quindi una delle più ampie del mondo greco. Essa comprendeva in origine 67 ordini di gradini, divisi in nove cunei da otto scalette, ed era suddivisa in due settori da una precinzione (diazoma), che correva all'incirca a metà altezza. Questa costituiva l'accesso più importante alla stimma cavea, e ancora oggi vi si perviene direttamente dall'ingresso, attraverso una strada tagliata nella roccia. La parete a monte del diazoma è ornata da modanature in alto e in basso. Su di essa sono incise, in alto, in corrispondenza di ognuno dei cunei, iscrizioni in grandi lettere greche.

 

 

 

 

 Il cuneo centrale (V) reca il nome di Zeus Olimpio; il secondo a destra quello di Eracle; gli altri di questo lato, perduti, dovevano recare il nome di altre divinità (si è pensato a Demetra). Sul lato opposto, a ovest, si trovano i nomi di Ierone II (IV), di sua moglie Filistide (III), e di Nereide, la figlia di Pirro e nuora di Ierone (II). In corrispondenza del I cuneo era forse il nome di Gelone II, figlio di Ierone, e a lui premorto. L'iscrizione del nome di alcune divinità nel settore est e di alcuni membri della famiglia reale in quello ovest serviva certamente per facilitare L'accesso degli spettatori ai loro posti. Essa, comunque, permette di datare con notevole precisione la realizzazione del teatro nelle sue forme attuali: tra il 258 (data del matrimonio di Gelone II con Nereide) e il 215 (morte di Ierone). È infatti escluso che le iscrizioni siano state aggiunte in un secondo momento, e lo scavo in profondità dell'immensa cavea avrebbe comunque obliterato ogni traccia di un più antico edifìcio.

 

Timoleonte
(Corinto, ca. 411 - Siracusa, ca. 335) era un condottiero della polis di Corinto inviato a Siracusa per liberare la città dalla tirannide, sfruttando l'antico legame fra la città-madre e la colonia in Sicilia fondata dall'ecista di Corinto Archias
.

Amore di Timoleonte per la libertà
Timoleonte di Corinto fu senza dubbio grande, a giudizio di tutti. E infatti solo a costui toccò, cosa che forse non toccò a nessuno sia di liberare la città in cui era nato dal tiranno che l’opprimeva, sia di allontanare dai Siracusani, in aiuto dei quali era stato inviato, una schiavitù ormai radicata, sia, con il suo arrivo, di far ritornare nell’antico stato tutta la Sicilia, travagliata per tanti anni dalla guerra e oppressa dai barbari. Ma in queste imprese lottò con una sorte non facile e, cosa che è reputata piuttosto difficile, fronteggiò molto più saggiamente la sorte favorevole di quella contraria. Infatti, (pur) avendo suo fratello Timofane, scelto come condottiero dai Corinzi, occupato la tirannide per mezzo di soldati mercenari e (pur) potendo (egli) essere partecipe del potere, fu tanto lontano dal partecipare a (quella) scelleratezza, che antepose la libertà dei suoi concittadini alla salvezza del fratello e giudicò preferibile obbedire alle leggi che comandare alla patria. Con questo sentimento fece uccidere il fratello tiranno per mezzo di un aruspice e di un comune parente che aveva sposato una sorella nata dai (loro) medesimi genitori. Egli, (però), non solo non vi prese parte, ma non volle neppure vedere il sangue fraterno
.

Cornelio Nepote

   
   

 La parte costruita della cavea iniziava a partire dal XIX gradino al di sopra del diazoma, ed era sostenuta da un muro esterno (analemma), che toccava il punto più alto a sud-est (8,92 m) e sosteneva il terrapieno artificiale su cui poggiava la parte alta della cavea, ora scomparsa. Sembra che in una prima fase il teatro fosse privo di pàrodoi, e che l'accesso all'orchestra avvenisse tramite due passaggi ai lati della scena. Successivamente furono create delle pàrodoi, ritagliando i muri frontali dell'analemma, che da allora vennero a essere paralleli alla scena (mentre in origine erano inclinati, come spesso avviene nei teatri greci).
L'orchestra, nella fase più antica, era delimitata da un canale scoperto (euripò) largo 1,05 m, oltre il quale una fascia di 2,95 m era destinata al pubblico. In un secondo tempo tale canale fu interrato, e sostituito da un altro prossimo alle gradinate, assai più stretto (0,34 m): il diametro dell'orchestra passò così da 16 a 21,40 m.
Oltre lo spazio semicircolare dell'orchestra era la scena, le cui strutture sono quasi completamente scomparse. Restano solo numerose cavità e fori tagliati nella roccia, corrispondenti a varie fasi dell'edifìcio scenico, che formano una sorta di palinsesto, di difìicilissima lettura. Secondo alcuni studiosi anche la scena, come la cavea, non è anteriore a Ierone II. Non si può escludere del tutto, però, che nello stesso luogo fosse anche la scena del più antico teatro, che quasi certamente occupava la medesima posizione dell'attuale.
Il Rizzo propose di riconoscere in cinque spianamenti, della roccia (65 e 66 nel senso est-ovest; 60, 62, 63 in senso nord-sud) la preparazione di una grande scena munita di paraskénia, da lui datata tra il V e il IV secolo. In realtà, due dei grandi spianamenti nord-sud (62 e 63) non sono altro che i passaggi (pàrodoì) originali che davano accesso all'orchestra, mentre gli altri sono piuttosto da riferire alla preparazione della scena di età romana (che però, molto probabilmente, sostituiva, nella stessa posizione, una più antica scena ellenistica). A questa appartenevano probabilmente il lungo canale scavato nella roccia e coperto (31,33), al quale si accedeva da una scaletta sottostante al palcoscenico (32), e che attraversava l'orchestra da sud a nord, fino a raggiungere una stanzetta quadrata . Si è proposto di riconoscere in tale apprestamento le « scale carontee », per mezzo delle quali si potevano avere particolari effetti scenici (scomparsa o apparizione improvvisa di. attori, ecc). Entro questa fossa fu scoperta la cariatide che decorava la scena ellenistica (ora al Museo di Siracusa). Alle fasi più antiche della scena appartengono anche la fossa 47, che presenta a sud lunghe incisioni verticali a coda di rondine (si è pensato che fosse utilizzata per il sipario, come le più tarde fosse antistanti, di età romana), una serie di incassi perpendicolari, a nord della fossa stessa (81, 82), e una lunga crepidine con le tracce di una serie di colonne e di pilastri, che vi poggiano sopra (92). Questa costruzione viene in genere interpretata, insieme alle fosse retrostanti, come una piccola scena mobile, destinata alle rappresentazioni fliaciche (una sorta di scenette clownesche tipicamente italiote). Potrebbe però trattarsi anche di un elemento avanzato della scena ellenistica più antica.

   

Sofrone di Siracusa

Sofrone e Senarco, mimografi greci di Siracusa, sono padre e figlio.
"E anche lo scrittore di quei mimi che, concordando con Duris, erano sempre nelle mani del saggio Platone, dice, mi pare: 'E noi rotolammo, invece di aver bevuto fino in fondo'. (Ateneo; 504,b; op. cit.).

"Pare che Platone sia stato il primo ad introdurre in Atene anche le opere del mimografo Sofrone da altri neglette e che al suo stile abbia conformato alcuni suoi caratteri e una copia dei mimi sia stata rinvenuta sotto il suo cuscino". (Diogene Larezio; III, 18; op. cit.).


 

Siracusa:Pianta dell'area della scena e dell'orchestra ( da Anti-Polacco)  

 
 

Sui lati di questa sono due grandi piloni risparmiati nella roccia (lunghi più di 14 m), determinati dal taglio delle párodoi a L, e inclusi nella scena d'età romana. Di questa rimangono: gli spianamenti della roccia che, per le loro dimensioni (circa 3 metri di larghezza) mostrano di aver sostenuto strutture imponenti a più piani; la fossa dell'aulaeum (sipario) (27), con una serie di fori destinati a contenere le strutture telescopiche che ne permettevano l'innalzamento, e la camera di manovra circolare a est; due incassi semicircolari negli spigoli interni dei piloni di roccia laterali, sui quali si legge anche la traccia del proscenio. Queste cavità appartenevano evidentemente a due nicchie semicircolari, entro le quali dovevano aprirsi le porte laterali dell'edificio scenico. Quella centrale, più ampia, era probabilmente al centro di una nicchia di forma rettangolare: è questo uno schema che non appare mai nei teatri auguste! e successivi, che presentano in genere una nicchia semicircolare al centro, e due rettangolari ai lati (a partire dal Teatro di Marcello). Esso si ritrova, invece, nel teatro di Pompeo: sembra quindi probabile che la sua presenza nel teatro di Siracusa sia da ricondurre a età augustea piuttosto antica, e cioè al momento stesso della deduzione della colonia.
In età tardoimperiale la situazione fu totalmente modificata, probabilmente per adattare l'orchestra agli spettacoli dei giochi d'acqua (colymbetra). Vi fu allora realizzata quella fossa di pianta trapezoidale (40), che è stata a torto interpretata come traccia superstite di un teatro arcaico. In tale occasione si dovette arretrare la scena, e quindi anche scavare un'altra fossa per l'aulaeum, che è più lunga della precedente, e presenta anch'essa una camera di manovra a est (14). Non è sostenibile, invece, che il teatro sia stato trasformato per i giochi gladiatori, come pure è stato proposto: manca infatti del tutto la caratteristica più tipica che ritorna in questi casi, e cioè l'eliminazione dei gradini più bassi della cavea per la creazione di un alto parapetto (ad esempio nei teatri di Taormina e di Tindari). La presenza di una griglia metallica, di cui restano le tracce, sarebbe stata comunque insufficiente allo scopo protettivo. Del resto, l'ipotesi era basata sostanzialmente sulla datazione tarda (età severiana, o successiva) dell'anfiteatro. La sicura cronologia augustea di questo rende insostenibile l'utilizzazione del teatro per i giochi gladiatori.
Un'iscrizione, ora perduta, permette di datare con precisione i lavori dell'ultima fase (CIL, X 7124). Vi troviamo menzionato un Nerazio Palmato, probabile governatore (consularis) di Sicilia, come autore di un rifacimento del teatro che comprendeva in particolare la scena. È probabile che si tratti dello stesso personaggio che restaurò la curia di Roma dopo il sacco di Alarico {CIL, VI 57128): in tal caso, i lavori dell'ultima fase del teatro di Siracusa saranno da attribuire addirittura ai primi anni del v sec. d. C.
 La cavea del teatro è dominata da una terrazza, tagliata nella roccia del sovrastante colle Temenite. A questo si accedeva tramite una scalinata al centro, e una strada incassata sulla sinistra (a ovest), nota come via dei Sepolcri. Lo spianamento artificiale era occupato da un grande portico a L, che includeva la metà occidentale della cavea. Di questo portico è oggi visibile solo una banchina tagliata nella roccia, a 7,40 m dalle pareti di fondo, che costituiva la fondazione del colonnato frontale. Restano anche tratti della pavimentazione in cocciopesto, e fori per le travi del tetto nel tratto di parete rocciosa conservato per una notevole altezza (fino a 8,56 m) sul lato nord. In fondo al portico era anche una banchina, alta e larga 0,45 m, conservata in alcuni tratti all'estremità ovest del portico settentrionale.
 

 

 


Al centro della parete nord si apre una grande grotta artificiale con soffitto a volta (larga 9,35 m, alta 4,75, profonda 6,35), all'interno della quale è una vasca rettangolare rivestita di cocciopesto. Nella parete di fondo una nicchia serve da sbocco a un ramo del grande acquedotto greco che attraversava le Epipole; l'acqua, poi, si immetteva in un canale intagliato lungo la parete di fondo del portico, che doveva confluire nel sistema idraulico del teatro (dove, oltre alle tarde installazioni dell'orchestra, esiste un canale sotto il VI sedile a partire dalla precinzione). Molto interessante è la sistemazione esterna della grotta, fiancheggiata da due piccole nicchie ad arco, rivestite in origine di intonaco e, più all'esterno e più in basso, da altre due nicchie maggiori (successivamente trasformate in sepolcri): è probabile che tali nicchie ospitassero in origine delle statue. Nel punto meglio conservato della parete, sopra la grotta, si vedono i resti di un fregio dorico, che decorava la facciata esterna della grotta prima della costruzione del portico. L'insieme era concluso da una balaustra, appartenente a una terrazza superiore, che si affacciava verso il teatro.
La parete rocciosa, soprattutto verso ovest, è in parte coperta da intagli relativi a piccoli quadretti (naiskoi), simili, a quelli che si trovano un po' ovunque a Siracusa, alcuni dei quali appaiono tagliati dalle strutture relative alla sistemazione monumentale della zona, rispetto alle quali sono quindi, evidentemente, più antichi. Se ne può dedurre che il complesso presenta almeno due fasi: una prima sistemazione della grotta, con il fregio dorico, seguita dalla creazione del grande portico a L. Siccome quest'ultima fase è chiaramente connessa con il teatro nella sua forma definitiva, se ne deve concludere che la prima fase è precedente (ciò che conferma, tra l'altro, l'esistenza del teatro prima di Ierone II).
Vari documenti permettono l'identificazione di questo complesso, strettamente collegato al teatro: in primo luogo, due iscrizioni ellenistiche onorarie trovate nel teatro (ma certamente provenienti dal portico), realizzate dal collegio degli attori dionisiaci. Da una di esse si ricava che la statua di un certo Àpollodotos figlio di Lucio era collocata nel Mouseion. Vi si parla inoltre di libazioni, evidentemente in onore di personaggi eroizzati. Ora, proprio nell'area del portico furono scoperte all'inizio del secolo delle coppette da libazione con inciso il nome di Ierone. Inoltre, dalla stessa zona del portico provengono tre statuette di Muse in marmo, ora al Museo di Siracusa. È dunque evidente che il complesso sovrastante al teatro non è altro che il Museo, sede ufficiale della corporazione degli attori. Nella Vita di Euripide si ricorda che Dionigi il Vecchio aveva dedicato nel Museo di Siracusa (che infatti, come abbiamo visto, è anteriore a Ierone II) la cetra, le tavolette da scrivere e lo stilo appartenenti al poeta ateniese, acquistati per la somma enorme di un talento.
 

Poco conosciute sono le lunghe vicende dei mulini del teatro greco e la lotta che quei siracusani a cui stava a cuore la buona conservazione del monumento dovettero sostenere appunto contro i «barbari» mulini che lo deturpavano e danneggiavano non solo col passaggio dei carri e di animali, ma anche con lo scolo delle acque che scendevano sulle gradinate. Come è noto, i frequenti assalti degli Arabi nei secoli VIII e IX e la definitiva conquista musulmana segnano la decadenza e la rovina di molti importanti edifici siracusani; sotto il dominio degli Spagnoli, poi, il teatro greco ebbe la triste sorte di fornire materiale edilizio ai nuovi padroni, soprattutto per la costruzione della cinta fortificata che per molti secoli doveva stringere Siracusa, facendone una città-fortezza.
A lungo parte del teatro fu coperta di terra e di vegetazione, benché nel '500 e nel "600 si potessero ancora vedere le «reliquie» dell'antica grandezza, come attestano diversi studiosi, quali l'Arezzo e il Mirabella.
Molti viaggiatori stranieri del '700 e dell'800 ci hanno lasciato testimonianze dello stato di deterioramento in cui si trovava allora il teatro, pur ammirandone lo splendido paesaggio. Vivant Denon alla fi-ne del sec. XVIII, scrive infatti che il teatro «si distrugge ogni giorno, senza ritegno» ; vi nota un mulino e la grande quantità d'acqua che cade a cascata. E l'Houel: «Questo nobile edificio è diventato un luogo abban-donato e la natura, sempre attiva, ha ripreso il sopravvento sul capolavoro, cancellando a poco a poco tutto ciò che l'arte aveva creato... i loro caratteri disparati confusi insieme hanno contribuito a formare un'opera nuova: un miscuglio di rocce rozze e squadrate, in cui si distinguono una cinta di gradini e un profondo fossato, alberi, erbe, muschio, sedili... più in là scorrono acque abbondanti

 

 

 

Scrive Bernabò Brea,
 «fra tutti i monumenti che la civiltà greca ha lasciato in Sicila, il teatro di Siracusa è uno dei più studiati e nel tempo stesso dei meno conosciuti»

Rimasto in abbandono per lunghi secoli, subì a partire dal 1526 una progressiva spoliazione ad opera degli Spagnoli di Carlo V, che sfruttarono i blocchi di pietra già tagliati per costruire le nuove fortificazioni attorno Ortigia: scomparvero in tal modo l’edificio scenico e la parte superiore delle gradinate. Dopo la seconda metà del Cinquecento, il marchese di Sortino, Pietro Gaetani, riattivò a proprie spese l’antico acquedotto che portava l’acqua sulla sommità del teatro, favorendo l’insediamento di diversi mulini installati sulla cavea: di questi resta ancora visibile la cosiddetta “casetta dei mugnai” che si erge sulla sommità della cavea.
Sul finire del Settecento riprese l'interesse per il teatro che venne menzionato e riprodotto dagli eruditi dell’epoca (Arezzo, Fazello, Mirabella, Bonanni) e da famosi viaggiatori (d’Orville, von Riedesel, Saint-Non, Houel, Denon ecc.). Nel secolo successivo si ebbero vere e proprie campagne di scavo, grazie all’interesse del Landolina e del Cavallari che si occuparono di liberare il monumento dalla terra che vi si era accumulata. Successivamente le indagini archeologiche proseguirono ad opera di P. Orsi e di altri archeologi, fino a quelle del 1988 ad opera di Voza.
A partire dal 1914 l'istituto nazionale del dramma antico (INDA) inaugurò nell'antico teatro le annuali rappresentazioni di opere greche (la prima fu la tragedia "Agamennone" di Eschilo, curata da Ettore Romagnoli).
 

   

 Sul lato ovest della terrazza (a poca distanza dall'angolo con il lato nord) ha inizio la via dei Sepolcri, uno degli accessi al teatro, certamente preesistente alla sistemazione definitiva della terrazza stessa. La via sale in curva prima verso ovest, poi gira a nord, per una lunghezza complessiva di circa 150 m. Le sue pareti sono costellate da incavi per quadretti votivi, di età ellenistica, e da ipogei più tardi, per lo più d'età bizantina. Verso la fine della via, sulla sinistra, si conserva ancora un rilievo rupestre in cui si distingue la rappresentazione dei Dioscuri a cavallo e di Trittolemo sul carro tratto da serpenti alati.

   
   

Scavi nell'area a ovest del teatro (1953-54), appartenente al colle Temenite, hanno rivelato la presenza di un .santuario arcaico, nel quale si deve riconoscere il santuario di Apollo Temenite. L'altare fu ricostruito più volte, e spostato sempre più a ovest, man mano che veniva ampliata la cavea del teatro. Le tracce più antiche di occupazione risalgono alla fine del VII sec. a. C. L'ultimo peribolo, di forma quadrata, fu in parte tagliato dal muro di analemma del teatro di Ierone II  Esso dovrebbe appartenere dunque al IV sec. a. C.  Vi è stata scoperta la parte inferiore di una statua arcaica di calcare, con i piedi in marmo.

   
   

 

 

 

INDA
L'Istituto Nazionale del Dramma Antico nasce dall'idea di ridare vita al dramma antico restituendolo alla scena di un grande teatro, un'iniziativa del Conte Mario Tommaso Gargallo che, nel 1913, istituisce un comitato promotore e, successivamente, un comitato esecutivo per la realizzazione del progetto.
Il primo Ciclo di Spettacoli Classici viene inaugurato il 16 aprile 1914 con l'Agamennone di Eschilo, su traduzione, direzione artistica e musiche di Ettore Romagnoli.
Le scene, i costumi ed il primo manifesto sono eseguiti da Duilio Cambellotti. Nel 1927 viene introdotta anche la commedia con la messa in scena delle Nuvole di Aristofane, che resta tuttavia marginale fino agli anni '70 rispetto alla rappresentazione tragica.
Agamennone e Coefore di Eschilo, Edipo Re e Antigone di Sofocle, Medea e Baccanti di Euripide, sono tra le tragedie più rappresentate, oltre alla presentazione di opere meno conosciute, spesso escluse dalle produzioni dei grandi teatri, come le tragedie "a lieto fine" di Euripide: Alcesti, Elena e Ione.
Il Teatro Greco di Siracusa è uno spazio scenico ed un luogo di confronto sulla cultura classica che ha accolto contributi illustri: le traduzioni di Raffaele Cantarella, Dario Del Corno, Vincenzo Di Benedetto, Edoardo Sanguineti; le versioni dei drammi - in qualche caso vere e proprie riscritture - di autori come Pier Paolo Pasolini e Salvatore Quasimodo; le letture di registi come Mario Martone, Giancarlo Sbragia, Gabriele Lavia; le interpretazioni di grandi artisti come Elena Zareschi, Vittorio Gassmann, Valeria Moriconi, Salvo Randone.
Nel tempo è rimasto intatto l'intento che anima il Ciclo di spettacoli Classici: il desiderio di riscoprire la lezione del teatro antico, facendo rivivere nel nostro tempo il valore universale dei testi classici

 

 

Main
 

Ara di Ierone II

Castello Eurialo

Fonte Aretusa

Latomie

Teatro Greco

Tempio di Apollo

Tempio di Athena

Artemision

Tempio di Giove

Arsenale

Foro Siracusano

 

 

Testimonianze

 

Paolo Orsi "Schlimann di Siracusa di Maria Galizia

Lettera sui monumenti di Siracusa di Paolo Orsi

Se il moderno discende dall'antico di Giuseppe Voza

 

 

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