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IL SARCOFAGO DI ADELFIA Mariarita Sgarlata I. LA SCOPERTA II sarcofago di Adelfìa venne alla luce il 12 giugno del 1872, durante le indagini che Francesco Saverio Cavallari conduceva nella catacomba di S. Giovanni a Siracusa. Il Cavallari, nella veste di Direttore delle antichità di Sicilia, si era proposto di riportare alla luce il piano di calpestio originale del cimitero, che all'epoca era già conosciuto per ampio tratto. La scoperta ebbe luogo in una delle tre grandi camere circolari che si aprono nella regione meridionale, indicata da allora con il nome di rotonda di Adelfìa. Nonostante il Cavallari fosse ben consapevole di trovarsi in un'area privilegiata della catacomba il rinvenimento del sarcofago giunse del tutto inaspettato, come si apprende dalle sue stesse parole: «Questa sala prescelta è sormontata da una di quelle volte coniche di sopra descritte, ha una grande Nicchia a guisa di un'Abside di Chiesa con una volta semicilindrica: ai fianchi, altre due Nicchie più piccole dell'istessa forma, ed altre anche più piccole negl'intervalli da una nicchia all'altra. Tutte queste nicchie sono piene di loculi nel suolo delle stesse, ma tutti scoperti e frugati: quelli che contiene la grande Nicchia sono disposti ad altezze differenti [...]. Restai però oltremodo sorpreso osservando che quei loculi situati all'ingresso della grande Nicchia non erano, come tutti quelli ch'esistono in queste catacombe, tagliati nella roccia stessa, ma costruiti di pezzi di tufo dell'apparenza di un altare: i pezzi del suolo erano talmente massicci che non mandavano quel suono speciale che si verifica percotendo allorché sotto esiste un vuoto; una tale novità parvenu meritare un serio esame, ma non mi arrischiava a distrurre quell'opera senza una positiva necessità, e quindi cominciava lo scavo' nel suolo della sala, per avvicinarmi poscia al piede di quella specia di altare [,...]. Avvicinatesi lo scavo verso la grande Nicchia, un piccolissimo buco fece conoscere l'esistenza di un vuoto sotto quei loculi costruiti a guisa di un Altare, e quindi si ebbe la certezza di rinvenire una sepoltura di qual- che ragguardevole personaggio, attesa l'importanza della località, ed io ordinava di togliere una parte dei pezzi che componevano quei loculi; sotto di questi pezzi si rinvennero altre tre grandi lastre di tufo calcareo, le quali, ben murate ai bordi occultavano la costruzione che restava nella parte sottostante. Tolta una delle tre lastre, si rinvenne il Sarcofago [...]. Il Sarcofago era evidentemente nascosto in una fossa appositamente scavata nella roccia, e ricoperti tutti gli intervalli laterali con i detriti stessi della roccia». Sappiamo che all'esaltazione per la scoperta seguì una cocente
delusione quando, rimossi il cemento e le grappe di ferro che saldavano il
coperchio alla cassa, furono riportati alla luce pochi resti dello scheletro
di una persona ancora giovane, il cui corpo, al momento della deposizione,
era stato adagiato su una sottile lastra di piombo ripiegata lungo i lati.
Gli scopritori sapevano certamente che avrebbero trovato i resti di un
solo corpo poichè, nonostante sulla cassa appaia il ritratto di una coppia
di sposi, l'iscrizione sul coperchio fa riferimento ad una sola defunta;
la delusione derivava invece dall'assoluta modestia della deposizione, che
doveva apparire del tutto inadeguata se messa a confronto con la
magnificenza del conte- nitore. Alcuni dei primi commentatori, incapaci di
farsi una ragione di tanta semplicità, giunsero persino a sospettare - senza
alcun fondamento - che il sarcofago fosse già stato violato in antico. L'eco
della scoperta fu comunque enorme nella città, che accorse in massa alla
catacomba per ammirare il prezioso monumento recuperato e lo scortò con
grande pompa quando dal cimitero venne trasportato al Museo di Piazza del
Duomo. Al clamore del rinvenimento seguì la comparsa di una piccola galassia
di pubblicazioni miranti ad illustrare la scoperta e ad interpretarne le
raffigurazioni, lavori per certi versi paragonabili agli attuali instant
books e di valore ovviamente diseguale, che tuttavia forniscono una preziosa messe di informazioni per la ricostruzione del contesto di rinvenimento
del manufatto. Altrettanto precocemente, comunque, il sarcofago siracusano
destò l'interesse della stampa specializzata internazionale, interesse che
da allora non sembra essersi spento. Un punto fermo nella storia degli studi
del sarcofago è fornito dalla monografia di Santi Luigi Agnello (II sarcofago di Adelfia, Città del Vaticano 1956), che ad oltre quarant'anni dalla
pubblicazione rimane lo strumento più completo per la conoscenza del
monumento. II. LE IMMAGINI II sarcofago siracusano appartiene alla classe dei sarcofagi a doppio registro con l'immagine dei defunti racchiusa all'interno di un medaglione centrale. È opera di un'officina romana, e la sua cronologia, sul piano stilistico, è concordemente posta in tarda età costantiniana, o, più in generale, nel secondo venticinquennio del IV secolo. Non si tratta di un prodotto isolato: nel recente repertorio dei sarcofagi cristiani antichi pubblicato da Jutta Dresken-Weiland vengono raccolti altri nove sarcofagi di varia provenienza, tutti frammentari, affini per struttura e iconografìa a quello di Adelfìa. Sulla cassa si succedono ben tredici scene del Vecchio e del Nuovo Testamento, con i personaggi che si dispongono l'uno accanto all'altro a formare un unico fregio. Questa del fregio continuo è una convenzione che i cristiani ereditano dalla tradizione figurativa pagana, e che veniva normalmente applicata nella realizzazione di sarcofagi a soggetto profano o mitologico per illustrare in sequenza le principali tappe della vita del defunto o i momenti successivi di un evento mitico. Quando tuttavia, fra il primo e il secondo decennio del IV secolo, gli scultori rivolti ad una committenza cristiana introducono nella decorazione dei sarcofagi la pratica del fregio unitario si verifica un cambiamento sostanziale: gli eventi vetero- e neotestamentari vengono disposti in maniera apparentemente del tutto arbitraria, nel più pieno dispregio della sequenzialità cronologica, scardinando così uno dei principi-base del rilievo continuo di tradizione ellenistico-romana, quello narrativo. Sono state avanzate numerose proposte per spiegare i motivi di un cambiamento tanto radicale, ma in realtà negli studi non si è ancora giunti ad una posizione univoca. A chi continua a credere che gli scultori fossero guidati esclusivamente da criteri di simmetria e di ritmica compositiva si contrappongono quanti ritengono, invece, che la selezione e la distribuzione degli episodi rifletta la successione degli eventi biblici citati nelle preghiere di salvezza: le opere di redenzione di Dio divenivano così paradigmi di salvezza per lo stesso defunto. Allo stesso modo, è opinione largamente diffusa che, almeno in alcuni casi,sia possibile riconoscere un principio ordinatore di natura allegorica o tipologica nel contrapporsi, nel succedersi o nell'alternarsi delle varie scene. Sofisticate indagini compiute in questa direzione su alcuni sarcofagi hanno prodotto risultati apprezzabili, dai quali tuttavia non è possibile enucleare dei criteri universalmente applicabili. Per quanto il sarcofago di Adelfia non sia stato ancora fatto oggetto di un'analisi di questo tipo, si possono mettere a fuoco alcuni nessi significativi nella disposizione dei vari episodi a puro scopo esemplificativo. Esiste, così, un evidente rapporto tipologico fra la prima scena del registro inferiore, la condanna dei tre Ebrei di Babilonia, e quella centrale con l'Adorazione dei Magi, rapporto che non si limita ovviamente al solo piano iconografico - in entrambe le scene appaiono infatti tre figure maschili in vesti orientali - ma si esalta nella contrapposizione fra il rifiuto dei giovani babilonesi di adorare un falso idolo e la gioiosa adorazione del vero Dio da parte dei Magi. Nel registro superiore sono invece collocate ai due lati della conchiglia, in un abbinamento comune ad altri sarcofagi, la raffigurazione di Mosè che riceve la Legge e quella del sacrifìcio di Abramo. È indiscutibile che a tale disposizione abbiano contribuito motivi puramente strutturali, poiché il particolare schema iconografico elaborato per i due episodi si prestava ad occupa- re nel modo più naturale una parte critica del fregio, dovendosi rispettare l'andamento curvilineo del medaglione. Va tuttavia considerato quanto i primi cristiani fossero propensi ad interpretare figure ed eventi del Vecchio Testamento come prefigurazioni di figure ed eventi del Nuovo; sappiamo così, come vedremo più oltre, che il sacrifìcio di Abramo veniva interpretato come prefigurazione della Crocefìssione, e che la consegna della Legge poteva adombrare il motivo dell'Ascensione di Cristo. Da questa prospettiva l'insistita collocazione delle due scene ai lati del medaglione può apparire frutto di una scelta meditata; considerando anzi che sul sarcofago siracusano alla base della conchiglia viene raffigurata, come si è detto, l'Adorazione dei Magi, il ritratto dei defunti viene a trovarsi inserito fra le tre principali coordinate del percorso di redenzione di Cristo, la nascita, la passio- ne ed il ritorno al Padre. Le motivazioni fin qui illustrate non escludono infine - come ha suggerito W. Deichmann - che l'adozione del fregio unico venisse addirittura considerata significativa in sé. Dal modo in cui i protagonisti di episodi diversi agiscono gomito a gomito, con il compenetrarsi e il confondersi di scene del Vecchio e del Nuovo Testamento (si noti, ad esempio, come nella già citata scena di Abramo l'altare su cui sta per compiersi il sacrifìcio si sovrapponga all'immagine del Cristo guaritore del cieco nato) può trasparire la volontà dello scultore di dare l'impressione di un avvenimento unitarlo, a significare come, pur nella molteplicità degli eventi biblici, unico sia il disegno soterico. Il sarcofago di Adelfìa appartiene ad un periodo successivo alla Pace della Chiesa del 313, quando l'iconografìa cristiana, superato lo stadio sperimentale delle prime fasi, allarga in modo considerevole il repertorio biblico, fissandone più o meno stabilmente tipi e caratteri. Gli artisti, di fronte alle richieste di una committenza che andava avanzando richieste sem- pre più specifiche ma che, per ovvie ragioni, non comprendeva altro linguaggio se non quello proprio dell'arte romana imperiale, attinsero a piene mani dall'enorme serbatoio di immagini fornite dalla tradizione, piegandone gli schemi ad esprimere i nuovi significati. Nella descrizione delle scene offerte dal sarcofago si farà cenno, di volta in volta, agli eventuali modelli pagani che hanno fornito lo schema per la loro realizzazione. La cassa del sarcofago presenta complessivamente tredici scene, la maggioranza delle quali - otto - fa riferimento al Nuovo Testamento. L'immagine di Cristo ricorre nove volte, compresa l'Adorazione dei Magi, dov'è raffigurato bimbo in grembo a Maria, e la prima scena del registro superiore, ispirata alla Genesi, dove si manifesta come Logos. Come sempre avviene sui sarcofagi a doppio registro Cristo appare giovane, privo di barba e, al pari degli altri personaggi maschili, indossa la tunica e il pallio; il solo elemento distintivo è dato dalla pettinatura, con i capelli ricci che ricadono sul collo, in aperta contrapposizione alla tipica acconciatura costantiniana esibita normalmente dalla altre figure. Se le scene presentate dalla cassa non comportano particolari problemi di interpretazione, lo stesso non può dirsi delle figurazioni del coperchio; le immagini della parte destra, in particolare, sono state fatte oggetto di letture di segno opposto. Su di esse torneremo più oltre. II. 1 LA CASSA. REGISTRO SUPERIORE. La fronte della cassa presenta al centro il ritratto a mezzo busto di una coppia di sposi all'interno di una grande valva di conchiglia, simbolo di rinascita nella tradizione pagana, che i cristiani ereditano con le stesse intenzioni. L'uomo, sulla destra, porta i capelli nella foggia tornata in voga sotto Costammo, corti, aderenti al capo, con una breve frangia che scende sulla fronte. Indossa tunica, dalmatica e toga tabulata, e regge nella mano destra un rotolo sul quale posano l'indice ed il medio dell'altra mano che compie il gesto della parola; il viso, privo di barba, si volge verso la sposa. La donna, in tunica e palla, avvolge con la sinistra le spalle del compagno, e con l'altra mano gli tocca il braccio destro. Porta una collana formata da un giro di pietre fra due di perle, e un'armilla cordonata con castone centrale al polso destro. La testa, che si rivolge verso sinistra in direzione dell'uomo, è cinta da una corona formata da una folta treccia di capelli, nell'elaborata acconciatura che caratterizza il ritratto della madre di Costantino, Elena, su monete emesse nel 332 d.C. Nel registro superiore appaiono otto scene, che descriviamo a partire da sinistra. 1. Imposizione del lavoro ad Adamo ed Eva (Genesi 3, 16-19). Cristo- Logos, al centro del gruppo, impone ai protoparenti il lavoro come conseguenza ed espiazione del peccato originale. Consegna ad Adamo, verso il quale volge il capo, un fascio di spighe e ad Eva una pecora che regge per le zampe anteriori, simboli l'uno dell'agricoltura, l'altra della fila- tura della lana e, in senso lato, della confezione dei tessuti che, nel mondo antico, veniva considerata la più importante delle attività femminili. Adamo ed Eva, ritratti rispettivamente alla destra e alla sinistra del Logos cui volgono lo sguardo, appaiono entrambi nudi nell'atto di portare le mani ai genitali che coprono con una foglia di fico. A terra, ai piedi di Adamo, è posato un secondo fascio di spighe. 2. Scena del gallo. In questo tipo di immagine viene comunemente riconosciuta la predizione del rinnegamento di Pietro (Matteo 26, 34; Marco 14, 30; Luca 22, 34; Giovanni 13, 38). L' Apostolo, in tunica e pallio, con un bastone nella sinistra abbassata, si volge di profilo a destra verso Cristo; porta i capelli corti ed una folta barba riccia, animata da numerosi fori di trapano. La mano destra è portata al mento, in un gesto che nel codice figurativo classico si presta ad indicare uno spettro di emozioni abbastanza esteso, ma che nella sua accezione originaria serviva ad esprimere l'inquietudine del destinatario di un oscuro presagio. Ai ripetuti dinieghi dell'Apostolo - prima del canto del gallo - allude con maggiore chiarezza lo stesso gallo rappresentato ai suoi piedi, in primo piano. Cristo, con il corpo in posizione frontale, volge il capo verso Pietro sollevando la mano destra nel gesto della parola le tre dita distese possono indicare il triplice rinnegamento preannunciato all'Apostolo. Nell'altra mano regge un rotolo che lo qualifica come Maestro. Danno un diverso significato al motivo della mano portata al mento e alla presenza del gallo quanti vedono in questo genere di scena l'investitura di Pietro (Giovanni 21, 15-17): il gesto alluderebbe in tal caso alla tristezza dell'Apostolo a causa delle tre domande di Cristo, tristezza incarnata in qualche modo dal gallo, a ricordo del rinnegamento seguito alla notte di Getsemani; anche il gesto della mano di Cristo, in tal caso, indicherebbe il conferimento del primato a Pietro. 3. Guarigione dell'emorroissa
(Marco 5, 25-35; Luca 8, 43-48). 4. Mosé riceve la Legge (Esodo 19, 1-ss.). Mosé si presenta come una figura giovanile, priva di barba, volta verso destra. Indossa calzari, tunica e pallio, un lembo del quale trattiene con la mano sinistra, forse perché la sopraveste non sia d'impaccio nell'ascesa al monte Sinai, indicato dalle asperità del terreno. Con la destra sollevata riceve le tavole della Legge dalla mano di Dio, che compare fra le nubi poste nella zona compresa fra il listello superiore del fregio e la sommità della conchiglia che contiene il ritratto degli sposi. Le tavole sono rappresentate nella forma di un dittico richiuso. I Padri riconobbero Mosé come figura e tipo di Cristo. La scena della consegna della Legge, in particolare, poteva essere interpretata come prefigurazione veterotestamentaria dell'Ascensione, ed è a questo modello iconografico che si farà riferimento, in Occidente, per creare la versione figurata dell'evento: come Mosé, Cristo ritorna al Padre in cima ad una montagna, ed è la mano divina fra le nuvole ad accoglierlo. Non a caso nella celebrazione dell'Ascensione venivano letti anche i passi dell'Esodo relativi alla consegna della Legge. 5. Sacrificio di Abramo (Genesi 22, 1-4). La scena è caratterizzata, al pari della precedente e con deliberata simmetria, dal motivo della mano di Dio che appare fra le nubi, in questo caso per fermare il braccio di Abramo in procinto di sacrificare il figlio. Il patriarca, barbato, veste una tunica esomide e brandisce nella destra sollevata un gladio, mentre la mano sinistra posa sul capo del piccolo Isacco. Il bambino, che indossa una tunica manicata, si presenta inginocchiato di profilo a destra, con le mani legate dietro le spalle. Il sacrifìcio sta per esse- re consumato presso un piccolo altare - sul quale brucia una fiamma - che chiude il lato destro della composizione. Nella tradizione patristica il moti- vo del sacrifìcio di Abramo, frequentissimo nell'arte funeraria, veniva considerato prefigurazione della Crocefìssione. 6. Guarigione del cieco nato (Giovanni 9, 1-41). Cristo, che appare dietro l'altare della scena precedente, tiene il rotolo nella mano destra e stende l'altra a toccare gli occhi del cieco con l'indice ed il medio, certamente per imporre la miscela di fango e saliva ricordata dal passo evangelico. Il cieco - di modulo minore come già precedentemente l'emorroissa - indossa una tunica con maniche, priva di cintura, e si appoggia ad un bastone. È accompagnato da una figura maschile, priva di barba, che compare in secondo piano con una mano poggiata sulla sua spalla; vi si può riconoscere un apostolo o un semplice testimone del miracolo. Le fonti patristiche vedono nella guarigione del cieco nato un'allusione al sacramento del Battesimo: dal buio del peccato il credente viene richiamato alla luce dalla grazia battesimale. 7. Moltiplicazione dei pani e dei pesci ^Matteo 14, 19; 15, 36; Marco 6, 41; 8. 6; Luca 9, 16; Giovanni 6, 1). La rappresentazione di questo episodio evangelico nell'arte cristiana primitiva poteva essere invece considerata una chiara allusione al sacramento dell'Eucarestia. Cristo, rappresentato frontalmente, allarga le braccia per benedire i pani e i pesci che gli vengono presentati dai due Apostoli che lo affiancano. Quello di sinistra, nel quale si può forse riconoscere Pietro per la somiglianzà dell'immagine con la figura proposta nella scena del gallo, tiene un cesto di vimini pieno di pani; l'altro, privo di barba, regge invece nelle mani congiunte i pesci, raffigurati nell'aspetto di due piccoli delfìni. Ai piedi delle due figure, che vestono tunica e pallio e volgono lo sguardo verso Cristo, giacciono altri sei cesti colmi di piccoli pani che recano un segno cruciforme. Il fatto che nella scena appaiano sette cesti può essere considerato un riferimento diretto a Matteo 15, 37, dove vengono menzionate le sette sporte di pezzi avanzati. Tale numero ricorre generalmente nelle pitture catacombali, mentre sui sarcofagi esso viene di norma ridotto a sei, a tre o ad uno. 8. Resurrezione del figlio della vedova di Naim (Luca. 7, 12-15). L'episodio non deve essere confuso con la resurrezione di Lazzaro, che nelle testimonianze iconografìche del periodo compare normalmente all'interno di un'edicola funeraria. Nella scena va invece riconosciuta, con ogni probabilità, la resurrezione del figlio della vedova di Naim: Cristo, con il rotolo nella sinistra sollevata, è volto in dirczione del piccolo defunto e gli tocca il capo con la virgo thaumaturga che regge con la destra. Il piccolo defunto, avvolto completamente nel sudario che lascia libero il solo volto, emerge con la testa e le spalle da un sarcofago strigliato con mandorla centrale, posto direttamente sul terreno. La presenza della verga miracolosa indica in maniera inequivocabile che il miracolo è nel suo svolgersi; ne è testimone una giovane figura maschile in tunica e pallio ritrat- ta a fianco del Cristo, anch'essa con un rotolo in mano. È inutile sottolineare la confacenza dell'episodio alla decorazione di un monumento funerario. II. 2 LA CASSA. REGISTRO INFERIORE. 1. I tre Ebrei condannati al supplizio della fornace (Daniele 3). Paradigma di liberazione dalla morte, come la scena appena descritta, e insieme di fermezza nella fede è la prima scena del registro inferiore, la più estesa ed arti- colata fra quelle proposte dal sarcofago. Vi è rappresentata la fase iniziale del racconto relativo ai tre giovani Ebrei di Babilonia, Sidrac, Misac e Abdenago, condannati alle fiamme per essersi rifiutati di adorare il simulacro aureo di Nabucodonosor. La scena è aperta dallo stesso re, che indossa pantaloni sotto una corta tunica cinta in vita ed una lunga clamide fissata sulla spalla destra; con la destra indica all'adorazione il proprio ritratto, anch'esso caratterizzato da capelli corti cinti da un diadema e da una folta barba. Nel simulacro - un mezzo busto su colonnina tortile con capitello composito - Nabucodonosor appare coperto dalla sola clamide, convenzione tipica del ritratto dinastico ellenistico-romano. I tre Ebrei sono invece rappresentati nell'atto di allontanarsi procedendo verso destra; il giovane al centro volge decisamente le spalle al re, mentre gli altri due, retrospicienti, compiono lo stesso, ampio gesto in segno di diniego. Porta- no capelli lunghi coperti da un berretto frigio, tunica e clamide annodata sul petto.. Nella figura maschile con rotolo che chiude la scena abbracciandola con lo sguardo va probabilmente riconosciuto, più che un semplice spettatore, l'angelo che salverà i giovani Ebrei dalla fornace. 2. Miracolo delle nozze di Cana (Giovanni 2, 2-11). La scena è composta da due sole figure. Un giovane Apostolo avvolto nel pallio si volge a destra, verso Cristo, che tiene sollevato un lembo del suo mantello con la mano sinistra; nell'altra mano, abbassata, Cristo reggeva la verga che toccava i tre vasi colmi d'acqua posti a terra per trasformarla in vino. L'avambraccio della figura e la verga sono andati perduti. Il miracolo di Cana, per la presenza dell'acqua e del vino a un tempo, veniva messo in rapporto sia con il Battesimo (era infatti menzionato nelle liturgie e nelle preghiere connesse a questo sacramento), sia con l'Eucarestia. 3. Adorazione dei Magi. Questo soggetto è modellato sullo schema elaborato dall'arte romana imperiale per rappresentare Orientali vinti che, in segno di sottomissione, recano doni al sovrano vincitore. Sul sarcofago l'adorazione dei Magi è raffi- gurata sotto il ritratto degli sposi, in modulo minore rispetto alle altre scene. I Magi procedono verso destra, recando nelle mani protese i loro doni; il primo regge una corona con gemma centrale (a indicare l'offerta dell'oro), mentre i due che lo seguono portano entrambi una pisside con coperchio (incenso e mirra). Tutti e tre indossano il berretto frigio sui capelli lunghi, tunica e clamide, e sono accompagnati dai loro cammelli, le cui teste, a rilievo molto basso, appaiono in secondo piano. Maria, in tunica e palla che le ricopre parzialmente il capo, siede di profilo verso sinistra su una cattedra ricoperta da un drappo, reggendo in grembo Cristo bambino, vestito della sola tunica, che tende le braccia per ricevere le offerte. Il motivo dell'adorazione dei Magi conobbe un particolare favore a partire dall'età costantiniana, quando si iniziò a dare rilievo liturgico alle celebrazioni dedicate all'Incarnazione del Verbo. 4. La caduta (Genesi 3, 1-13). Al centro è raffigurato l'albero del bene e del male, carico di frutti, al cui fusto si attorciglia il serpente che volge la testa a destra, in direzione di Eva. Ai due lati dell'albero i progenitori, nudi, coprono i genitali con una foglia di fico fermata dalla mano sinistra; con l'altra mano Adamo compie il gesto della parola, mentre Eva porta un frutto all'altezza del viso. A terra, fra Adamo e l'albero, è posto un fascio di spighe, una chiara prefigurazione dell'imposizione del lavoro raffigurata nel registro superiore. A sinistra del gruppo, a rilievo basso, è posta una giovane figura maschile, in tunica e pallio, che ripete il gesto oratorio di Adamo. In essa difficilmente può essere riconosciuta un'immagine di Dio padre, che pure fa la sua comparsa su alcuni monumenti di età costantiniana, ma è sempre caratterizzata dalla barba; si tratta più probabilmente di un angelo, come è stato da tempo proposto. 5. Ingresso a Gerusalemme (Matteo 21, 1-11). Il registro inferiore si chiude con la rappresentazione dell'ingresso di Cristo a Gerusalemme, un soggetto modellato sulla formula iconografica dell'adventus, l'arrivo dell'imperatore fra i suoi sudditi. Cristo avanza verso destra sul dorso di un'asina; con la sinistra abbassata regge le redini e sol- leva l'altra mano, atteggiata nel gesto della parola o - più opportunamente, in questo contesto - in segno di benedizione. Con perfetta aderenza alla narrazione evangelica il percorso di Cristo è lastricato di fronde e di vesti: fra le zampe dell'asina si distingue chiaramente un ramo di palma, mentre una piccola figura maschile, rimasta con indosso la sola tunica, stende il proprio pallio sotto le zampe anteriori del quadrupede; un piccolo lembo di stoffa, curiosamente, ricade sul listello che delimita inferiormente la scena. Sul fondo, tra le fronde di un albero, compare una seconda figura maschile che volge lo sguardo a Cristo. Si tratta, quasi certamente, di un Ebreo intento al taglio dei rami, come si racconta in Marco 11,8. Meno probabile è che si voglia fare riferimento all'episodio di Zaccheo, che trova invece la sua collocazione nel racconto relativo all'ingresso di Cristo a Gerico (Luca 19, 1-10); la carriera iconografica di Zaccheo, del resto, inizierà su monumenti più tardi, databili nell'ultimo quarto del secolo. La scena è inquadrata dalle figure di due giovani discepoli in tunica e pallio che volgono lo sguardo a Cristo; quello che chiude il lato destro della composizione si poggiava probabilmente ad un bastone, oggi perduto. Nel motivo dell'ingresso a Gerusalemme si può riconoscere una prefigurazione terrena del trionfo celeste di Cristo: infatti, come è stato notato, da Costantino in poi Gerusalemme non è soltanto la capitale dei Giudei o il teatro della passione di Cristo, ma è soprattutto la Gerusalemme celeste della Cristianità: entrando in essa Cristo trionfa sulla morte. II. 3 IL COPERCHIO La zona centrale è occupata dall'iscrizione, posta all'interno di una cornice modanata e sorretta sui due lati da una coppia di geni alati, nudi, con le spalle coperte da una clamide. Sulla parte destra del coperchio ritorna invece il motivo dell'adorazione dei Magi, proposto secondo una formula iconografica differente, integrata dalla presenza del presepe. A destra si riconoscono i tre Magi, che avanzano con i loro doni posti su un piatto: il primo regge la corona d'oro e solleva la mano destra ad indicare la stella che li ha guidati nel cammino; il secondo, retrospiciente, reca sei grani d'incenso; l'ultimo, due fiale di mirra. Di fronte ai Magi è rappresentata un'esile tettoia, coperta con tegole e coppi, che ripara Cristo bambino, avvolto nelle fasce e posto a giacere dentro una larga cesta di vimini intrecciati; lo scaldano il bue, in primo piano, e l'asino, posti ai piedi del bimbo. Com'è noto, la presenza del bue e dell'asino è taciuta dai Vangeli; essa deriva dai commentar! alle profezie di Isaia (1, 3) e di Abacuc (3, 2), poi accolta nel resoconto apocrifo della Natività dello pseudo-Matteo (14,1). La presenza della tettoia è invece conforme alla versione figurativa dell'evento propria dell'Occidente, poiché in Oriente, quando la scena non è ambientata all'aperto, viene rappresentata normalmente la grotta. Immediatamente a destra della tettoia appare uno dei pastori ai quali l'angelo annunciò la nascita del Cristo (Luca 2, 4-19); indossa la tunica esomide, regge il pedum, il tipico bastone ricurvo, e si volge verso la Vergine, con la quale si chiude la composizione. Maria è seduta, completamente avvolta nella palla; volge lo sguardo verso la tettoia, porta la mano destra all'altezza del seno, e con la sinistra si appoggia alla roccia che le serve da sedile. La decorazione del lato
sinistro del coperchio rappresenta indubbiamente, sotto il profilo
iconografico, la parte più originale del sarcofago. Se infatti tutte le
scene fin qui esaminate trovano agevolmente confronti più o meno immediati
nel repertorio figurativo dell'arte funeraria dei primi cristiani, lo stesso
non può dirsi per queste immagini, che sembrano al contrario pro- porsi come
un unicum. All'estrema sinistra è rappresentata una falda rocciosa,
sormontata da una colossale testa maschile barbata, dalla quale scaturisce
una fonte. Ai piedi della fonte si china una figura femminile, vestita
della sola tunica cinta in vita, che protende un vaso per raccogliere l'acqua. In secondo piano compare invece una giovane figura maschile, pari-
menti rivolta alla falda rocciosa verso la quale tende il braccio destro.
Segue un gruppo composto da tre figure femminili a capo scoperto: quella al
centro, vestita come la donna alla fonte, avanza verso destra sostenuta
dalle due compagne che indirizzano lo sguardo verso di lei. A destra appare,
infine, un gruppo di cinque donne in tunica e palla, tutte a capo velato.
Una posizione di indubbia preminenza è occupata da quella che siede frontalmente su un trono con suppedaneo, alla quale le altre quattro volgono lo
sguardo. Una delle donne siede in terra, alla sinistra del trono, e leva in
alto la mano destra che fuoriesce dalla palla; altre due, ritratte in piedi
alle sue spalle, compiono lo stesso gesto. La quarta, invece, a destra del
trono, assume la posa ricercata che nella tradizione figurativa
ellenistico-romana veniva assegnata ad un tipo di Musa. È impossibile, in
questa sede, passare in rassegna le numerose proposte di decodificazione
avanzate riguardo a queste immagini fin dal periodo immediatamente
successivo alla scoperta del sarcofago. Basti pensare che gli interpreti
sono in disaccordo persino sulla scansione da dare al testo figurativo,
diviso da alcuni in due, da altri in tr scene distinte. Rinviando ancora
una volta alla monografìa di Santi Luigi Agnello per un esame analitico
delle diverse posizioni assunte dagli studiosi fino agli anni Cinquanta, qui
sarà sufficiente illustrare le due linee interpretative principali,
rimaste, da allora, sostanzialmente immutate. La più antica, che ha
successivamente trovato la sua espressione più articolata e raffinata nello
studio di Cecchelli del 1952, vede nel fregio la raffigurazione della
receptio ad coelum della defunta: l'anima di Adelfìa si disseta con l'acqua
della sapienza scaturita dalla petra spirituali! sulla, quale è raffigurato
l'Antico dei Giorni (la grande testa maschile barbata); in seguito,
purificata dall'acqua e scortata da due protettrici, Adelfìa viene ammessa
alla visione del trono di Cristo, che si rivela nelle sembianze femminili di
Sophia (la donna in trono). L'interpretazione, fondata sulla sofisticata
combinazione di elementi desunti da fonti bibliche e patristiche, non
riesce tuttavia a rischiarare alcune zone d'ombra. In primo luogo, come è
stato rilevato, rimane vaga l'identità della figura maschile presso la fonte
e quella delle donne attorno al trono. Inoltre, ammettendo che la
figurazione del coperchio sia stata creata espressamente per illustrare il
percorso ultraterreno di una defunta - Adelfìa - perché sulla cassa la
stessa defunta verrebbe ritratta accanto al marito? Dovremmo concluderne che
il solo coperchio fu scolpito per Adelfìa? III. L'ISCRIZIONE E I PROBLEMI CRONOLOGICI. L'iscrizione, su tre linee, incisa e rubricata, è posta dentro una tabula ansata risparmiata nel colore del marmo su fondo dipinto in rosso: IC ADELFIA
C F (H)ic Adelfia c(larissima)
f(emina) /posita conpar /Baleri comitis
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