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Dall' "opera aperta" all' "opera chiusa": dentro il nulla dell'opera d'arte

di Lidia Pizzo e Vittorio Pannone

 

 

L'arte non è forma di conoscenza razionale e non ha quindi valore gnoseologico, se lo avesse avrebbe bisogno della consapevolezza che solo un apparato filosofico, scientifico, ecc.... potrebbe darle. Ciò è estraneo all'essenza dell'arte, perchè se l'opera d'arte mettesse in evidenza una mancanza verrebbe meno al suo scopo che è quello di essere forma totale e totalizzante.

La forma , infatti, non va intesa come morphè, forma sensibile, ma come èidos, forma intellegibile che ingloba in sè anche il primo termine superandolo. Tuttavia, è da tenere presente che anche la morphè ha sempre contenuto una certa dose di astrazione.

Infatti, per potere dominare il reale gli artisti si sono sempre serviti di canoni estetici e di gusto che hanno caratterizzato un'epoca. Sono nati così determinati stili che hanno portato a vedere, poniamo il corpo umano, secondo una certa tipizzazione: bizantina, classica, barocca, neoclassica, ecc....Oggi il processo di astrazione si è assolutizzato per diventare espressione di un sentire puro,duri un attimo o più è ininfluente, la creatività è un bisogno insopprimibile dell'uomo e perciò essa va espressa in qualunque modo e con qualunque mezzo.

Comunque sia, una volta conformata l'opera, essa è un oggetto del tutto, così come è, in realtà, l'uomo che con l'opera d'arte, nel nostro caso, condivide il concetto di cosalità.

Ma se l'arte è cosa essa è un fatto reale e quindi si può definire come correaltà messa in forma da un soggetto che ha presentificato l'attimo, gli attimi della creatività. Essa è affidata ed esprime l'e-motività dell'artista, pertanto contiene la totalità del reale, per raggiungere la quale l'artista stesso riesce ad anticipare nuove forme che questa totalità permettono di penetrare. La presentificazione dell'attimo della creatività si manifesta attraverso mezzi contingenti (colore, massa, superficie, ma anche suono, parola, ecc...) e manifesta un sentire puro, assoluto, fuori dallo spazio e dal tempo, ma che nello spazio e nel tempo si attualizza.

Quindi, già fin dall'inizio l'opera d'arte contiene la totalità, l'assoluto che di per se stessi sono difficili da penetrare.

La morphè dell'opera custodisce ben chiuso il suo segreto, essa è come un guscio difficile da penetrare, onde spesso l'incomprensione dell'opera. La penetrazione, infatti, richiede uno sforzo sovrumano per alleggerire il quale ci si serve di moduli, decodificazioni, o altro affidati alla critica, alla storia, all'estetica, alla filosofia, all'antropologia, alla semiotica, ecc... La loro funzione "reale", quindi, è quella di creare gli strumenti per penetrare l'opera.

Ma questi strumenti sono estranei all' 'esserci' dell'opera, che ribadiamo , non ha funzione gnoseologica, ma solo la funzione di "rivelare l'attimo della totalità della creazione".

Così, fino ad oggi, l'opera d'arte è diventata tale solo ed esclusivamente dopo una valutazione post factum e ciò ha sempre implicato l'applicazione, come detto sopra, di determinati canoni di giudizio estetico e di gusto espressi da un soggetto. Ma nel momento in cui il soggetto compie una valutazione, attraverso un suo processo logico, il ragionamento è soggettivo e vale solo per lui. Il ragionamento, infatti, per essere oggettivo e quindi assoluto deve andare fuori dalla logica e perdere il suo carattere sillogizzante, deve essere a-logico, deve guardare all'attimo che ferma qualunque accadere e lo mostra.

E' questa "essenza" del mostrare che si deve cogliere, ogni parola è d'impaccio. In altri termini, nell'opera d'arte bisogna cogliere ciò che sta al di là del pensiero senza usare il pensiero e l'intelligenza classificante. Bisogna scendere nel "silenzio" e nell' "abisso" dell'opera, toccare il suo "centro" senza intermediazione alcuna. Se consideriamo l'opera d'arte come uno specchio, il soggetto che guarda si trova davanti allo specchio ad una distanza tale che gli permette la visione perché decodifica l'opera secondo una sua personale ermeneutica. E' necessario annullare la distanza, i codici, perché ogni distanza ci distoglie dall'opera. Il nostro compito è quello di penetrare, di entrare nello specchio, eliminare la "distanza", per "sentire" l'opera come totalità e, pertanto, non totalità fuori di noi ma dentro di noi, non totalità fuori da lei ma dentro di lei, in lei.

Ciò può avvenire abdicando, come dicevamo, ad ogni sillogizzazione che possa "spiegare" l'opera che invece deve essere recepita come con-templa-azione sim-patetica, come una aisthesis colta nel suo significato etimologico di sensibilità, emozionalità, affettività. Una volta che l'opera è contemplazione simpatetica avverrà che l'aisthesis dell'opera e l'aisthesis dell'astante coincideranno. Le due spiritualità sono entrate in comunione e quindi l'opera come morphè e come eidos si chiuderà attorno all'astante.

Guariti dall'asfissiante sindrome dell' "opera aperta" si troverà nell' "opera chiusa" l'intensità dell'attimo originario della creazione, l'epi-fanicità senza frapposizione di alcun logos e pertanto sarà "ri-trovato" l'attimo contemplativo da cui l'opera è scaturita.

L'astante ha eliminato qualsiasi distanza tra lui e l'opera e attraverso l'aisthesis solamente sarà diventato "a-stante" capace di cogliere l'opera nella sua essenza di totalità, di astanza totalizzante. Il soggetto è stato spinto verso il "centro" dell'opera, nel suo nucleo, verso, cioè, il centro del centro.

Adesso, se apparentiamo l'opera alle pareti di una stanza, chiusa qualunque apertura con noi dentro la stanza, troviamo buio, nulla, vuoto. Ora, al buio perdiamo i punti di riferimento. La coscienza senza luce si ripiega in se stessa. Infatti, per percepirci come soggetto abbiamo bisogno dell'alterità. Ma, combaciata con noi l'alterità, in questo caso il nulla dell'opera, il soggetto scompare in questo nulla.

Il noi, qualunque noi, si identifica col vuoto, in quanto "dentro" l'opera si annulla, come si diceva, l'io e il tu, quindi il soggetto implode insieme all'essenza dell'opera che è totalità-nulla. L'implosione coscienziale, che in ultima analisi ci ha portato al centro del centro dell'opera, ci fa percepire allora che "il fine" dell'opera è "nulla","vuoto", "buio".

Raggiungendo il nulla abbiamo eliminato il movimento che è vita, che è andare verso l'esterno, mentre stando all'interno "viviamo" la stasi, il nulla. A questo punto scatta la paura del nulla, la paura dell'origine, la paura originaria, la paura del mistero, contenendo il nulla tutti i misteri che possono essere solo colti ma non decodificati.

Così, se il nulla dell'opera è il nulla originario, esso ci fa sprofondare nel "mistero" della creazione. Per esorcizzare la paura del nulla e quindi della creazione l'uomo ha utilizzato, ad esempio, l'estetica, che ha determinato la "distanza", dominando, così, la paura del nulla, la paura della creazione. Il vero dramma dell'uomo non è raggiungere il nulla ma "viverlo", infatti "vivendolo" esso ci porta al fondamento, diventa Fondamento assoluto.

Ora, penetrati nel nulla attraverso una implosione, ci "saldiamo" ad esso, ne diventiamo parte, ma in quanto parte non possiamo coglierlo nella sua totalità. Il minore non può contenere il maggiore. La totalità del nulla non può entrare nel nostro nulla a lei saldato.

Allora, se il nulla è totalità, esso contiene tutto, anche la luce e di essa la coscienza che "vive" il nulla si serve per staccarsi, dissaldarsi dalla totalità del nulla, per percepire il mistero, qualunque mistero di una creazione, anche se esso risulta sempre indecodificabile.

Così, se attraverso la luce, che prima era stata abolita penetrati dentro l'opera, avevamo colto il nulla, ora isolando la sola luce riusciamo a ri-percepire l'alterità e rendiamo possibile la creazione che non decodificherà, come detto, il suo mistero ma lo esprimerà. Arrivati attraverso l'aisthesis al nulla, dal nulla si riparte per avere la creazione che pur sempre all'interno rimane nulla affinchè il processo possa ricominciare.

La differenza sta nella luce ed è "lei" che fa la differenza, che permette cioè la creazione che sostanzialmente risulta "nulla-illuminato", ma questa volta cosciente, in quanto il soggetto sceso al centro dell'opera nel buio, nel vuoto, nel nulla, li ha vissuti. Infatti, solo nel buio illuminante della coscienza, che si rivela dunque come volontà, è possibile la consapevolezza totalizzante.

Se c'è sbaglio in quanto detto, ne siamo ben lieti. L'errore è il "buio", fatecelo vivere, creeremo ''magari un testo con i vostri interventi e se siete artisti, ispirati dal nulla potremo tutti insieme realizzare'.. comunque sia contattateci. Accettiamo tutto dalle contumelie, ai complimenti ma con moderazione....

 

2) Risposta di La Porta Lorenzo Maria

"Amici" carissimi Ho letto e riletto con attenzione le vostre tesi sul Nulla dell’opera d’arte e non mi è possibile affrontare alcun dibattito con voi perché non sono d’accordo col fatto che l’opera d’arte non sia conoscenza. Per me lo è e come! Nonostante tutto mi congratulo con voi per il rigore logico con cui avete impostato le vostre ipotesi ben meditate anche se non condivisibili.

Cordiali saluti

La Porta Lorenzo Maria

Milano

 

Replica

Gettate in pasto alle intellighentie più aperte le nostre due paginette (di Lidia Pizzo da Siracusa e di Vittorio Pannone da Fondi ) intorno al Nulla dell’opera d’arte quando questa si chiude, riceviamo e vi trasmettiamo delle E Mail ed una nostra risposta, nella speranza che altri possano scendere nell’agone dell’incontro-scontro con due sconosciuti usciti dal loro hortus conclusus, per spezzare le catene dello snobismo culturale che ci rende schiavi di un nome, una formula, un libercolo, un articolo su testate accreditate o meno.

Crediamo che se manca il confronto, anche con sconosciuti che quantomeno hanno il coraggio di esporsi anche alle contumelie, la cultura e il ruolo che essa ha nella società ha fatto flop. Ci riserviamo un prossimo round.

Caro La Porta Iniziamo col vecchio adagio che "l’Essenziale è invisibile agli occhi" poi continuiamo col dire che Io e Vittorio Pannone avremmo gradito una ben articolata confutazione, magari condita da contumelie, del nostre tesi per contestare il concetto secondo cui l’opera d’arte non è conoscenza.

Evidentemente essendo noi partiti da un assunto contrario al suo concetto di arte, ogni dia-logos era impossibile. Allora ci sentiamo in obbligo di chiarire anche a qualche altro seccato E Mail Receptor-Navigator il nostro concetto iniziale delle nostre due paginette. Noi , intanto, partiamo dal punto di stazione del fruitore nel momento in cui qualunque opera (musicale, visiva, poetica, ecc…) appare alla coscienza.

Questo "apparire" avviene esclusivamente nel presente e in questo presente e solo in questo presente l’opera deve essere recepita come opera d’arte "in sé e per sé". E’ in questo preciso momento che ogni pensiero sillogizzante deve essere escluso. Nel momento in cui noi usassimo la razionalità non faremmo altro che storicizzare l’opera e quindi la coglieremmo al passato, anche se in verità questa ipotesi è possibile.

Ma al momento non è la nostra. In altre parole, noi sosteniamo che l’opera d’arte deve essere recepita nel momento in cui il segno precede il significato, nel momento in cui, cioè, questo segno è fuori da ogni schema concettuale, per cui il soggetto ricevente lo intercetta come realtà pura, assoluta, fuori dal tempo e dallo spazio. Ed è a questo punto che deve avvenire la collimazione tra l’opera e il ricevente. Infatti, qualunque investimento simbolico ha valore solo per il fruitore, nel qual caso l’opera gli si darebbe al passato (niente di male per che non è capace di simpateia!) e quindi si storicizzerebbe, per cui l’opera non sarebbe causa sui, come normalmente dovrebbe essere, ma interpretazione.

E per noi l’equivoco sta proprio qui: nel momento in cui l’opera d’arte si presenta di fronte ad una coscienza, essa si pone con mezzi fisici, donde l’equivoco di spiegarla. La qual cosa, ribadiamo, non escludiamo possa avvenire, ma solo quando si tratta di storicizzare l’opera vista come il prodotto di un certo tempo, di un territorio, di una società, ecc…, cioè come prodotto esistenzializzato.

Considerata l’opera in quest’ultimo contesto, a nostro parere, si toglie ad essa il suo valore di opera che trae origine da un atto di libertà umana e come tale è astorico e quindi si dà sempre al presente. Infatti, l’opera d’arte "realizza una presenza", cioè una astanza assoluta ed originaria che è quella che il fruitore deve cogliere attraverso la con-templa-azione sim-patetica.

Facciamo un semplice esempio: mi trovo lungo la strada che mi conduce a Palermo, il monte Pellegrino esiste là da sempre, ma, svoltata la curva, mi si presenta in tutta la sua nudità ed imponenza, in modo diretto, immediato, si insinua nell’anima, negli occhi, nei sensi, nella psiche. Respiro il respiro del monte, siamo in simbiosi, viviamo di un’unica vita, di un’unica essenza! A questo punto qual è la mia conoscenza del Monte Pellegrino? Nulla! Solo in un secondo momento potrò indagare il fenomeno Monte Pellegrino dal punto di vista geografico, geologico, antropologico, eccetera. E’ solo in questa seconda accezione che il fenomeno Monte Pellegrino diventa conoscenza, non prima, quando mi si è rivelato come un fatto simpatetico.

Con queste nostre tesi io, Lidia Pizzo e Vittorio Pannone vogliamo uscire dall’asfissiante cosmos in cui l’opera d’arte viene confinata e "interpretata" per cogliere il komos, per cogliere, cioè, non l’ordine ma l’impertinenza, lo spirito infantile, il puer aeternus, (che è in noi e che "è" nel "nocciolo" dell’opera d’arte), se vuoi la negazione delle certezze pur senza eluderne il peso; avendo consapevolezza , cioè, delle potenzialità anticonvenzionali di che "sa di venire dopo una lunga storia".

 

3) Risposta di Luigi Bianco

Squillace , 18-9-2002

Caro Vittorio

Ho cercato di leggere attentamente il vostro sforzo filosofico-poetico e, nei limiti della mia "non forma" attuale, cercherò di dire qualcosa in semplicità.

Subito: a me non interessano più dissertazioni su cosa sia l’arte, su come nasca, su come venga percepita, eccetera. Non dimentichiamo che anche l’arte è una "convenzione" degli uomini: e come tale subito contaminata, perché nasce e si espande quando qualcuno ha detto: questa è arte. Per tali motivi, quasi mai l’arte è libera ( e quindi è vera la vostra intuizione che l’arte non è conoscenza, almeno conoscenza pura ): Giotto si è sempre venduto al maggiore offerente, lo stesso Michelangelo ha avuto i suoi problemi, persino Leonardo, a contatto con tante corti e corteggiamenti, può essere rimasto puro solo quando riusciva a dipingere per se stesso, avendo appunto il nulla come scopo.

In epoche più vicine a noi, l’artista è in qualche modo più libero (quindi senza scopi ) solo quando riesce a sottrarsi alle mode (dal mercato molti si sono già staccati) : ma in qualche modo è comunque influenzato inconsciamente, perché si aggrappa ad una immagine che l’ha affascinato. E’ difficilissimo incontrare un’arte che nasca dal nulla. Quando ho incontrato "L’URLO DEL SOLE" di Mattia Moreni (anni ’50) ho fatto salti di esaltazione: mi sembrava veramente di aver toccato l’assoluto e un’arte che nasceva spontanea, senza nessuna premeditazione e senza nessuna finalizzazione. Poi ho conosciuto Moreni e mi ha spiegato, pennellata per pennellata, come avesse composto quell’opera straordinaria: mi ha fatto vedere anche la pennellessa gigante e ritoccata con cui aveva ottenuto determinati effetti che, per me, a suo tempo solo davanti all’opera, erano gesti naturali e inconsapevoli, in simbiosi simpatetica con la stessa natura ma distanti da qualsiasi riferimento naturale, puri, immediati, nati nell'istante. Invece Moreni mi ha distrutto ogni illusione, spiegandomi (ecco l’altra vostra verità del non bisogno della spiegazione) scientificamente che lui sapeva con esattezza quello che avrebbe ottenuto (un delitto, secondo me, per un maestro dell’informale: infatti, dopo le spiegazioni, non ho più considerato Moreni un artista informale).

Per me, oggi, sono più artistici certi gesti sui muri o certi corpi "pitturati" che si vedono nei cortei (compresi i suoni che si sentono) di molte opere anche ritenute importanti: quei gesti non sono finalizzati all’arte, sotto questo aspetto sono spontanei, come erano spontanee certe orme lasciate nelle caverne dai popoli cosiddetti primitivi.

Non farei, poi, più nessuna distinzione tra forma e contenuto: il nulla, se partiamo da qui, non ha né forma né contenuto (intendo sempre l’arte come non conoscenza: anche se questo vocabolo è forte e può provocare confusione: preferirei parlare, come da qualche tempo si fa, di arte autoreferenziale, che tuttavia presuppone una definizione dell’arte che non può esistere).

Distinguerei, infine, tra creatività e arte: dicendo subito che io non so cosa sia la creatività come cosa sia l’arte. Direi, in semplicità, che tutti gli uomini sono artisti, ma non lo sanno. Il vecchio Marx affermava che l’uomo liberato dai bisogni materiali sarebbe stato inevitabilmente un artista. Bello: ma non vero. Ancora: Armani è un creativo o un artista?

A me piace restare sul concreto, sull’esempio: di formule filosofiche- come di estetica- non ne posso più. Ma quando voi fate affermazioni come "presentificazione dell’attimo della creatività" o "rivelare l’attimo della totalità della creazione", mi inducete inevitabilmente a pensare, così quando vi soffermate sulla coscienza ("solo nel buio illuminante della coscienza, che si rivela dunque come volontà, è possibile la consapevolezza totalizzante") o sul NULLA ("il nulla dell’opera è il nulla originario) o sul PENSIERO (ciò che sta al di là del pensiero… Senza usare il pensiero o l’intelligenza classificante").

Io non voglio più pensare. Capisco l’urgenza di raggiungere quell’armonia totalizzante che riqualificherebbe l’arte e soprattutto la vita: ma vorrei trovarmi in quest’armonia vivendo, non tramite un pensiero teorico: Quando Beuys voleva dire qualcosa ricorreva agli esempi, più che alle teorie: si metteva un cappello in testa e raggiungeva la totalità simpatetica con qualcuno. Beuys aveva coscienza? Non lo so. Il vostro enorme sforzo per legare la coscienza a una portanza positiva, mi pone qualche dubbio. Da amodale, debbo dire che anche la coscienza è una "convenzione": e come tale, un freno alla libertà creatrice-espressiva dell’uomo. Le parole totale, totalizzante, totalità ( che pure io uso) a volte mi fanno paura: mi conducono alle gesta di molti tiranni (storici o quotidiani).

E’ penetrante la vostra ricerca di andare a scovare "ciò che sta al di là del pensiero" senza usare il pensiero e l’intelligenza: affidandosi al puro sentire? Per me, nella "presentificazione" pensiero e azione (sentire) coesistono: questo, almeno, mi dice la performance carnale: Totalità e "al di là del pensiero" possono anche portare ad una visione divina: al Dio artista (come si desume anche dal vostro insistere sulla creazione totale): anche questa visione mi spaventa.

Mi piace molto, invece,: IL NULLA DELL’OPERA E’ IL NULLA ORIGINARIO: anche se Dio è sempre incombente, ma io vedo il nulla nella sua essenza terrena, punto di partenza e non di arrivo, sapendo sì che dal nulla si ritorna al nulla: ma nel cammino c’è tutta la nostra illuminazione, la nostra storia. PUO’ IL NULLA DETERMINARE UN CAMMINO POSITIVO ? Questo è l’interrogativo che anche voi vi ponete, al di là di qualsiasi formulazione filosofica.

Mi piace ancora L’OPERA CHIUSA: non tanto in contrapposizione con l’opera aperta, quanto in simbiosi con il MISTERO: Mai come oggi noi abbiamo bisogno di mistero.

I vostri sforzi in questa direzione sono encomiabili. Un altro esempio. Quando ero giovane e amavo molto il cinema, spesso entravo in una sala senza sapere cosa si programmasse: proprio per incontrare il mistero, se possibile, della partecipazione simpatetica al buio, senza spiegazioni e interferenze preliminari, solo di fronte all’opera. Il mio era desiderio esagerato, in quanto spesso uscivo dalla sala dopo quindici minuti perché avevo incontrato un filmaccio. Ma il principio non era sbagliato.

Oggi che vivo nella "contemplazione" non ho più di questi desideri (forse anche perchè sono vecchio) e non desidero nemmeno immergermi nella totalità dell'arte. Quando sento qualche stimolo, mi basta mettere l'equivalente del cappello di Beuys e andare dove non so ma dove il mio "sentire" mi spinge, indipendentemente da qualsiasi desiderio artistico e da qualsiasi finalità. Se in quel momento incontro qualcuno che entra in simpatia con me, ecco, forse sono anche in simpatia con voi e con il vostro sforzo di vivere artisticamente e cercando di dare una nuova dignità all’arte e agli artisti.

Luigi Bianco

Caro Vittorio, questo è quanto di getto mi è venuto, e non voglio aggiungere nulla, anche se rileggendo avrei la tentazione di farlo

 

 

 

 

 

 

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