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Anna Bialecka, L’aura ricomparsa
Dinanzi ad un ritrattista che operi
nel Terzo Millennio, vien da chiedersi prontamente quale
coraggio lo spinga, quale segreta necessità lo induca a
scegliere la via difficoltosa del ritratto pittorico,
piuttosto che dedicarsi a generi meno irti di tranelli,
e forse più facili da praticare.
Chi si misura nel 2007 con il
ritratto, come la pittrice Anna Bialecka che
espone delle sue opere in una mostra significativamente
intitolata Ritratti siracusani, ha alle
spalle millenni di tradizione (e questo vale
praticamente per ogni soggetto d'arte). Ma a questo ogni
ritrattista aggiunge anche il destro di critiche sempre
pronte a scattare, magari non sempre benevole, anzi
spesso dettate solo da motivi di verosimiglianza che
poco hanno a che fare con lo spirito l'Arte – non fu
pubblicato ad un secolo esatto da noi, nel 1907, un
proclama degli Espressionisti tedeschi che affermava:"Il
compito di ricercare una riproduzione esatta della
realtà è oggi della fotografia. La pittura, sollevata da
questa incombenza, potrà recuperare la sua originale
libertà d'azione"?. La pittrice, che è stata
insegnante d’arte in Polonia e vive da poco in Sicilia,
esegue ritratti su commissione oltre che dipinti di
vario soggetto: ma in tutto la sua personale impronta è
netta, chiarissima; e proprio nel confronto/incontro con
la fotografia trova una chiave di lettura efficace.
Walter Benjamin nella sua
Petite Histoire de la Photographie si esprime in
questi termini, riportando un giudizio dello storico
dell'arte e della fotografia Camille Recht: "E
perciò, quel che è realmente decisivo nella fotografia,
è sempre la relazione del fotografo con la tecnica che
utilizza. Camille Recht l'ha messo in chiaro con una
bella metafora: «Il violinista, dice, deve
intanto creare la nota, la deve cercare e trovare in un
attimo, mentre il pianista batte con un tocco delle dita
la nota che riecheggia. Il pittore come il fotografo
hanno uno strumento a loro disposizione. L'uso del
disegno e delle tinte corrisponde alla creazione del
violinista, mentre il pianista condivide con il
fotografo l'aspetto meccanico, sottoposto a delle rigide
regole alle quali il violino sfugge. Alcun Paderewski
raccoglierà mai la gloria né eserciterà la magia di un
Paganini.»"
Ora, non si tratta certo di arrivare
a giudizi così intransigenti come quelli di Recht, ma
per cercare di illuminare le opere di Anna Bialecka
il confronto con le affermazioni di Benjamin sarà
fruttuoso.
Dice Benjamin che ci si rivolge al
pittore per un ritratto come ad un fotografo che lavori
ad una fototessera, o come ad una macchinetta a gettoni;
oppure si cerca un prestigio che solo la pittura sa dare
- un senso di nobiltà legato alla concezione
antiquata che vuole l'opera del fotografo più semplice e
quella del pittore più complicata, dimenticando che
ambedue hanno ostacoli grandi e piccoli da superare.
Cercherò invece di mostrare come la
pittura di Anna Bialecka sia, in senso preciso,
neoromantica, in quanto mi riferisco a
un’affermazione capitale per tutta la teoria del
ritratto di epoca romantica, che viene dalle Lezioni
di Estetica di Georg Friedrich Hegel: “Il
ritratto dev’essere espressione della peculiarità
spirituale, della particolarità del carattere. […]
Con questa indifferenza verso l’unione che idealizza
anima e corpo, il ritratto ha un ruolo essenziale per
l’individualità più specifica del lato materiale, in
quanto non cancella i tratti e le forme particolari, per
sostituirli con linee più appropriate rispetto a quelle
che effettivamente sono”.
Si inizi, ad esempio, a osservare il
Ritratto di Wolfango Intelisano: i tratti sono
decisi, il naso forte e le narici aperte pare vogliano
indicare tensione, le labbra sono serrate così come il
mento – negli occhi fissi si legge la ricerca di un
pensiero che forse sfugge. Non c’è pace: il tronco
volutamente non è centrato e segna, con la sua linea
mediana, una diagonale con la perpendicolare del volto –
è il gesto di Anna Bialecka per indicare un
movimento, ma è la sua maniera di cogliere il moto
spirituale di quest’uomo, considerando saggiamente la
prossemica.
Ugualmente si potrà passare al
Ritratto di Enrico Piazza senior: le spalle
massicce, la tempra dello sguardo, ancora le labbra
serrate, coperte dalla barba e dai baffi – tutto cospira
a dimostrare la figura del patriarca, del capofamiglia
di un tempo in cui i rapporti familiari erano differenti
e le gerarchie, per quanto benevole, dovevano essere
rispettate. Ma più dei tratti indicati, il volto
quadrato e la radice del naso, larga e segnata da due
rughe corrucciate, danno il carattere di quest’uomo,
perfino più degli occhi profondi e incavati sotto le
folte sopracciglia.
Sono tratti individuali,
propri di quei singoli, e non tratti generali del
malinconico o del patriarca: e sono tratti
che la banale fotografia-ricordo o quella amatoriale non
potrà mai rendere, anche se questa ha la libertà di
cogliere momenti irripetibili. È dunque una questione di
tempo, non solo di capacità tecniche, quella che
separa la pittura dalla fotografia.
Ma ancora una volta le riflessioni di
Benjamin ci conducono ad un confronto inevitabile con la
fotografia per il ritratto pittorico. Riportando, sempre
nella Petite Histoire de la Photographie,
un giudizio dello storico dell’arte Alfred Lichtwark,
dice: “«Non esiste nel nostro tempo alcuna opera
d’arte che venga considerata altrettanto con attenzione
quanto il proprio ritratto fotografico, quello dei
parenti, degli amici o della persona amata», scriveva
nel 1907 Alfred Lichtwark, conducendo in tal modo la
ricerca dal dominio delle distinzioni estetiche a quello
delle funzioni sociali; ed è proprio a partire da lì che
se ne può seguire l’avanzamento. È significativo che il
dibattito si sia più spesso appuntato attorno ad
un’estetica della fotografia come arte, di contro
al fatto che si è accordata minore attenzione al fatto
sociale nettamente più consistente dell’arte come
fotografia”. Allora anche il ragionamento, per non
banalizzare, dovrà tenere conto dei ritratti “di
famiglia” della Bialecka, da quelli per il Nipote di
Enzo Poidimani o per il Nipote di Maria Buccheri,
a quelli dei coniugi Valvo, Vincenzo e
Giuseppina, o di Enrico Piazza junior, a
quelli di Enrica Artusi e di Nino Giarratana.
In ognuno di questi ritratti almeno
un particolare svela la dialettica intima della
pittrice, che si muove quasi immancabilmente tra il polo
del massimo rispetto del verosimile “fotografico”
(sarebbe la lettura che ho dato con Benjamin) e l’altro
polo della “connotazione spirituale” (che invece è sulla
scia delle frasi di Hegel). Saranno le labbra dischiuse
del compagno Enrico Piazza junior o l’identico sorriso
dei Valvo (impareggiabile per renderne il carattere, il
segno del tendine sul collo e la gola di Giuseppina
Valvo), gli occhi intimiditi del Nipote di Enzo
Poidimani o la smorfia sulle labbra del Nipote di
Maria Buccheri. Non è un caso se il Ritratto di
Marica Pelligrino segni infatti un punto di
trapasso, e si ponga fortemente come uno dei più
suggestivi della collezione che viene presentata in
mostra: da un lato le ciocche di capelli bianchi, le
rughe sul volto o vicino le orecchie hanno tutta la
presenza concreta del verosimile; ma dall’altra
parte un identico volgere dello sguardo e la linea
spezzata formata dal volto e dal tronco, le due rughe
sottili sulla glabella avvicinano questo ritratto a
quello di Wolfango Intelisano, e anche qui
vogliono significare un moto interiore della donna, una
volizione fermata nel dipinto.
Ho usato appositamente l’espressione
“fermare nel dipinto”, che è un misto di pittura e
fotografia, per volgermi ad un altro elemento che mi ha
fatto pensare ad Anna Bialecka e al suo modo di
dipingere come neoromantico, nel senso di Hegel.
È evidente che un ritratto (sia esso
fotografico che dipinto) ponga al committente e al
creatore un problema di rispecchiamento e libertà: siamo
ancora nel divario – non banale – tra utilizzo di una
testimonianza verosimile e prestigio per un’opera
d’arte.
È sempre Benjamin a fornirci lo
spunto per la riflessione, quando parla del “valore
di esponibilità” e del “valore cultuale”
delle opere in uno dei suoi scritti più famosi,
L’opera d’arte
nell’epoca della sua riproducibilità tecnica,
dove afferma: “Nella fotografia il valore di
esponibilità comincia a sostituire su tutta la linea il
valore cultuale. Ma quest’ultimo non si ritira senza
opporre resistenza. Occupa un’ultima trincea, che è
costituita dal volto dell’uomo. Non a caso il ritratto è
al centro delle prime fotografie. Nel culto del ricordo
dei cari lontani o defunti il valore cultuale del quadro
trova il suo ultimo rifugio. Nell’espressione fuggevole
di un volto umano, dalle prime fotografie, emana per
l’ultima volta l’aura. È questo che ne costituisce la
malinconica e incomparabile bellezza. Ma quando l’uomo
scompare dalla fotografia, per la prima volta il valore
espositivo propone la propria superiorità sul valore
cultuale”.
Allora il ritratto è “utile”, “ben
fatto”, “bello”, non solo perché riproduce fedelmente le
fattezze del soggetto che ritrae; ma anche e forse più,
perché ferma sulla tela una caratura morale, un moto
dell’anima che non dura solo un attimo (sarebbe il
risultato migliore di una fotografia), ma che
romanticamente caratterizza il personaggio
rappresentato: si guardino affiancate le due versioni
del Ritratto di Renata Italia. A non conoscere le
occasioni esterne e particolari del soggetto, e la
genesi dei due dipinti, li si direbbe raffiguranti due
diverse persone: e qui il dissidio della maestria di
Anna Bialecka tocca un vertice sommo, perché la
verosimiglianza e la caratterizzazione morale
sono nelle due versioni sempre alla pari, e il coraggio
di questa ritrattista che non ha l’ausilio tecnico della
fotografia, ne esce ancor più vittorioso. Difatti dai
due quadri esce prepotente quella che i pittori, e
Benjamin nella sua opera, hanno chiamato aura, la
luminosità della figura, intima e personale e
non-ripetibile.
Parlando del grande fotografo Atget,
Benjamin scrive: “Atget […] cercava ciò che si perde
e che si nasconde, ed è per questo che le sue immagini
aspirano l’aura della realtà come l’acqua in un battello
che affondi. Perché, cos’è in fondo l’aura? È un
singolare incontro di spazio e di tempo, unica
apparizione di qualcosa di lontano, per quanto sia
vicino. Riposando in un giorno d’estate, a mezzogiorno,
seguire una catena di montagne all’orizzonte, o un ramo
che getta la sua ombra sullo spettatore, fino a che
l’ora o l’attimo abbiano parte alla loro apparizione –
questo è respirare l’aura di quelle montagne, di quel
ramo. […] Unicità e permanenza sono così strettamente
unite in una tale fugacità in un caso e riproducibilità
nell’altro. Sottrarre l’oggetto al suo contorno,
distruggendone l’aura, è il segnale di una percezione
per la quale il senso dell’uguaglianza si è sviluppato
in modo tale che questa [percezione] viene applicata
indistintamente all’unicità dalla riproduzione”.
Il filosofo tedesco sta parlando di
fotografia e pittura, ma noi riconduciamo subito il
discorso sulle opere della Bialecka: è innegabile
la perizia tecnica con cui la pittrice opera e crea; e
osservando attentamente i suoi dipinti vediamo sorgere
l’aura di quelle figure proprio con un meccanismo simile
a quello descritto da Benjamin. Ma c’è molto di più.
Tutti i lavori presentati nella
mostra Ritratti siracusani emergono da un
fondo scuro e si illuminano a segnare profili,
l’emergere dei tratti del corpo e del volto – spesso il
soggetto non affiora nemmeno completamente, ma ormai lo
sappiamo: è la ricerca anche di un particolare
spirituale, a muovere l’artista polacca, quindi non c’è
bisogno di mettere ogni tratto sotto un riflettore.
Eppure qualcosa c’è di più profondo
in queste opere: collegando tessera a tessera lungo il
discorso pittorico, vediamo adesso con facilità che
attorno ai volti, ai corpi dei ritratti, si leva una
luminescenza non solo metaforica, ma reale: è il
fenomeno tecnico della “accumulazione luminosa” o
“aura” che avveniva durante le lunghe sedute di
posa richieste dai primi apparecchi fotografici secondo
la quantità di vapore acqueo che la macchina riusciva a
cogliere attorno ai corpi dei soggetti in posa – e la
vediamo non solo nei ritratti, ma anche in dipinti di
altro tema, sia esso un busto di cavallo, un arco
monumentale o un vaso di rose.
L’aura dunque riappare: dalle
fotografie, per i progressi tecnici, scomparirà presto,
e sarà ricreata volutamente per “antichizzare” il
risultato con diversi artifici tecnici fin dal 1880.
A noi interessa invece l’altro
aspetto di questa luminescenza che Anna Bialecka
fa scaturire dalla tela: è il connubio, ancora una volta
romantico, di un attimo di luce che investe, e
allo stesso tempo promana dal soggetto per dettare al
pittore e allo spettatore il proprio carattere
particolare. Un connubio tra fotografia d’antan e
ritratto pittorico che lascia felici proprio perché non
è uno scimmiottamento condotto con perizia per
raggiungere con i pennelli risultati “ottocenteschi”, ma
la proposta contemporanea di una ricerca
romanticamente pronta a seguire il tempo di oggi.
Tommaso Cimino
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