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Pietro
EMANUELE è nato a Palermo nel 1960. Architetto, vive e lavora nella sua
città, dove è anche docente di Arte e Immagine. Artista estremamente
versatile è in grado di esprimersi attraverso forme artistiche che vanno
dalla scultura in terracotta all'utilizzo dei pastelli. Ma è nella
lavorazione del rame, dell'ottone e dell'alpaca, metalli che utilizza
sotto forma di lamine, o ancora come avvolgenti spirali in cui si
concentrano magnetici campi energetici riconducibili all'ascolto del
silente universo che è in noi, che ha trovato la sua ispirazione più
profonda. Le sue opere riflettono gli studi che ha condotto, arricchiti
da frequenti letture e viaggi in Europa. Le considerazioni di fondo dei
suoi lavori non dimenticano gli specifici studi universitari condotti
nel campo della storia del pensiero scientifico e filosofico
contemporaneo applicato alla progettazione. La riformulazione delle
immagini della conoscenza umana con al centro la ricerca di un luogo
fondamentale di osservazione attraverso il quale capire l'evolversi
stesso della conoscenza, e ancora l'analisi delle implicazioni
epistemologiche dei più recenti sviluppi delle scienze evolutive, hanno
trovato in lui uno spazio applicativo, nel desiderio di rappresentare lo
spazio della mente che si confronta con la complessità del mondo
contemporaneo. Concetti come "effetti soglia", "fluttuazione",
"perturbazione", ecc, sono divenuti nei suoi lavori nuovi centri motori
della diversificazione e dell'instabilità che caratterizza la nostra
società, ovvero vincoli artefici di possibilità speculative nel campo
dell'arte. I risultati formali che ottiene, se pur governati da un
rigore strutturale dietro cui si cela un viscerale desiderio di armonia
e di equilibrio, si sposano con un intimo e vitale utilizzo del colore,
utilizzato in maniera forte e intensa. Questa ricerca lo porta a
considerare le sue opere, fluttuanti "onde del pensiero" (e
dell'anima), che "fra" "ragione e sentimento", si muovono "ai
margini del vuoto" di una realtà incerta, instabile, complessa,
articolata, spesso difficile da interpretare, nel desiderio di un
"gesto" che restituisca agli uomini e alle donne consapevolezza e senso
del vivere.
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L'EFESTINO DEMIURGO
L'esigenza di dar forma alle idee è l'ineludibile premessa da cui muove
ogni compiuto fare artistico.
Processo lungo e gestativo, quello intercorrente fra la scaturigine
ideativa e la successiva messa in opera, e che prevede tutto un incedere
per gradi, ove l'aspetto fabbrile e manipolativo mai prescinde da quei
"lumi" cognitivi tipici di una progettualità forte e consapevole.
Proprio su un accidentato percorso di tal genere, fra il magma
indefinito del pensiero estetico e la sua attuazione effettiva e ben
riuscita, si muove l'incessante e polimorfa ricerca di Pietro Emanuele,
il quale - non a caso -trova nel retroterra metodologico degli studi di
architettura il suo humus peculiare ed assai fertile.
Ciò spiega chiaramente la rigorosa scansione del determinismo che
presiede al rapporto fra progetto e messa in atto, ravvisabile nei
diversi - e solo in apparenza inconciliabili - ambiti operativi nei
quali egli ama muoversi, tuttavia sempre riuscendo ad evitare le ovvie
insidie d'un eccessivo "autocontrollo". Ecco allora la prassi figulina -
tutta incentrata sul mito odisseico del viaggio per mare - sposarsi a
perfezione - nei temi e negli assetti narrativi - con la policroma
vivacità che anima l'esercizio dei pastelli ed affiancarsi, al contempo,
alla prioritaria produzione metallurgica, nella cui esuberanza scultorea
trova - forse - la sua espressione più compiuta il fondante nesso fra la
mano esecutrice e l'intelletto che programma. In tutti e tre i casi, la
febbrile gestualità giammai infatti esula da una guida misurata, la cui
centralità consente di sfuggire alla rassicurante convenzione della
trance impellente e dionisiaca. Un dato - questo della "regia" accorta
ed avveduta - già assai bene percepibile nell'impianto complessivo dei
dipinti a pastello, ove la tendenza a liberare totalmente il lessico
verso fughe astrattiste conclamate deve sempre fare i conti con una
urgenza di euritmia compositiva che perimetra gli slanci entro i "limina"
d'una figurazione molto sintetica ma comunque intellegibile.
Non a caso, la tensione narrativa, che pure si ammanta d'un colorismo di
estrema brillantezza (nel quale il tono emozionale vibra di rossi, di
gialli ed arancioni con frequenza ricorrente), giammai però deborda in
compulsioni estroflessive di violenza incontrollata. Il "mood" affettivo
del colore, infatti, benché riconducibile alle esperienze
avanguardistiche di primo '900 (con un occhio assai attento alle
ricerche fauve ed espressioniste), rimane tuttavia ampiamente
incardinato in una scelta linguistica improntata ad un grafismo nitido e
preciso, del tutto imprescindibile dalla figuratività. La dimensione
trasognata - per lo più riconducibile all'onirismo favolistico di
ascendenza chagalliana e in qualche caso all'angoscioso e allucinato
esempio munchiano - trova così la sua congrua attuazione in una stesura
in cui gli squilli di colore si compongono in una trama assai concreta
di segni dalla forte geometria, dipanando le tematiche prescelte (e
predilette) - il rapporto, anche conflittuale, fra i due sessi, il mare
con le barche ed i suoi pesci, i cavalli - in narrazioni talora
affastellate (in ossequio a quello "horror vacui" che è proprio
dell'estetica isolana) e tal altra rarefatte e più pausate, trascritte -
in un caso e nell'altro - con grafemi dalla forte valenza illustrativa.
Un carattere - questo della costruzione visuale impregnata di vis
declamativa - che si riscontra pienamente anche nella singolare attività
di metallurgo, in cui Emanuele da la stura alla spiccata inclinazione
fabbrile mai disgiunta da una esuberante e volitiva demiurgia. Demiurgia
palesemente "efestina" - come del resto attesta la scelta dei metalli -
e in quanto tale capace quindi di contemperare lo slancio ideativo e la
pulsione manuale, garantendo quella crasi peculiare che consente - lo si
è detto - di dar forma completa al flusso delle idee.
Ed è proprio in questo ambito "vulcanico", che la tendenza innata (ma
ampiamente rinforzata dalle esperienze culturali) alla pianificazione
pare trovare il suo sbocco più concreto ed apprezzabile, dando luogo ad
una serie di pannelli parietali, il cui frequente aggetto ne fa ibridi
oscillanti fra sculture e ardite costruzioni. Realizzate assemblando
lamine di rame, alpaca e ottone, dalle quali scaturiscono - a mo' di
florilegio - materiali d'ogni genere (dai frammenti vitrei a sinuosi
filamenti di metallo), queste opere di Pietro Emanuele narrano per tanto
(e con dovizia di particolari) della esigenza irrefrenabile di dar corpo
a un articolato immaginario costruttivo, attraverso il quale conferire
"ordine" e "cifra estetica" al mondo circostante. Infatti, se disposte
su piani orizzontali (non più appoggiate in verticale su pareti), tali
sculture, in virtù della estroflessa polimatericità che le caratterizza,
si trasformano d'incanto in fantasiose (e quasi allucinate)
architetture, nelle quali configurare un'inventiva che giammai può
rinunciare a una idea fondante di armonia. Se l'opera grafica racconta,
con nitore e politezza, d'una inesausta attività speculativa (intrisa di
vagheggiamenti lirici però sempre incardinati in un pensiero assai
deciso), la plastica va decisamente oltre, strutturando - nell'accezione
autentica del termine - l'inestricabile cinetica affettivo-cognitiva
mediante un gesto forte e di estrema intensità.
L'idea, dunque, superata la fase di progetto, diviene "cosa" tangibile;
e tutto ciò senza punto rinnegare, pur nella volumetria esibita, quella
componente grafico-pittorica che rimane pregnante nell'agire artistico
di questo nostro autore. Anzi, proprio laddove la ricerca
"architettonica" e lo sviluppo nello spazio lasciano luogo ad impianti
più misurati e dallo slancio contenuto, in tutti quei manufatti in cui
l'effetto visuale è perseguito ed ottenuto con il semplice ricorso al
gioco di cromie delle lamine accostate, si assiste a una compiuta
ibridazione di carattere formale nella quale il disegno, la pittura e la
scultura si integrano a vicenda, giungendo a elaborare riuscite
narrazioni di gran fluidità.
Sfrondata d'ogni ridondanza verbosa e un po' prolissa, l'affabulazione
visiva di Pietro Emanuele trova così la sua misura ed euritmia, per
imboccare quel definitivo percorso di sperimentazione destinato ad esiti
ancor più validi e fruttuosi.
Un incedere marcatamente rigoroso, che fa "del levare" - e quindi della
rarefazione cartesiana in grado di travalicare il già citato "horror
vacui" di barocca ed insulare memoria - il suo più giusto strumento
lessicale e che contestualizza l'operato del nostro artista in un ambito
di definita cifra stilistica, ormai rivelatrice di quella raggiunta
maturazione estetica capace -senza più pleonasmi - di esprimere le idee
guida con pochi grafemi gestuali di assoluta ed incisiva levità.
Salvo
Ferlito
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"La storia del pensiero
scientifico e filosofico contemporaneo è stata accompagnata da diverse
riformulazioni delle immagini della conoscenza umana con al centro la
ricerca di un luogo fondamentale di osservazione attraverso il quale
capire l'evolversi stesso della conoscenza. L'analisi delle implicazioni
epistemologiche dei più recenti sviluppi delle scienze evolutive si
confronta con la rappresentazione dello spazio della mente nella
complessità del mondo contemporaneo. Concetti come "effetti soglia",
"fluttuazione", "perturbazione", ecc. divengono nuovi centri motori
della diversificazione e dell'instabilità che caratterizza la nostra
società.
I risultati formali che ottengo, se pur governati da percorsi
progettuali tendenti al desiderio di armonia e di equilibrio, li
considero fluttuanti "onde del pensiero e dell'anima" e si confrontano
con una realtà incerta, instabile, complessa, articolata, spesso
difficile da interpretare. "
Pietro Emanuele
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