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Lucia Arsì presenta 18 ottobre 2008
Lì leggo l’anima del mondo. Quell’intreccio di legami, quel logos che ordina i fili che annodano il nostro stare nel mondo e che determinano la nostra sofferenza, il dolore per la mancanza di affetti, il desiderio mai appagato, la solitudine come disimpegno, la perdita d’identità perché omologati nella massa informe, l’“oltre” umano, aquila luciferina che rode le viscere della persona prometeica. E’ l’angoscia che ha piantato il vessillo. E l’artista “urla” -è un suo dipinto- la paura disarmante dell’indicibile precarietà, l’ansia di ciò che mai avverrà per la serrata consapevolezza che ogni richiamo di amore, di coesione, di comprensione non troverà risposta. L’Indifferenza omologa l’essere umano che diviene privo di spessore, manchevole di finalità, in balia del vuoto. L’angoscia spaesante quando l’ospite del non senso, del buio annichilente, fa capolino. Nel quadro, ma anche in gran parte delle tele di Francesco Floriddia, ci troviamo nel campo semantico della fine: e per droga e per anoressia e per povertà e per schiavitù. Titolerei “Fine” quel quadro. Tra immagine e parola c’è relazione e differenza, gli opposti che danno movimento e senso al vivere. Eppure ci chiediamo: e se il dolore serve per riannodare legami e convivenze d’amore? E se il pianto, il dolore, l’autoffesa, il blocco fossero la via maestra per riacquistare la Luce, l’Amore perduto?E se Eros fosse necessitato da astrusi camminamenti tra l’alto e il basso al modo di Ermes? E se al modo di Dioniso bisogna essere lacerati, fatti a pezzi per poter risorgere meglio di prima?E se la ferita dolorante è l’unico mezzo per una vera guarigione? E’ questo il messaggio che l’artista ci consegna? Vuole l’artista, attraverso i colori bui, smorzati, alchemicamente combinati(il nero, il grigio dominanti sul giallo e l’azzurro), attraverso forme sfumate e volutamente simboleggianti, gli oggetti minimali, gli spazi irreali, dirci che stare al mondo impone- al modo dell’insegnamento greco- riflettere su se stessi e sulle cose del mondo e operare con misura, con rispetto, dato che la sofferenza é la via maestra alla conoscenza? Ha scritto giustamente Eschilo, asserendo “pathos mathos”,ossia la sofferenza produce conoscenza ed è salvifica. Salvarsi attraverso la conoscenza, che il dramma produce. Un modo tragico di stare al mondo. I quadri di Floriddia, tragicamente attuali, evocano la pena del vivere, perché, mancando ogni fondamento di senso ( nessuna speranza di lavoro, nessun rapporto amoroso, nessuna possibilità di riconoscimento identitario) si è consumati in eterno, al modo dell’aquila ( il tutto) che inquieta il corpo di Prometeo, rodendogli il fegato. E le tele, fomentando la mia fantasia, creano tale immagine: Solamente un attimo. Sosta. Osserva. Il giardino, il tuo, non è ammantato dalla coltre di zagara bianca. La terra giace scomposta, arida sotto i colpi del vento, umida, per le palle gelate che rotolano giù. Il motore della macchina è spento. Ovunque odore di nafta, di lenta ed inutile comodità. Il cancello di ferro, battuto da mani di mastri, mani annerite, mani frenetiche e le foglie forgiate rimandano alla giovinezza trascorsa, oramai finita. Il passo, varcato il cancello, indolente. C’è un merletto di pini cadenti e a destra, acquartierata, diresti informe, una massa tutta nera, ma fiera, pregna di chi non è più, carica sì, sudata di chi ha sudato, ha sofferto, ha sperato e poi, solo dopo tanto ansimare, ha dato il commiato ed ora… …ora lì nel buio, più fitto dell’Erebo. Quella terra è il Silenzio, il Silenzio di un cimitero al calare delle tenebre. Quel Silenzio sapora di voglia slavata, di foglie ingiallite, sorrisi spenti, lame entro la carne della propria carne, eroi dal piede bloccato, cortili non più abitati, bocche aride, amori finiti…finiti, sì, sotto una montagna di cenere, un’anima intanto, totalmente annerita, sente…è la fine. Come rispondere alle innumerevoli domande dell’artista-artigiano?
Piantarsi davanti alle tele, con esse misurarsi per potere
immaginare, con una sorta di legge di contrappasso, immaginare che
quei colori tetri assumano altri toni, toni brillanti, carichi di
calore, sprizzanti gioia, desiderio di esserci con la carne e con lo
spirito; immaginare che quelle forme informi acquistino misura
d’uomo, l’uomo dal pensiero biocentrico e non assolutamente
logocentrico, uomo consapevole del destino tragico e lo accetti al
solo fine di poter vivere e non sopravvivere. Si tratta di accettare
qualunque emozione (a vecchiaia inaridisce spegne o dissolve ogni
emozione), sia che venga dall’autostrada (dal mondo esterno) sia che
baleni dal profondo nascosto, perché ogni immagine emozionale è
concessa dagli dei (Afrodite offre bellezza e amore); le emozioni
concesse da Ade o da Nemesi si accettino, speranzosi che in realtà
il continuum della vita è un discretum, tra crepe varchi e mutamenti
spesso rivoluzionari.
Lucia Arsì |
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