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Ricorrendo alla Prammatica della regina Maria della fine del XIV secolo,
che prevedeva l'esproprio per pubblica utilità, il Senato cittadino
volle rappresentare e rendere visibile il decoro e la dignità che gli
erano propri, ritenendo disdicevole al suo ruolo il medievale palazzo di
via del Consiglio Reginale, poco rappresentativo e defilato rispetto al
sito dove in assoluto, idealmente e materialmente, il potere religioso e
nobiliare aveva sede e, cioè "il piano della Cattedrale", l'odierna
piazza del Duomo. Agli inizi del Seicento, quindi, il Senato cittadino
esplicita questa sua esigenza di adesione ai contenuti che sentiva di
rappresentare, dando il via ad un'opera di riqualificazione urbanistica,
espropriando e abbattendo alcune "domunculae e case terranee" per
erigere la Domus Universitatis {civium), la casa di tutti i cittadini.
La costruzione dell'edificio, affidata al miglior professionista in
assoluto esistente sulla piazza, Giovanni Vermexio, sarà, in quest'opera,
espressione altissima della sua geniale creatività, dimostrando,
altresì, di prestare attenzione alle corde dell'anima della città che
nella grecita massimamente si riconosceva e che con la più alta
espressione di essa - il nobilissimo, dorico tempio di Atena - era
abituata a vivere e a sentire. L'edificio, perciò, pur presentandosi
adeguatamente "moderno" quale il gusto non passatista del tempo
richiedeva, palesa nella sua compatta struttura, l'armonia e
l'equilibrio che solo l'antica sapienza aveva compiutamente praticato,
dimostrando non tanto di percorrere quella via che Umanesimo e
Rinascimento avevano aperto, quanto la raffinata comprensione
intellettuale del modello greco, la quale permette all'edificio di
consonare con il vicino, celebre tempio, senza aver rinunciato a
connotazioni di gusto avanzato in sintonia con il presente. Fu questo
che il Senato cittadino, cioè la classe dirigente, e l'architetto
Giovani Vermexio offrirono alla cittadinanza interessata a percorrere la
via della modernità che il Seicento annunciava e imponeva. L'antico era
il passato, quello che si voleva superare, ma l'antichità e, cioè, la
Siracusa greca, era quanto ci si accingeva a riscoprire e a coltivare.
Ora il Senato cittadino e, cioè, un Sindaco e una Giunta si sono
riproposti di portare a compimento l'apparato decorativo del Salone di
rappresentanza del Palazzo non solo per un'esigenza filologica in
rapporto alle previsioni decorative organiche alla struttura
architettonica, ma per aderire al sentire della pubblica opinione che
sempre più avverte il rapporto con le antiche, profonde radici della
comunità, le quali portano inevitabilmente al mito come matrice
dell'identità siracusana.
Anche questa volta la pubblica committenza ha voluto affidare a un
artista, il pittore Paolo Morando, il prestigioso incarico di creare le
decorazioni pittoriche di cui il Palazzo era ancora privo e in sintonia
con il progetto delle decorazioni concepito, negli anni '50,
dall'Architetto Gaetano Rapisardi, in parte realizzato negli stucchi di
fregio dal Prof. Venturini. Furono allora pure commissionati al Regio
Opificio di San Leucio i damaschi di seta verde che ricoprono le pareti,
decorati con eleganti simboli di Siracusa quali il papiro, la cornucopia
e lo stemma cittadino. A completamento dell'arredo si ordinarono alle
fabbriche di Murano gli splendidi, sontuosi lampadari, prodotti unici,
eseguiti su disegni dello stesso Rapisardi.
Paolo Morando dal 2001 si è dedicato alla realizzazione del ciclo
pittorico che ancora una volta riproporrà alla comunità le
rappresentazioni figurate dei miti, memoria della felicità antica, base
e fondamento della storia di Siracusa.
Il Pittore affonda nel mito, nei suoi oscuri e ingannevoli presagi
"discendendo nelle viscere buie dell'ancestralità, nel terriccio arcaico
che ci sta alle spalle" rendendo percepibile il coagulo dei sentimenti
degli uomini, in quella frontiera fremente in cui è cresciuta e si è
formata la nostra civiltà. Così la decorazione non è più favola, ma
primigenio veicolo figurato, oratorio di allegorie.
I simboli primordiali di acqua, aria, terra e fuoco parlano dei giorni e
degli eventi (èrga kaii eméra) del principio, quando il vitalismo
cosmico era percorso da metamorfosi.
II Pittore sente la vicinanza profonda ai luoghi sacri del mito, guidato
"dall'antico anelito della classicità": i valori formali sono impregnati
dalla tradizione, ambientati in un paesaggio naturalistico dove ogni
forma della natura è evocativa di concetti astratti che sono tuttavia
"il paradigma sapienziale dei riferimenti dell'uomo". Le figurazioni pur
obbedendo a "regole" compositive partecipano di movimenti tali per cui i
solidi corpi - l'ex-territa Proserpina, le silvestri compagne di
Artemide, il fluviale Anapis come l'amorosa Ciane e le superbe fanciulle
Callipigie - sembrano sgusciare silenti, quasi sorpresi di assistere,
allusivi, ai prodigi di cui essi stessi sono attori.
Fiorenti corpi femminili, poderosi corpi maschili, danno monumentalità
alle rappresentazioni mitiche, ma la resa naturalistica è connotata da
una vena di fine espressionismo.
Il mitico pantheon raffigurato non è più favola, né rappresentazione
talché è possibile dire, con Tornasi di Lampedusa, che "Nell'affresco
del soffitto si risvegliano le divinità".
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IL
MITO DELLE FANCIULLE CALLIPIGIE
(collocato nella parete a sud)
1. Le Fanciulle ostentano la loro avvenenza mentre alcuni amorini ne
svelano la leggiadria
2. Afrodite appare recando nella mano una mela d'oro, simbolo del premio
da attribuire. La Perla posta tra i capelli è insieme simbolo di pura
bellezza e della Sua origine dalla spuma del mare.
3. Il Vasaio è spettatore, quasi inconsapevole, della vicenda vissuta
dalle figlie. Tra i suoi vasi volge lo sguardo ad un paesaggio a noi
noto, oltre il tempo. Ecco il luogo d'accesso al Porto di Siracusa, le
due colonne dell'Olympieion e la barca che si culla tra le onde di un
mare eterno, testimone dell'evento e degli eventi a venire.
Riflessione:
Siracusa antica vantava tra i più abili e creativi artigiani -artisti
del mondo classico e, in particolare, noti ed apprezzati erano i suoi
magnifici vasi che, per la loro armonia, evocavano l'incanto delle belle
forme femminili delle Siracusane, anch'esse ambite ed ammirate in ogni
dove.
Nonostante il riferimento al tempio di Afrodite in rapporto al mito
delle Callipigie finora non è stato rinvenuto alcun edificio sacro alla
dea della quale, peraltro, in piena Acradina, fu rinvenuta, come è noto
la famosa statua detta Venere Landolina.
Domina il Rosso in questo dipinto. Quello del fuoco alimentato nella
fornace del Vasaio, vivo e potente come l'ardore dell'Amore e delle
Passioni.
FUOCO
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