Da "LA PESTE DEL SONNO"
di Anselmo Madeddu

EDIZIONI DELL'ARIETE SIRACUSA
  
   



Titolo:
Autoritratto, 1931 ca.
Dimensioni:
cm. 73x57
Tecnica:
olio su tela
Collezione:
Roma, Archivio Trombadori-Villa Strohl-fern

Francesco Trombadori
(Pittore — Siracusa 1886 - Roma 1961)

La luce di Ortigia in un pennello
Al tempo in cui il sole e la luna scandivano più lentamente le giornate degli uomini, nelle bianche e assolate strade di Ortigia il profumo era di pane appena sfornato, o di nasse di pescatori, o di vernici di artigiani, i suoni erano di martelli di fabbri, di seghe di falegnami, o di officine di stagnini. Allora il vecchio scoglio possedeva suoni e profumi di mestieri antichi, coi quali, sol che si fosse voluto, sarebbe stato possibile ridisegnare persino una mappa topografica o, per meglio dire, una mappa "toposmica" e "topofonica" dei luoghi fisici e mentali.
 In quel tempo un uomo, Antonino Trombatore era il suo nome, modellava pupi da presepio e vendeva libri in una bottega della via Maestranza all'angolo con via Roma. Suo padre Giuseppe era stato incisore e rilegatore di libri, mentre un suo prozio Gaetano, monaco del Convento di San Francesco, era stato un valoroso ceroplasta alla maniera dello Zumbo, mestieri che si tramandavano in famiglia almeno dal principio dell'Ottocento. Le cronache ricordano persino un Giuseppe Trombatore, valente pittore allievo del Preti ed attivo a Napoli nel Seicento.
Tra la fine del secolo scorso e l'inizio di quello corrente, la casa di Antonino Trombatore era diventata il salotto letterario di Ortigia, il vero centro di diffusione della cultura moderna, l'unico luogo della città dove era possibile "comprare" cultura, dove le arti e le lettere avevan preso fissa dimora. Fu in quella casa che nacquero i fratelli Francesco e Gaetano Trombatore, che un singolare destino volle uomo d'arte il primo e di lettere il secondo. Francesco si affermò come pittore a Roma, dopo il cambiamento dell'originario cognome con quello più conosciuto di Trombadori. Gaetano, insigne critico letterario, tenne la cattedra di letteratura italiana dell'Università di Milano.
Francesco Trombadori, dunque, si distinse come pittore nella capitale, lasciando la Sicilia a ventun anni. Ma della città natia, di quella "profumata" città bianca e solare abbagliata dal suo stesso mare nella classica compostezza delle sue linee antiche, Trombadori si portò dietro non soltanto il ricordo dei "profumi", ma anche la luce, l'inconfondibile luce di Ortigia che imprigionò per sempre nel suo pennello.
"Del suo nascere a Siracusa — scrisse Leonardo Sciascia — degli anni dell'infanzia e della prima giovinezza che vi ha passato, del suo esserci anche standone lontano, la pittura di Trombadori è ineffabilmente, segretamente intrisa...: anche dipingendo assiduamente Roma, nella sua Roma c'è, come per essenza, Siracusa. Quel che piaceva a Roberto Longhi delle vedute romane di Trombadori... è appunto in questa essenza, che chi conosce e ama Siracusa non stenterà a cogliere.
 Omaggio più bello non poteva certo fare un pittore alla città di Lucia, la Santa per eccellenza della "Luce".

Da Siracusa all'Accademia
delle belle arti di Roma

Francesco Trombadori nacque a Siracusa il 7 aprile 1886 da Antonino e da Concetta Randazzo in via Maestranza, nella casa soprastante il negozio del padre, all'angolo con via Roma. Fu il primo di quattro fratelli. Uno di questi, Giuseppe noto antifascista siracusano, morì giovane in seguito alle sofferenze impostegli dalla persecuzione fascista. Francesco fu subito attratto dall'arte e dall'attività del padre, che oltre ad occuparsi di libri, modellava appunto pupi da presepio. Si racconta che un giorno il giovanotto fu particolarmente affascinato da un capolavoro del Caravaggio presente a Siracusa, "II seppellimento di Santa Lucia", rimanendo così a lungo a contemplarlo da rincasare tardissimo, nonostante la minaccia degli scapaccioni del padre. Compiuti gli studi presso la Scuola Tecnica "Archimede" Trombadori si diplomò nel 1906, dopo aver frequentato la Scuola d'Arte della sua città, che insieme alla suddetta "Archimede" e al liceo "Gargallo" era una delle tre scuole superiori allora esistenti a Siracusa. La Scuola d'Arte aretusea fu il punto d'incontro di una nutrita schiera di artisti siracusani tra i quali si distinse per le sue doti lo scultore Pasquale Sgandurra.
A questa scuola e all'esempio di questi artisti il giovane Trombadori non dovette restare certamente in- differente e nel 1907 all'età di ventun anni decise di trasferirsi momentaneamente a Roma per seguire i corsi dell'Accademia di Belle Arti e della Scuola libera del nudo. Seguì l'insegnamento di Giuseppe Cellini, esponente della tradizione "purista" e strinse amicizia col pittore Mario Broglio. Terminati gli studi, nel 1911 tornò a Siracusa dove nel foyer del Teatro Massimo tenne la sua prima mostra personale.
I giornali siciliani cominciarono ad occuparsi delle sue opere e in quell'occasione un cronista locale commentò con entusiasmo: "Un primo tentativo di mostra e un primo pittore siracusano!... Oggi questo giovane preannuncia le sue buone attitudini, ed è nostro dovere incoraggiarlo, incitarlo più che è possibille". L'anno dopo, ormai ventiseienne tornò definitivamente a Roma legandosi d'amicizia all'esponente del divisionismo romano Enrico Lionne.

 L'iniziale adesione al "Divisionismo"
Affermatesi tra l'ultimo ventennio dell'Ottocento e i primi quindici anni del Novecento, il Divisionismo italiano aveva preso le mosse dal "Pointillisme" francese di Seurat e Signac adottandone il principio della scomposizione del colore, e sviluppandosi in senso prefuturistico con Boccioni e in chiave più intimistica con lo stesso Lionne. Il giovane pittore siciliano cominciò a esporre nella galleria di Anton Giulio Bragaglia in via Condotti e partecipò alla Secessione romana del 1913, prima col nome d'arte Franz D'Ortigia e poi con quello definitivo di Trombadori. La galleria di Bragaglia fu un notevole cenacolo di cultura per gli intellettuali romani, e non solo per il mondo della pittura ma anche quello del teatro (con Bragaglia, ad esempio, lavorò a lungo l'attore siracusano Salvo Randone). Del 1919 è "Siracusa mia!", una luminosa veduta del teatro greco e di Ortigia, che rappresenta il capolavoro della fase divisionista e post-impressionista dell'artista siracusano. Nel luglio del 1916, intanto, Trombadori sposò a Roma nella Chiesa di Santa Maria in Transpontina la siracusana Margherita Ermenegildo, figlia del direttore dell'orchestra municipale di Siracusa, il Maestro Francesco Ermenegildo, un piemontese di Alba giunto a Siracusa nel 1880 al seguito dell'esercito regio. Dal matrimonio sarebbero nati Donatella e Antonello (noto critico d'arte e Senatore della Repubblica da poco scomparso). Partito per la guerra nello stesso anno Trombadori fu ferito sul Podgora nella battaglia per la presa di Gorizia. Ai tempi della guerra, il pittore andò ad abitare nella Villa Strohl-Fern, la storica residenza adiacente a Villa Borghese, i cui alloggi il proprietario, un francese innamorato dell'Italia, concedeva agli artisti e agli uomini di cultura. In quella Villa-Parco, autentica cittadella dell'arte, Trombadori risiedette prima al numero 24 e in seguito al 12, avendo per coinquilini artisti del valore di Socrate, Guidi, Donghi, Barilli, Brozzi, Martini, Bocchi. Dal 1921 cominciò a insegnare disegno al- l'Istituto Tecnico di Civitavecchia, attività che avrebbe poi continuato fino alla tarda età al Liceo "Tasso", al "Leonardo" e in altri Licei romani. Da qualche anno, intanto, Trombadori aveva preso a frequentare la cosiddetta "Terza Saletta" del Caffè Aragno, il più importante cenacolo culturale degli intellettuali romani, che più tardi vide tra gli altri anche la presenza dei siracusani Corrado Sofia, Alfredo Mezio e Laura Di Falco. Anche Elio Vittorini, giunto da Siracusa nel 1929 con una lettera di presentazione di Francesco Lanza, fu introdotto, seppure per breve tempo, da Trombadori nel salotto culturale del Caffè Aragno
. "La saletta o meglio il salone di questo caffè - scrisse Sofia - era diventato una stazione di frontiera fra nord e sud. ...Trombadori come un esperto ambasciatore rappresentava la nostra isola. Le sale comin- ciavano ad essere frequentate da un crescente numero di intellettuali provenienti dalla Sicilia. Oltre a Brancati, che fu uno degli ultimi ad arrivare, basterà ricordare Aniante, Guttuso, Èrcole Patti, Alfredo Mezio, Elio Vittorini, Rodolfo De Mattei, Francesco Lanza. Una intelligenza che si assiepava attorno al nostro pittore non perché egli avesse bisogno del loro sostegno, ma perché accanto a lui sentivano di respirare l'aria delle proprie vigne, dei propri aranceti'.
Al Caffè Aragno Trombadori conobbe nel 1922 i poeti Vincenzo Cardarelli, Riccardo Bacchelli e Giu- seppe Ungaretti, e strinse così amicizia con gli scrittori della "Ronda", il movimento letterario che in contrapposizione al futurismo auspicava la restaurazione della tradizione classica della letteratura italiana, atteggiamento culturale che in arte corrispondeva in gran parte alla corrente dei "Valori Plastici". A questa nuova corrente artistica Trombadori aveva già aderito qualche anno prima quando il suo teorico, Mario Broglio, aveva manifestato la chiara volontà di un ritorno all'ordine formale e al recupero della grande tradizione pittorica italiana del Tre-Quattrocento.


 La fase neopurista dei "Valori Plastici"
e del "Novecento italiano"

 Dall'iniziale "Divisionismo", dunque, Trombadori negli anni Venti cominciò a maturare la sua ferma adesione ad un "neoclassicismo", o per meglio dire ad un "neopurismo" che l'avrebbe portato ben presto a figurare tra i nomi del cosiddetto "Novecento italiano". Appartengono a questa seconda fase della pittura trombadoriana le sue nature morte e le sue ellenizzanti "Venere" dalle linee rigorosamente neoclassiche.
Gli anni della sua adesione ai "Valori Plastici" lo videro giovane compagno di percorso di De Pisis, Ziveri, Carrà, Morandi e soprattutto del suo grande amico Giorgio De Chirico. E con questi pittori oltre che con Sironi, Casorati, Tosi, l'artista siracusano partecipò nel 1924 alla mostra dei "Venti artisti italiani" nella Galleria Pesaro di Milano. Nello stesso anno fu ammesso per la prima volta alla prestigiosa Biennale di Venezia, dove sarà poi invitato fino alla morte. Nel 1926 fu invitato ad esporre all'inaugurazione milanese della mostra del "Novecento italiano". Da allora Trombadori fu assiduamente chiamato a rappresentare anche all'estero il nuovo movimento italiano: nel 1930 alla Kunstalle di Berna e al Museo di Buenos Aires, nel 1931 a Stoccolma e a Baltimora negli U.S.A., nel 1932 al Museo di Oslo, e quindi di seguito a Berlino, a Budapest, a Varsavia, ad Atene e a Copena- ghen. In quegli anni oltre alle sue mostre si dedicò anche all'attività di critico d'arte. Furono sue le prime significative segnalazioni in Italia dei nuovi talenti Scipione, Mafai e Guttuso. Il "Novecento italiano", partito dalle stesse premesse dei "Valori Plastici" e del "Neopurismo" e improntato al recupero della perfezione formale, dello stile pulito della grande tradizione italiana rinascimentale, fu ben presto assorbito dalla critica di parte fascista e finì spesso col ridursi ad una semplice e deteriore espressione di arte celebrativa del regime. Ma "Trombadori non fu mai un celebrativo", osservò giustamente Roberto Longhi, e la sua pittura rimase sempre fedele allo spirito iniziale dei "Valori Plastici" senza mai cadere nella facile retorica fascista, esprimendo, semmai, una pura esigenza di "realismo". Sul piano politico, poi, la sua chiara ostilità verso il regime gli procurò non pochi grattacapi e nel 1944 l'artista fu persino arrestato dalla Banda Koch che operava a Roma al servizio dei tedeschi e dei fascisti, e che tentò invano di strappargli notizie sul figlio Antonello, esponente della resistenza ricercato dalle "SS".

 Le vedute "Neometafisiche" di Roma e Siracusa
 nell'ultima fase dell'arte trombadoriana

Dal 1945, subito dopo la fine della guerra, ebbe così inizio la terza definitiva fase della pittura tromba- doriana. Superate le prime due esperienze, divisionista e neopurista, Trombadori si dedicò totalmente ad una pittura di paesaggio dal vago sapore neometafisico, che ebbe per epicentro tematico le liriche vedute di Roma e di Siracusa, e che incontrarono il più caldo ed entusiastico consenso del critico Roberto Longhi. A questo terzo e ultimo periodo si riferiva Sciascia quando parlava della raffigurazione di una Roma che aveva dentro, come per essenza, Siracusa. Era una Roma incantata e inconsueta, illuminata da una luce insolita, "d'alto meriggio", una luce che Trombadori s'era portato da casa, come se Roma fosse stata inondata dalla mediterranea luce di una città marina di bianche pietre calcaree: era la luce di Ortigia! Dal 1950 Trombadori iniziò a fare il pendolare fra Roma e Siracusa, tornando almeno due volte l'anno nella città natale ad attingere luci e colori per le sue tele. L'ultimo suo sog- giorno siracusano avvenne due mesi prima della morte. Tra le principali mostre personali dell'ultima fase meritano grande attenzione quella del 1951 alla Galleria del Pincio, quella alla "Tartaruga" del 1955 e quella alla "Galleria Russo" del 1961. Francesco Trombadori, così, morì a Roma il 24 agosto del 1961. Al suo capezzale quel giorno si trovava ad assistirlo Renato Guttuso, il pittore "scoperto" dallo stesso Trombadori e al quale l'artista siracusano sembrò lasciare quasi l'eredità spirituale della grande pittura siciliana del Novecento. Dopo la sua morte molte città italiane gli dedicarono mostre retrospettive, e tra queste anche la sua Siracusa (nel 1976). "Ci sono certi pezzi di Trombadori che non possono fare a meno di richiamare alla mente pagine di Bacchelli e di Montano, scrisse Mucci pensando agli esordi "rondisti" del pittore aretuseo. Ma ancor più propriamente potrebbe dirsi che in molte tele di Trombadori sono imprigionate come per magia le invenzioni letterarie di Vittorini e i versi di Quasimodo, ci sono cioè quelle luci e quelle atmosfere della Siracusa di inizio secolo che non è difficile cogliere nelle pagine del "Garofano rosso" o tra le rime di "Erato e Apollion". Il contributo di Trombadori alla grande stagione pittorica del Novecento italiano fu notevole. Attraverso il percorso della sua vita è possibile oggi seguire le esaltanti vicende di un cinquantennio di arte italiana contemporanea.
Leonardo Sciascia scrisse che "se volessimo scrivere una biografia immaginaria di un pittore... che coincida con la storia di una società, dei movimenti culturali che vi si producono, della ricerca di nuove o ritrovate forme espressive e insomma con la storia della pittura in Italia tra le due guerre; se volessimo scriverla, i dati in cui si dissolverebbe l'immaginazione finirebbero con l'essere quelli della vita di Francesco Trombadori".
Alcuni anni prima che morisse, Trombadori fu richiesto da Scheiwiller di un giudizio su quell'arte ita- liana contemporanea che lo vide fra i principali protagonisti. E il pittore siracusano scrisse: "...Questo è un tempo ancora caotico per l'arte italiana. Moderna non è certo l'arte perché rispecchia il nostro tempo, che allora si tratterebbe di una questione di moda e formale. È arte moderna come è anche antica, solo quella che riesce ad esprimere l'essenziale verità delle cose con profonda umanità e spiritualità".

Il giudìzio della critica: da De Chirico a Longhi
Non si può iniziare una breve carrellata dei giudizi della critica sull'opera di Trombadori prescindendo dall'affettuoso ricordo lasciatoci dal suo amico pittore Giorgio De Chirico: "lo conobbi Francesco Trom- badori negli anni che seguirono la prima guerra mondiale. Lo conobbi in quella cosiddetta terza saletta del Caffè Aragno in Roma, ove convenivano pittori, scultori, giornalisti e scrittori, e in genere intellettuali. Egli era un uomo simpatico, cordiale, e anche spiritoso, diventammo presto amici. ...Nel 1923 eseguì il ritratto dell'attrice Giovanna Scotto che fu acquistato dalla Casa Reale. Questo ritratto si trova oggi negli uffici di contabilità della Presidenza della Repubblica. Sarebbe ora che lo si mettesse in un luogo più adatto a un'importante opera d'arte quale esso è. ...La pittura di Trombadori possiede grandi qualità di mestiere e di sensibilità pittorica. I suoi quadri di frutta, i suoi paesaggi, le sue vedute di Siracusa e di Roma, i suoi nudi, sono tutti eseguiti con grande sensibilità e grande mestiere. La sua scomparsa mi rattristò molto. Ma la sua opera vivrà poiché è un'opera di valore".
 Assai interessante è anche il parere di Velso Mucci: "Si tratti di una veduta di Roma archeologica o di un paesaggio della campagna romana o di una marina di Siracusa e persino di un aspetto della Roma umbertina o contemporanea, la prima impressione che si ha guardando un quadro di Francesco Trombadori è quella di un mondo fatto e rifinito dagli uomini fino a qualche istante prima che il pittore desse mano ai pennelli, ma ora per sempre e assolutamente spopolato. ...Trombadori ha portato al limite estremo di bellezza, di gelo e di rifinitura, una delle esigenze più elementari della pittura metafisica.
 Il siracusano Alfredo Mezio per meglio sottolineare la spontanea e naturale adesione alla classica Roma di quel pittore siciliano proveniente dalla classica Siracusa, definì Trombadori "un romano di Caracalla, o per dirla in parole povere un cittadino d'importazione".
Una testimonianza diretta dell'epoca ci viene da Libero De Libero: "Trombadori fu il nome di artista che più piaceva al mio orecchio di ragazzo, ogni volta che lo leggevo nelle cronache delle mostre romane; in quel paio di giornali che mio padre portava a casa, quel suo nome sonoro ricorreva spesso tra quello di Bartoli, Cocchi, Ferrazzi, Francalancia, Guidi e Socrate, e di tanto in tanto si ritrovava la riproduzione di un suo quadro di paesaggio, di natura morta o ritratto. Erano gli anni dal 1920 al 7925.Negli anni a cavallo tra le due guerre lo scrittore Aniante ebbe a scrivere che Francesco Trombadori fu il primo pittore degno di considerazione che rappresenti la Sicilia in questo periodo di rinnovamento dell'arte nazionale" .
Secondo Giuseppe Quatriglio, inoltre, "Trombadori si caratterizza come protagonista del rinnovamen- to dell'arte del Novecento, sensibile come fu alla sirena del neoclassico e alle spinte verso il purismo. Intellettuale raffinato oltre che pittore, Trombadori trasformò la sua residenza di villa Strohl-Fern in un cenacolo cui parteciparono, tra gli altri, Brancati, De Chirico, Cardarelli e Maccari". E nel commentare la "Fanciulla nuda" (1934) della galleria "Restivo" lo stesso Quatriglio si ricollega al noto giudizio di Sciascia sulla luce ' trombadoriana: "La luce morbida che si riverbera dal quadro sembra la stessa cui il giovane Trombadori era abituato nella nativa Ortigia. Ed è anche un omaggio alla classicità".
Davvero illuminante è il parere di Maurizio Fagiolo sulla luce metafisica della pittura di Trombadori:
"... Un quadro che aveva esposto alla Biennale di Venezia del 1928 si intitolava Alba e Dordrecht (Olanda): il sogno della nordica precisione generava quadri nei quali il tema di fondo era la luce con le sue variazioni quotidiane. Quella desiderata Olanda la ritrovava poi nella sua terra: un quadro come Saline in Sicilia esposto alla Biennale di Venezia del 1932 si attardava su veri mulini a vento e probabili polder. Ora, nella capitale ingrata, ritrova la vera luce di quella Olanda che non conosceva ma che aveva sempre coinciso con la luce netta e fascinosa del suo paese del sud. Alba olandese, aurora boreale, macchie di sole: tutto scompare. Le sue cento visioni di una Roma mai esistita non sono altro che l'epifania della luce, la metafisica della metafìsica, la descrizione probabile della mediterraneità". Sempre alla particolarissima luce della metafisica pittura trombadoriana è ispirato anche il giudizio di Corrado Sofia: "La città sulla quale Trombadori in cento opere proietta con discrezione quanto gli rimane degli specchi ustori di Archimede rivela nel subcosciente dell'artista le ultime risorse dell'antico mondo greco. ...Antonio Boldini, Emilio Cocchi, legati alla Roma classica, non avrebbero ammesso che un siracusano dei nostri giorni si impadronisse della città, non avrebbero intuito cosa lo spingeva a farsene illustratore, quale era il segreto significato che egli dava alla luce. Longhi, invece, ne raccolse subito il messaggio. ...La luce di Ortigia avrebbe illuminato le sue tele durante tutto l'arco dei suoi anni. ...Una luce che gli era penetrata nel sangue fin dall'infanzia e lui stesso elargiva come un dono prezioso. ...La fedeltà alla luce, la continuità nel trasmetterla fa di Trombadori uno dei maggiori interpreti di un Novecento che merita di essere ancora approfondito e studiato". E in un altro passo lo scrittore afferma: "Nella memoria degli anni in cui Trombadori visse e operò a Roma, quando artisti e scrittori trovavano il tempo di incontrarsi, e discutevano, si controllavano, polemizzavano tra loro riuscendo a creare nel vivace clima del primo dopoguerra una memorabile stagione per l'arte italiana, il nostro figura tra gli esponenti maggiori".
Assai suggestivo è il ricordo lasciatoci da Corrado Maltese: "Incontrai per la prima volta Francesco Trombadori nel 1942. ...'Vedi — mi disse — un vero pittore si riconosce dal modo di dipingere i neri. Questi neri (e mi indicava i punti chiave di una sua natura morta) sono colore, non sono vernice di carrozza'. Il mio sguardo dovette illuminarsi perché lo vidi di colpo felice e sorridente. La frase mi aveva permesso di collegare istantaneamente tutti i chiaroscuri, tutte le ombre, tutti i grigi di Francesco Trombadori: tutti i suoi neri morbidi, dolcemente vellutati, che non sono 'neri da carrozza' perché nascono dall'azione della luce nello spazio e sono 'neri' non perché cancellano su una superficie la luce e i colori, ma perché rappresentano la sparizione e la riapparizione infinitamente modulata della luce e dei colori nello spazio. ...La battuta sulla 'vernice da carrozza' fu per me una grande lezione: l'ho sempre ricordata e mi servì a com- prendere, quando potei vederli dal vero, Caravaggio e Velasquez, Goia  e Monet".
Concludiamo dunque questa breve carrellata di giudizi con quello, più volte citato, che espresse su Trombadori il grande storico dell'arte Roberto Longhi nella sua opera "Da Cimabue a Morandi": "Solitamente vestito di nero, moresiculo, Trombadori non era però punto funereo, anzi quietamente allegro, di poche parole, ma sempre bene informato. ...E mi meravigliò il suo singolare purismo ...l'inclinazione nordica all'olandese. ...Ne Trombadori fu mai un celebrativo. ...In una retrospettiva di Trombadori, credo che il suo ostinato, continuo progresso risulterà innegabile, soprattutto nei paesaggi dell'ultimo ventennio; e più ancora nelle vedute di Roma. Ne viene fuori una Roma incantata, desertica, d'alto meriggio, dove però il pieno sole è abbagliato dagli occhiali neri, quasi scambiandosi per un silenzioso plenilunio; una Roma di mezza macchia senza, o quasi, figure; una Roma prima di quell'età dei posteggi che l'ha cancellata assai più delle tante demolizioni. Dove si sarebbe rifugiato Trombadori, per continuare a vedere e a dipingere, se quell'età l'avesse sopraggiunto?". Tuttavia Trombadori il suo rifugio l'aveva già trovato: la sua infanzia, Ortigia, la sua "luce".
Oggi la sua opera immortale "abita" a Roma, nel museo "Francesco Trombadori", quel museo che la capitale ha voluto dedicare al grande artista in via di Villa Ru. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


"Ritratto della madre con la Cattedrale di Siracusa" 1942
Dimensioni: cm 87x 80
Tecnica: olio su tela
Collezione privata di Conegliano Veneto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Fonte Aretusa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


"Siracusa mia" ,1919,
Dimensioni: cm 133x100
Tecnica: olio su tela
Collezione privata

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PASQUALE SGANDURRA

 

  
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