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LE FORME DEL MITO
Corrado Di Pietro
Il Mito è essenzialmente una storia di dei e di semidei che hanno
compiuto gli atti primigenei della creazione e della ri-creazione; anzi
il mito è la storia per eccellenza che narra l’essenza dell’universo,
della sua nascita e del suo divenire.
Etimologicamente significa ‘discorso’ e viene dal greco mythos che non
poco ha in comune con logos: i due termini rimandano alla parola, alla
narrazione, al cuore stesso del pensiero che prende forma e si esprime.
E il pensiero scaturisce dall’idea e dall’intuizione, le quali si
presentano all’uomo per spiegare tutto ciò che non si può capire, che
non si può vedere e che non si può neanche immaginare.
Bronislaw Malinowski definisce il mito come “la resurrezione in forma di
narrazione di una realtà primigenia, che viene raccontata per soddisfare
profondi bisogni religiosi, esigenze morali, …” e Mircea Eliade, quando
parla del ‘sacro celeste’ , nel suo Trattato di Storia delle Religioni,
è ancora più esplicito, a proposito dell’Essere Divino, fondatore di
ogni cosa: “Quel che non ammette alcun dubbio – scrive l’antropologo
rumeno – è la quasi universalità della credenza in un Essere divino
celeste, creatore dell’Universo e garante della fecondità della terra
(grazie alle piogge che versa). Questi Esseri sono dotati di prescienza
e sapienza infinite, hanno instaurato le leggi morali, spesso anche i
rituali del clan, durante la loro breve dimora sulla terra;
sovrintendono all’osservanza delle leggi, e fulminano con la folgore chi
le viola.”
Quindi, prima che nascessero la scienza e la speculazione scientifica e
prima anche della stessa filosofia, nacquero i miti e i simboli ad essi
collegati. L’uomo costruì grandi architetture di pensiero mitologico e i
moderni studi di antropologia e di religione ci hanno fatto conoscere la
ricchezza mitologica di innumerevoli popoli che hanno generato culture e
civiltà nel grande flusso della storia del genere umano.
L’uomo, dicevamo, ha raccontato con immagini e con poesia la nascita
dell’universo e la sua stessa creazione sulla terra. Null’altra
spiegazione poteva trovare l’uomo primitivo se non quella di una
immediata personificazione della natura (il sole, le stelle, la
vegetazione, il mare, il cielo ecc.) o degli stessi sentimenti come
l’amore e l’odio, la sete del potere e della conquista.
La mitologia di tutti i popoli, oltre all’Essere Celeste primigenio non
di rado è arricchita da un contorno di altre divinità che sovrintendono
ad azioni umane (la caccia, la corsa, il combattimento ecc) o a fenomeni
naturali.
Nell’affollato panorama mitologico possiamo enucleare almeno due grandi
ambiti: l’ambito cosmogonico della creazione dell’universo in tutte le
sue forme e l’ambito della ri-generazione, nel quale l’atto della
creazione si ripete e si concretizza. La maggior parte dei miti si
svolge in questi due scenari, strettamente collegati, e si svolge in un
tempo senza tempo, all’inizio del tempo stesso, in illo tempore, in quel
tempo in cui l’uomo non era ancora comparso sulla terra e le forze della
natura, così antropomorfizzate, si combattevano e si confrontavano nel
grande Caos del Cosmo.
Poi i miti si degradarono, acquistarono in qualche modo la dimensione
della storia; ciò avvenne con l’uomo, con i racconti popolari e con le
spiegazioni ch’egli dava per ogni ierofania o per ogni altro evento
naturale. I miti diventarono leggende e le leggende facilitarono e
spiegarono l’appartenenza ai clan, alle tribù, ai popoli, alle etnìe.
Ogni popolo si riconosceva in un sua propria mitologia e attraverso le
leggende costituiva l’ordine morale e sociale del clan; regolamentava i
rituali sacri che onoravano le divinità, sanciva le leggi del clan e i
comportamenti individuali, accettava la morte stessa come trapasso fra
due stati di natura in cui quello dell’aldilà era certamente il più
durevole e il più felice.
Quindi il Mito ha avuto anche una funzione didattica e pedagogica, oltre
che morale e normativa. Ma non meno importante è lo stimolo che il Mito
ha esercitato sull’immaginario individuale e collettivo. Bisognava in
qualche modo rappresentare la leggenda per farla capire e ‘vedere’ dagli
altri, per rendere esplicito ciò che era mera intuizione e per inserire
poi questa immagine, sotto forma di simbolo, nelle complesse liturgie
sacre. E quale migliore veicolo di rappresentazione poteva esserci se
non quello artistico e poetico?
Quasi tutta la storia dell’arte dei popoli di ogni latitudine è gravida
di immagini mitiche o religiose, di rimandi a cosmologie e ierofanie, di
rappresentazioni del divino e del sacro, di riferimenti a dèi che
salgono e scendono dal cielo per entrare nella storia dell’uomo; la
pittura e la scultura non sono altro che le forme stesse del mito,
almeno per gran parte della storia umana, fino a quando cioè il mito non
viene ancora degradato e diventa simbolo. Nascono così i simboli di oggi
e capiamo allora che il mito cammina nel tempo e che ha lasciato il suo
antico alto scranno per viaggiare con l’uomo e stuzzicare la sua
curiosità, la sua intelligenza, ma anche la sua passione e non di rado
anche il suo egoismo.
I miti moderni sono tanti: la Ferrari, simbolo della potenza tecnologica
e del benessere, Marilyn Monroe, simbolo della perenne bellezza, Elvis
Presley, simbolo e Mito di tante generazioni di giovani che hanno
cercato di identificarsi con lui, ma anche Hitler ed Auscwitz sono
simboli moderni del male e delle abiezioni più profonde cui può giungere
l’uomo. Quindi il Mito continua il suo cammino nella storia, anche se si
è allontanato dal sacro e si è mondanizzato.
E l’arte e la poesia lo seguono anche in questo cammino, lo
rappresentano e lo cantano perché senza di esse non potrebbe diffondersi
e rialzarsi di nuovo verso i confini dell’immaginazione.
Terra di miti fu la Grecia e con essa tutte le culture del mediterraneo
che ebbero un qualsiasi contatto con la terra di Olimpo.
E fra queste culture, la più alta espressione la riscontriamo in
Sicilia, dominata per cinquecento anni da Siracusa, la magnifica, e per
altri cinquecento da Roma, la potente. Siracusa e Roma furono tributarie
di Atene e della sua complessa religiosità olimpica, anche se anch’esse
elaborarono concezioni mitologiche proprie. Queste tre città, Atene
Siracusa e Roma, concepirono una mitologia antropomorfica, e spiegarono
ogni fenomeno naturale e sociale con leggende legate a nascite e morti
di dei e di semidei, a trasformazioni di uomini e animali in esseri
divinizzati. Sono nati così le storie complesse e intriganti di Artemide
e di Dioniso, le multiformi immagini di Proteo, la passione amorosa di
Alfeo, l’amore tragico di Ciane e la misteriosa creazione del labirinto
dove il Minotauro pretendeva i sacrifici umani.
Se qui dunque sono nati molti miti e se qui molte credenze religiose
ancora vivono sotto altre più sofisticate spoglie, allora bisogna
chiedersi cosa possiede di tanto sublime e di tanto luminoso questa
terra di sole e di antiche risonanze. Forse è la natura di questa gente,
nata per filosofare e per poetare, che dipana il filo religioso che lega
terra e cielo; la natura e l’indole dei siciliani e dei greci.
La mostra sul mito che abbiamo voluto allestire con gli amici scultori
Nello Benintende, Gianfranco Bevilacqua e Giuseppe Giardina, ha proprio
questo intento: dipanare quel filo religioso attraverso la rivisitazione
degli antichi miti greci e siciliani, riproposti artisticamente con una
sensibilità nuova e moderna, verificando se sono ancora capaci di
appassionare e di emozionare gli artisti di oggi, così smaliziati e
distanti dal vecchio classicismo formale.
A giudicare dai risultati pare proprio di sì; i miti possono ancora
parlare agli artisti se non altro come forza ispiratrice di concetti e
di simboli che ancora si dibattono nel quotidiano groviglio delle
passioni.
E possono parlare anche al pubblico moderno, perché raccontano storie
perenni, paradigmi eterni di una filosofia della vita e di una morale
sociale.
I tre artisti che presentiamo hanno lavorato per parecchi anni su questo
tema; e io con loro. Ci siamo confrontati e abbiamo molto discusso sui
simbolismo mitologico e sui temi da trattare. Queste opere sono dunque
il frutto di una ricerca formale e filosofica, oltre che antropologica e
religiosa. In ogni opera ci sono almeno due letture da fare: una di tipo
estetico che ci informa sugli stili e sulle concezioni artistiche di
ognuno; un’altra di tipo simbolico che ci riporta ai vecchi e perenni
motivi antropologici dei miti ai quali queste opere rimandano. Su questo
duplice piano tenterò di muovermi nel presentare ognuno di questi
autori.
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Nello Benintende
Il primo di questi tre
artisti è legato all’aria. Un alito d’aria, un battito d’ali, una
leggiadria di forme, una serena armonia di linee, un’emozione eterea;
così ci appaiono le sculture di Nello Benintende. E così, sospese tra
l’aria e la terra, attraversate dalla luce che evidenzia la materia,
ogni scultura ci racconta di un’arditezza di pensiero e di stile che
avevamo dimenticato nel groviglio delle forme astratte e prive di senso,
nel buio d’un pensiero senza emozioni......
continua

Gianfranco Bevilacqua
Il secondo di questi tre artisti è legato alla terra; la terra intesa
come materia costitutiva delle sculture, tutte realizzate con la creta e
avvolte da pepli e da sfoglie d’argilla cotta. Ma anche alla terra,
nella sua avvolgente dimensione sensuale.
Bevilacqua affronta il Mito per temi o per percorsi simbolici: gli Dei,
l’Amore e il Coraggio.
Gli Dei rappresentano la forza creatrice dell’universo, il motore della
storia dell’uomo se è vero che entrano in tale storia e ne condizionano
anche gli eventi. Così abbiamo Zeus ed Era, il Giove e la Giunone dei
romani...
continua

Giuseppe Giardina
Il terzo di questi artisti è legato all’uomo, alla sua intelligenza e
alla sua storia. Giardina ha una visione diacronica dell’esistenza e
ripercorre, in una forte sintesi scultorea, racconti mitologici, simboli
evocativi e riflessioni filosofiche.
Per Giardina c’è una storia dell’uomo che si degrada continuamente,
fatta di cadute, dopo la creazione, intrisa di lotta e di sconfitte,
dove il mito si fa icona stessa dell’abiezione umana.
A guardare tutte le sue opere si resta affascinati e smarriti, quasi
inchiodati da una forza stilistica e culturale che ti ammutolisce, tanto
è intensa la potenza espressiva delle immagini e dei riferimenti ai
quali rimandano. Sono terrecotte smaltate o invetriate, patinate con
tenui colori, infornate a gran fuoco per vetrificare la materia e
renderla lucente e viva...
continua
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