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PIPPO GIARDINA
Il terzo di questi artisti è legato all’uomo, alla sua intelligenza e
alla sua storia. Giardina ha una visione diacronica dell’esistenza e
ripercorre, in una forte sintesi scultorea, racconti mitologici, simboli
evocativi e riflessioni filosofiche.
Per Giardina c’è una storia dell’uomo che si degrada continuamente,
fatta di cadute, dopo la creazione, intrisa di lotta e di sconfitte,
dove il mito si fa icona stessa dell’abiezione umana.
A guardare tutte le sue opere si resta affascinati e smarriti, quasi
inchiodati da una forza stilistica e culturale che ti ammutolisce, tanto
è intensa la potenza espressiva delle immagini e dei riferimenti ai
quali rimandano. Sono terrecotte smaltate o invetriate, patinate con
tenui colori, infornate a gran fuoco per vetrificare la materia e
renderla lucente e viva.
Giardina è un intellettuale inquieto e curioso; gli piace esplorare
stili e generi diversi, misurarsi con ardite concezioni filosofiche e
religiose (La Creazione del mondo e l’Universo dei pianeti, la Storia
che racconta attraverso la mano dell’uomo e le Figure femminili degli
artisti – simboli dell’eterno femminino), indagare le tecniche di
realizzazione delle opere attraverso continui esperimenti dove la creta
costituisce la materia prima e gli smalti, le vernici, il caolino,
vestono le forme dando loro vivezza, lucidità, colore e movimento.
Tutte queste istanze le incontriamo pure nelle opere che presentiamo
dedicate al Mito; non solo al mito greco-siciliano classico ma al grande
mito che abbiamo costruito in tutti i tempi della storia umana, alle
grandi conquiste e alle civiltà. Cos’è del resto la storia dell’uomo se
non la storia stessa del mito che lo sollecita e l’accompagna nel tempo,
che lo stimola verso la ricerca e la bellezza, che lo appaga nel suo
bisogno di solidarietà col divino e col trascendente?
Di questa ricerca noi dobbiamo dar conto e Giardina, da parte sua, lo fa
attraverso la sua arte.
Vediamo quali sono le tappe di Giardina in questa ricerca.
La prima sosta la dobbiamo fare incontrando un gruppo di opere che
rimandano al peccato dei sensi: la lussuria, la passione, l’amore, la
libido: tutte figlie di Eros! A questo gruppo appartengono:Afrodite,
alla quale Giardina dedica più sculture (Afrodite
2000 -
Afrodite con il ventaglio -
Afrodite di Citera -
Afrodite e i delfini ) in una ricerca formale che va dal classico al
concettuale, emblema della sensualità e della femminilità, motore delle
passioni umane più sfrenate; Alfeo e Aretusa, la storia di un amore
negato e della nascita di una città, Siracusa, ma anche la storia di un
sentimento che vince ogni ostacolo e che si fa vita; il
Satiro
, simbolo del senso artistico e in particolare della musica, degradato a
uomo caprino;
Leda e il Cigno, la storia di un rapimento spinto dalla lussuria di
un dio, Giove, che s’invaghisce della bella Leda e la stupra. In queste
opere Giardina si sofferma con un senso di compiacimento e di eleganza.
Le opere rimandano in parte a concezioni stilistiche di tipo
tradizionale e in parte si rifanno a generi più moderni, novecenteschi,
in una felice sintesi formale.
La seconda sosta la dobbiamo fare sulle sculture che rimandano alla
storia dell’uomo e alle sue degradazioni morali: la colpa, l’astuzia, la
superbia, l’inedia, la crudeltà. A questo gruppo appartengono: Edipo,
col suo fardello di colpa e di disgrazie volute dal dio e quindi simbolo
di una predestinazione quasi coercitiva;
La Fuga di Ulisse, omaggio all’astuzia dell’uomo che riesce a
superare qualunque situazione; La vecchia Medusa, la cui superbia fu
punita da Minerva, trasformando i suoi bei capelli in serpenti; La
Notte, simbolo dell’abbandono e dell’inedia, placida dormiente a cui
sfugge la vita; infine il
Minotauro,
visto attraverso la sua solitudine e la sua trasformazione-vestizione
tragica. Di ognuna di queste opere si dovrebbe parlare molto, tanti sono
i risvolti stilistici e simbolici che sottendono, tuttavia almeno di una
dobbiamo dire qualcosa: il Minotauro. È presentato con due opere: la
solitudine e la vestizione della maschera. In entrambe le opere la
figura è quella di un uomo moderno, anzi nella vestizione si tratta
proprio di uno di noi; il Minotauro è il simbolo stesso del male, del
dolore umano, del destino tragico di singoli e di popoli. L’uomo di oggi
quante volte indossa la maschera del Minotauro? E quante volte
s’abbandona, in questa solitudine esistenziale, alla riflessione sui
peccati che commette e che lo uccidono lentamente? Giardina ci ammonisce
sui nostri comportamenti, ci supplica di toglierci la maschera del male
e della cattiveria che indossiamo ogni giorno, e lo fa con la sua
scultura travagliata, contorta, dinamica e spaziale. Queste terrecotte
hanno qualcosa di elegante e di drammatico, un sublime contrasto fra la
patina e la forma.
La terza sosta va fatta sulla dimensione religiosa, sul rapporto
uomo-dio. È il peccato contro la divinità che viene punito con la morte.
Prometeo,
simbolo di una civiltà che vuole evolversi senza la presenza di Dio;
Laocoonte, sacerdote troiano che si oppone a far entrare il cavallo
lasciato dai greci dentro le mura della città e che muore, assieme ai
figli, soffocato dai serpenti inviati da Poseidone; Icaro, la superbia
dell’uomo che vuole accedere agli alti palazzi di Dio e che si brucia le
ali e cade miseramente; La morte di un centauro, ovvero il buono e
saggio Chirone, metà uomo e metà cavallo, che ferito accidentalmente da
Eracle, muore sopra una roccia. Come si vede la morte rappresenta il
denominatore comune di queste opere ma è in Prometeo che Giardina esalta
maggiormente la sua tecnica e la cifra drammatica del simbolo. Prometeo
è legato con una catena alla rupe, inarcato il corpo con le ossa del
torace molto prominenti e le gambe ritorte verso il basso; un’aquila dal
corpo frastagliato, orrenda e truce, gli mangia il fegato; le membra
sono scarnificate e gli arti ossuti; il fuoco gli brucia accanto, rosso
nel suo guizzo fiammeggiante, contro il pallido marrone di tutto il
resto, unica nota di contrasto. Prometeo ruba agli dei il fuoco, simbolo
dell’intelligenza e della genialità, ruba la spinta per progredire nella
scala della civiltà, da sé solo, senza il consenso degli dei. Questa è
la sua più alta bestemmia. E Giardina, per rendere visibile l’affronto e
la superbia del Titano, distrugge ogni traccia del corpo di Prometeo; lo
fa diventare pietra, come la roccia che lo trattiene, lo rende arco
legato e non più aperto verso le tensioni celesti. Immagine tremenda
della più alta caduta!
C’è infine un’opera che racchiude e trascende tutte le altre: l’autore
l’ha chiamata 11 settembre 2001 ma il suo sottotitolo è più emblematico,
Il Mito Trafitto. È una torre alta una cinquantina di centimetri, un
parallelepipedo di terracotta smaltata d’un azzurro chiaro, scolpita da
tutti i lati, suddivisa in piani dove in ogni striscia si sviluppa il
racconto della civiltà occidentale: arte, storia, conquiste, religione,
teatro, grandi città, lavoro e pensiero. Sembra una torre di Babele e
nel mezzo ecco un aereo conficcato, come una freccia che oltrepassa quel
corpo e che ne uccide la stessa anima. La ferita riguarda la nostra
stessa civiltà, il più grande mito, sempre attuale, della storia
dell’uomo che si sviluppa nel tempo. Abbiamo costruito le più alte forme
di organizzazione sociale e urbana, abbiamo realizzato opere colossali
di architettura e d’ingegno, abbiamo attraversato tutti i mari e i cieli
esplorando e appropriandoci del mondo, abbiamo costruito la grande
utopia del benessere e del potere; poi è bastato un aereo per abbattere
il simbolo stesso di questo mito. L’11 settembre è la sconfitta stessa
dell’uomo, della sua intelligenza e della sua coscienza.
Giardina, in questo monoblocco d’argilla, raggiunge esiti alti e
significativi nella ricerca formale e contenutistica; il modellato si
sviluppa lungo piani che non di rado s’intersecano quasi a espandere i
simboli oltre il loro tempo e la loro dimensione, la mano appare sempre
sicura e sapiente e il risultato è impressionante nella sua dolorosa
rappresentazione.
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