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Giuseppe Giardina
Il terzo di questi artisti è legato all’uomo, alla sua intelligenza e
alla sua storia. Giardina ha una visione diacronica dell’esistenza e
ripercorre, in una forte sintesi scultorea, racconti mitologici, simboli
evocativi e riflessioni filosofiche.
Per Giardina c’è una storia dell’uomo che si degrada continuamente,
fatta di cadute, dopo la creazione, intrisa di lotta e di sconfitte,
dove il mito si fa icona stessa dell’abiezione umana.
A guardare tutte le sue opere si resta affascinati e smarriti, quasi
inchiodati da una forza stilistica e culturale che ti ammutolisce, tanto
è intensa la potenza espressiva delle immagini e dei riferimenti ai
quali rimandano. Sono terrecotte smaltate o invetriate, patinate con
tenui colori, infornate a gran fuoco per vetrificare la materia e
renderla lucente e viva.
Giardina è un intellettuale inquieto e curioso; gli piace esplorare
stili e generi diversi, misurarsi con ardite concezioni filosofiche e
religiose (La Creazione del mondo e l’Universo dei pianeti, la Storia
che racconta attraverso la mano dell’uomo e le Figure femminili degli
artisti – simboli dell’eterno femminino), indagare le tecniche di
realizzazione delle opere attraverso continui esperimenti dove la creta
costituisce la materia prima e gli smalti, le vernici, il caolino,
vestono le forme dando loro vivezza, lucidità, colore e movimento.
Tutte queste istanze le incontriamo pure nelle opere che presentiamo
dedicate al Mito; non solo al mito greco-siciliano classico ma al grande
mito che abbiamo costruito in tutti i tempi della storia umana, alle
grandi conquiste e alle civiltà. Cos’è del resto la storia dell’uomo se
non la storia stessa del mito che lo sollecita e l’accompagna nel tempo,
che lo stimola verso la ricerca e la bellezza, che lo appaga nel suo
bisogno di solidarietà col divino e col trascendente?
Di questa ricerca noi dobbiamo dar conto e Giardina, da parte sua, lo fa
attraverso la sua arte.
Vediamo quali sono le tappe di Giardina in questa ricerca.
La prima sosta la dobbiamo fare incontrando un gruppo di opere che
rimandano al peccato dei sensi: la lussuria, la passione, l’amore, la
libido: tutte figlie di Eros! A questo gruppo appartengono: Afrodite,
alla quale Giardina dedica più sculture in una ricerca formale che va
dal classico al concettuale, emblema della sensualità e della
femminilità, motore delle passioni umane più sfrenate; Alfeo e Aretusa,
la storia di un amore negato e della nascita di una città, Siracusa, ma
anche la storia di un sentimento che vince ogni ostacolo e che si fa
vita; il Satiro, simbolo del senso artistico e in particolare della
musica, degradato a uomo caprino; Leda e il cigno, la storia di un
rapimento spinto dalla lussuria di un dio, Giove, che s’invaghisce della
bella Leda e la stupra. In queste opere Giardina si sofferma con un
senso di compiacimento e di eleganza. Le opere rimandano in parte a
concezioni stilistiche di tipo tradizionale e in parte si rifanno a
generi più moderni, novecenteschi, in una felice sintesi formale.
La seconda sosta la dobbiamo fare sulle sculture che rimandano alla
storia dell’uomo e alle sue degradazioni morali: la colpa, l’astuzia, la
superbia, l’inedia, la crudeltà. A questo gruppo appartengono: Edipo,
col suo fardello di colpa e di disgrazie volute dal dio e quindi simbolo
di una predestinazione quasi coercitiva; La fuga di Ulisse, omaggio
all’astuzia dell’uomo che riesce a superare qualunque situazione; La
vecchia Medusa, la cui superbia fu punita da Minerva, trasformando i
suoi bei capelli in serpenti; La Notte, simbolo dell’abbandono e
dell’inedia, placida dormiente a cui sfugge la vita; infine il
Minotauro, visto attraverso la sua solitudine e la sua
trasformazione-vestizione tragica. Di ognuna di queste opere si dovrebbe
parlare molto, tanti sono i risvolti stilistici e simbolici che
sottendono, tuttavia almeno di una dobbiamo dire qualcosa: il Minotauro.
È presentato con due opere: la solitudine e la vestizione della
maschera. In entrambe le opere la figura è quella di un uomo moderno,
anzi nella vestizione si tratta proprio di uno di noi; il Minotauro è il
simbolo stesso del male, del dolore umano, del destino tragico di
singoli e di popoli. L’uomo di oggi quante volte indossa la maschera del
Minotauro? E quante volte s’abbandona, in questa solitudine
esistenziale, alla riflessione sui peccati che commette e che lo
uccidono lentamente? Giardina ci ammonisce sui nostri comportamenti, ci
supplica di toglierci la maschera del male e della cattiveria che
indossiamo ogni giorno, e lo fa con la sua scultura travagliata,
contorta, dinamica e spaziale. Queste terrecotte hanno qualcosa di
elegante e di drammatico, un sublime contrasto fra la patina e la forma.
La terza sosta va fatta sulla dimensione religiosa, sul rapporto
uomo-dio. È il peccato contro la divinità che viene punito con la morte.
Prometeo, simbolo di una civiltà che vuole evolversi senza la presenza
di Dio; Laocoonte, sacerdote troiano che si oppone a far entrare il
cavallo lasciato dai greci dentro le mura della città e che muore,
assieme ai figli, soffocato dai serpenti inviati da Poseidone; Icaro, la
superbia dell’uomo che vuole accedere agli alti palazzi di Dio e che si
brucia le ali e cade miseramente; La morte di un centauro, ovvero il
buono e saggio Chirone, metà uomo e metà cavallo, che ferito
accidentalmente da Eracle, muore sopra una roccia. Come si vede la morte
rappresenta il denominatore comune di queste opere ma è in Prometeo che
Giardina esalta maggiormente la sua tecnica e la cifra drammatica del
simbolo. Prometeo è legato con una catena alla rupe, inarcato il corpo
con le ossa del torace molto prominenti e le gambe ritorte verso il
basso; un’aquila dal corpo frastagliato, orrenda e truce, gli mangia il
fegato; le membra sono scarnificate e gli arti ossuti; il fuoco gli
brucia accanto, rosso nel suo guizzo fiammeggiante, contro il pallido
marrone di tutto il resto, unica nota di contrasto. Prometeo ruba agli
dei il fuoco, simbolo dell’intelligenza e della genialità, ruba la
spinta per progredire nella scala della civiltà, da sé solo, senza il
consenso degli dei. Questa è la sua più alta bestemmia. E Giardina, per
rendere visibile l’affronto e la superbia del Titano, distrugge ogni
traccia del corpo di Prometeo; lo fa diventare pietra, come la roccia
che lo trattiene, lo rende arco legato e non più aperto verso le
tensioni celesti. Immagine tremenda della più alta caduta!
C’è infine un’opera che racchiude e trascende tutte le altre: l’autore
l’ha chiamata 11 settembre 2001 ma il suo sottotitolo è più emblematico,
Il Mito trafitto. È una torre alta una cinquantina di centimetri, un
parallelepipedo di terracotta smaltata d’un azzurro chiaro, scolpita da
tutti i lati, suddivisa in piani dove in ogni striscia si sviluppa il
racconto della civiltà occidentale: arte, storia, conquiste, religione,
teatro, grandi città, lavoro e pensiero. Sembra una torre di Babele e
nel mezzo ecco un aereo conficcato, come una freccia che oltrepassa quel
corpo e che ne uccide la stessa anima. La ferita riguarda la nostra
stessa civiltà, il più grande mito, sempre attuale, della storia
dell’uomo che si sviluppa nel tempo. Abbiamo costruito le più alte forme
di organizzazione sociale e urbana, abbiamo realizzato opere colossali
di architettura e d’ingegno, abbiamo attraversato tutti i mari e i cieli
esplorando e appropriandoci del mondo, abbiamo costruito la grande
utopia del benessere e del potere; poi è bastato un aereo per abbattere
il simbolo stesso di questo mito. L’11 settembre è la sconfitta stessa
dell’uomo, della sua intelligenza e della sua coscienza.
Giardina, in questo monoblocco d’argilla, raggiunge esiti alti e
significativi nella ricerca formale e contenutistica; il modellato si
sviluppa lungo piani che non di rado s’intersecano quasi a espandere i
simboli oltre il loro tempo e la loro dimensione, la mano appare sempre
sicura e sapiente e il risultato è impressionante nella sua dolorosa
rappresentazione.
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