Organizzazione Galleria Roma  via Maestranza 110  Siracusa

PIPPO GIARDINA

Orario mostra
Tutti i giorni dalle ore 9 alle ore 13 e dalle ore 16 alle ore 20

 

|Nello Benintende |Gianfranco Bevilacqua | Pagina Iniziale | Galleria Roma |


Giuseppe Giardina

Il terzo di questi artisti è legato all’uomo, alla sua intelligenza e alla sua storia. Giardina ha una visione diacronica dell’esistenza e ripercorre, in una forte sintesi scultorea, racconti mitologici, simboli evocativi e riflessioni filosofiche.
Per Giardina c’è una storia dell’uomo che si degrada continuamente, fatta di cadute, dopo la creazione, intrisa di lotta e di sconfitte, dove il mito si fa icona stessa dell’abiezione umana.
A guardare tutte le sue opere si resta affascinati e smarriti, quasi inchiodati da una forza stilistica e culturale che ti ammutolisce, tanto è intensa la potenza espressiva delle immagini e dei riferimenti ai quali rimandano. Sono terrecotte smaltate o invetriate, patinate con tenui colori, infornate a gran fuoco per vetrificare la materia e renderla lucente e viva.
Giardina è un intellettuale inquieto e curioso; gli piace esplorare stili e generi diversi, misurarsi con ardite concezioni filosofiche e religiose (La Creazione del mondo e l’Universo dei pianeti, la Storia che racconta attraverso la mano dell’uomo e le Figure femminili degli artisti – simboli dell’eterno femminino), indagare le tecniche di realizzazione delle opere attraverso continui esperimenti dove la creta costituisce la materia prima e gli smalti, le vernici, il caolino, vestono le forme dando loro vivezza, lucidità, colore e movimento.
Tutte queste istanze le incontriamo pure nelle opere che presentiamo dedicate al Mito; non solo al mito greco-siciliano classico ma al grande mito che abbiamo costruito in tutti i tempi della storia umana, alle grandi conquiste e alle civiltà. Cos’è del resto la storia dell’uomo se non la storia stessa del mito che lo sollecita e l’accompagna nel tempo, che lo stimola verso la ricerca e la bellezza, che lo appaga nel suo bisogno di solidarietà col divino e col trascendente?
Di questa ricerca noi dobbiamo dar conto e Giardina, da parte sua, lo fa attraverso la sua arte.
Vediamo quali sono le tappe di Giardina in questa ricerca.
La prima sosta la dobbiamo fare incontrando un gruppo di opere che rimandano al peccato dei sensi: la lussuria, la passione, l’amore, la libido: tutte figlie di Eros! A questo gruppo appartengono: Afrodite, alla quale Giardina dedica più sculture in una ricerca formale che va dal classico al concettuale, emblema della sensualità e della femminilità, motore delle passioni umane più sfrenate; Alfeo e Aretusa, la storia di un amore negato e della nascita di una città, Siracusa, ma anche la storia di un sentimento che vince ogni ostacolo e che si fa vita; il Satiro, simbolo del senso artistico e in particolare della musica, degradato a uomo caprino; Leda e il cigno, la storia di un rapimento spinto dalla lussuria di un dio, Giove, che s’invaghisce della bella Leda e la stupra. In queste opere Giardina si sofferma con un senso di compiacimento e di eleganza. Le opere rimandano in parte a concezioni stilistiche di tipo tradizionale e in parte si rifanno a generi più moderni, novecenteschi, in una felice sintesi formale.
La seconda sosta la dobbiamo fare sulle sculture che rimandano alla storia dell’uomo e alle sue degradazioni morali: la colpa, l’astuzia, la superbia, l’inedia, la crudeltà. A questo gruppo appartengono: Edipo, col suo fardello di colpa e di disgrazie volute dal dio e quindi simbolo di una predestinazione quasi coercitiva; La fuga di Ulisse, omaggio all’astuzia dell’uomo che riesce a superare qualunque situazione; La vecchia Medusa, la cui superbia fu punita da Minerva, trasformando i suoi bei capelli in serpenti; La Notte, simbolo dell’abbandono e dell’inedia, placida dormiente a cui sfugge la vita; infine il Minotauro, visto attraverso la sua solitudine e la sua trasformazione-vestizione tragica. Di ognuna di queste opere si dovrebbe parlare molto, tanti sono i risvolti stilistici e simbolici che sottendono, tuttavia almeno di una dobbiamo dire qualcosa: il Minotauro. È presentato con due opere: la solitudine e la vestizione della maschera. In entrambe le opere la figura è quella di un uomo moderno, anzi nella vestizione si tratta proprio di uno di noi; il Minotauro è il simbolo stesso del male, del dolore umano, del destino tragico di singoli e di popoli. L’uomo di oggi quante volte indossa la maschera del Minotauro? E quante volte s’abbandona, in questa solitudine esistenziale, alla riflessione sui peccati che commette e che lo uccidono lentamente? Giardina ci ammonisce sui nostri comportamenti, ci supplica di toglierci la maschera del male e della cattiveria che indossiamo ogni giorno, e lo fa con la sua scultura travagliata, contorta, dinamica e spaziale. Queste terrecotte hanno qualcosa di elegante e di drammatico, un sublime contrasto fra la patina e la forma.
La terza sosta va fatta sulla dimensione religiosa, sul rapporto uomo-dio. È il peccato contro la divinità che viene punito con la morte. Prometeo, simbolo di una civiltà che vuole evolversi senza la presenza di Dio; Laocoonte, sacerdote troiano che si oppone a far entrare il cavallo lasciato dai greci dentro le mura della città e che muore, assieme ai figli, soffocato dai serpenti inviati da Poseidone; Icaro, la superbia dell’uomo che vuole accedere agli alti palazzi di Dio e che si brucia le ali e cade miseramente; La morte di un centauro, ovvero il buono e saggio Chirone, metà uomo e metà cavallo, che ferito accidentalmente da Eracle, muore sopra una roccia. Come si vede la morte rappresenta il denominatore comune di queste opere ma è in Prometeo che Giardina esalta maggiormente la sua tecnica e la cifra drammatica del simbolo. Prometeo è legato con una catena alla rupe, inarcato il corpo con le ossa del torace molto prominenti e le gambe ritorte verso il basso; un’aquila dal corpo frastagliato, orrenda e truce, gli mangia il fegato; le membra sono scarnificate e gli arti ossuti; il fuoco gli brucia accanto, rosso nel suo guizzo fiammeggiante, contro il pallido marrone di tutto il resto, unica nota di contrasto. Prometeo ruba agli dei il fuoco, simbolo dell’intelligenza e della genialità, ruba la spinta per progredire nella scala della civiltà, da sé solo, senza il consenso degli dei. Questa è la sua più alta bestemmia. E Giardina, per rendere visibile l’affronto e la superbia del Titano, distrugge ogni traccia del corpo di Prometeo; lo fa diventare pietra, come la roccia che lo trattiene, lo rende arco legato e non più aperto verso le tensioni celesti. Immagine tremenda della più alta caduta!
C’è infine un’opera che racchiude e trascende tutte le altre: l’autore l’ha chiamata 11 settembre 2001 ma il suo sottotitolo è più emblematico, Il Mito trafitto. È una torre alta una cinquantina di centimetri, un parallelepipedo di terracotta smaltata d’un azzurro chiaro, scolpita da tutti i lati, suddivisa in piani dove in ogni striscia si sviluppa il racconto della civiltà occidentale: arte, storia, conquiste, religione, teatro, grandi città, lavoro e pensiero. Sembra una torre di Babele e nel mezzo ecco un aereo conficcato, come una freccia che oltrepassa quel corpo e che ne uccide la stessa anima. La ferita riguarda la nostra stessa civiltà, il più grande mito, sempre attuale, della storia dell’uomo che si sviluppa nel tempo. Abbiamo costruito le più alte forme di organizzazione sociale e urbana, abbiamo realizzato opere colossali di architettura e d’ingegno, abbiamo attraversato tutti i mari e i cieli esplorando e appropriandoci del mondo, abbiamo costruito la grande utopia del benessere e del potere; poi è bastato un aereo per abbattere il simbolo stesso di questo mito. L’11 settembre è la sconfitta stessa dell’uomo, della sua intelligenza e della sua coscienza.
Giardina, in questo monoblocco d’argilla, raggiunge esiti alti e significativi nella ricerca formale e contenutistica; il modellato si sviluppa lungo piani che non di rado s’intersecano quasi a espandere i simboli oltre il loro tempo e la loro dimensione, la mano appare sempre sicura e sapiente e il risultato è impressionante nella sua dolorosa rappresentazione.


 

 
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