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GIANFRANCO BEVILACQUA
Il secondo di questi tre artisti è legato alla terra; la terra intesa
come materia costitutiva delle sculture, tutte realizzate con la creta e
avvolte da pepli e da sfoglie d’argilla cotta. Ma anche alla terra,
nella sua avvolgente dimensione sensuale.
Bevilacqua affronta il Mito per temi o per percorsi simbolici: gli Dei,
l’Amore e il Coraggio.
Gli Dei rappresentano la forza creatrice dell’universo, il motore della
storia dell’uomo se è vero che entrano in tale storia e ne condizionano
anche gli eventi. Così abbiamo Zeus ed Era, il Giove e la Giunone dei
romani, le due divinità principali del panteon olimpico, dalle quali
comincia una prolifera discendenza; e abbiamo anche la Nascita di Atena
(Minerva) uscita in armi dal cranio di Giove, quindi dea della guerra ma
anche simbolo della ragione e dell’intelligenza. L’abbraccio di Zeus (il
cielo) con Era (la Madre Terra) viene reso con un flessuoso e sensuale
incastro di corpi che si ergono da un masso squadrato, sul quale è
appoggiata anche un’aquila, il simbolo regale per eccellenza; ci sono in
quest’opera i contenuti stilistici più rappresentativi di Bevilacqua,
sui quali ci soffermeremo in seguito. Ne “La
Nascita di Atena” la testa di Giove è resa con una massa enorme che
ci dà l’impressione di una montagna dalle cui viscere sorge la dea,
amica dell’uomo.
Il secondo percorso simbolico e mitico ci porta nei territori
dell’amore. Ben nove sono le sculture che appartengono a questo tema:
Alfeo e Aretusa,
Ninfa e Minotauro,
Il Ratto di Persefore, il Ratto di Europa (due opere
1 -
2), Apollo e Dafne,
Amore e Psiche,
Medea, Orfeo ed Euridice. Rappresentano tutte il dramma dell’amore,
il senso tragico della vita stessa e il sentimento appassionato che
porta gli amanti a superare ogni tipo d’ostacolo. L’amore si unisce
all’avventura e al pericolo, si trasforma e rinasce, fa accoppiare
spesso le tre nature - quella divina, quella umana e quella animale -,
porta alla follia e al delitto. Bevilacqua dà sfogo a tutta la sua arte
e alla sua perizia tecnica. Due concezioni stilistiche si fronteggiano e
si intersecano: quella solida e monumentale, sviluppata con masse
volumetriche consistenti e pesanti (Alfeo e Aretusa, Il ratto di Europa,
Medea) e quella leggera e avvolgente, sviluppata con volumi aerei e
allungati (Amore e Psiche, Orfeo ed Euridice ecc.). È come se l’artista
avesse voluto rappresentare in questo modo le antinomie dell’amore: la
pesantezza e la gravezza della passione e la levità del sentimento e dei
sensi. La passione porta all’annullamento della ragione in Medea che
uccide i propri figli, mentre il sentimento d’amore porta alla felicità
e alla danza, come in Amore e Psiche.
Il terzo percorso ci introduce nella dimensione più profonda della
natura umana: il coraggio. Il coraggio appartiene alla sfera morale e
psichica dell’individuo e le sue caratteristiche principali sono
l’intelligenza, la forza, la volontà e l’ambizione. Il Mito greco, (ma
anche i miti di altre culture) si è molto occupato di quest’aspetto,
ritenuto dagli antichi la più alta espressione dell’uomo, quella che lo
distingueva da ogni altra creatura e lo faceva assurgere spesso alla
regalità. L’eroe diventa spesso re o addirittura lo si paragona al Dio
stesso e gli si attribuiscono connotati sovrumani e gli si rendono
grandi onori. Un nome per tutti: Eracle. E a Eracle Bevilacqua dedica
ben quattro sculture, ispirandosi alle sue famose fatiche:Eracle
e il leone Nemeo , Eracle e l'Idra di Lerna, Eracle e il toro
cretese , Eracle e Anteo . Le prime tre sono sculture possenti,
massicce, bloccate nello sforzo della lotta. Di grande forza espressiva
appare la grande testa del leone stretta fra le robuste braccia
dell’eroe, così come terrificante è l'Idra di Lerna, dalle molte teste
di serpente che si aggroviglia al corpo di Eracle e a un tronco d’albero
in un unico corpo scultoreo di estrema complessità formale, senza
soluzioni di continuità fra le tre distinte forme.
Eracle e il toro di Creta ci riporta stilisticamente al leone Nemeo
mentre la lotta fra il coraggioso Ercole con il gigante Anteo ha forme
più leggere e più slanciate. Ma, come abbiamo detto, Bevilacqua si
destreggia fra queste due concezioni stilistiche: la prima chiusa e
compatta, la seconda aperta e aerea. Anteo viene sollevato in aria da
Ercole e soffocato con la forza delle sue braccia; questo perché Anteo,
figlio della Madre Terra, ogni volta che toccava il terreno riprendeva
più vigore. È simboleggiata qui la perenne lotta fra l’intelligenza e la
natura bruta. Ercole rappresenta l’intelligenza oltre che la forza
poiché riesce con l’intelligenza a capire l’unico modo di potere
uccidere Nemeo. Il gigante rappresenta la forza stessa degli elementi
naturali, dei boschi e delle montagne, della terra che non è solo madre
dell’uomo ma spesso anche divoratrice di interi popoli. Lo stesso
discorso si può fare per l'Idra
di Lerna ma anche per tutte le fatiche di Ercole il quale, da solo,
(era questa l’unica condizione imposta da Euristeo), doveva sconfiggere
i mostri che rappresentavano il male.
Le ultime cinque opere che dobbiamo trattare sono: Polifemo, Scilla, Il
Vello d’Oro, Prometeo incatenato e Teseo e il Minotauro. Sono miti di
forte interesse antropologico e culturale, i quali rimandano a una delle
condizioni peculiari dell’uomo: l’avventura, ovvero la sete di
conoscenza e di ricerca che ha portato l’uomo ad essere non solo il
signore del mondo ma anche il signore della sua stessa storia.
Bevilacqua ce ne dà una visione plastica a tutto tondo, ricca di
risvolti formali che rimandano sempre all’intima essenza del mito che
rappresentano. Lo scultore siracusano si sofferma sui particolari, sulla
figura realizzata con certe sfumature espressionistiche di forte
intensità. Vale per tutte Scilla, il grande mostro marino che mangiò sei
dei compagni di Ulisse e che l’artista realizza con una libertà formale
incredibile, suggestiva e potente.
Tutte le sculture di Bevilacqua hanno un fascino particolare. Egli
conosce bene il giuoco di vuoti e di pieni e imprime alle sue sculture
una flessuosità e una morbidezza di linee che ci riportano da un lato
alla scultura classica e dall’altro al dinamismo della concezione
futurista.
I corpi in movimento, le membra protese al cielo, i corpi allungati e
vuoti, le vesti che si aprono in larghe pieghe che modellano le forme,
tutto è mosso dall’aria che entra in queste sculture e pare che uno
spirito creatore, soffio vento turbine, dia vita all’informe materia che
si fa figura fluttuante nello spazio. Sono figure in creta monocroma, di
un marrone caldo, colore della terra, di una serena eleganza, belle da
vedersi e da girare da tutte le parti. E come non rilevare lo stretto
connubio che s’instaura fra materia, forma e messaggio in quelle statue
i cui corpi sono l’evoluzione stessa dei vestiti o viceversa, e la
morbidezza della creta impasta con estrema libertà nature morte e vive,
in un disegno fantastico di linee curve che aprono e chiudono intriganti
spazi fra le forme circolari?
Bevilacqua è un poeta della creta e possiede uno stile maturo e
armonico, fortemente espressivo e suggestivo. Egli teorizza la libertà
assoluta della forma anche se condizionata dalla figura; ritiene che la
realtà sia un continuum di forme che s’incastrano e si trasformano e che
nulla abbia contorni definiti e netti; ci suggerisce un mondo di grande
immaginazione, di fascinosi percorsi; crea suggestioni forti anche
quando rappresenta figure dolorose e tenta una possibile poetica della
bellezza. Tuttavia la lacerazione e il male fanno capolino da alcuni
tagli misteriosi che di tanto in tanto feriscono le forme leggiadre e
rompono l’armonia della circolarità che si stende sopra le figure. E’
l’immanente segno del dolore con il quale ogni cosa che vive deve
confrontarsi.
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