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NELLO BENINTENDE
Il primo di questi tre artisti è legato all’aria. Un alito d’aria, un
battito d’ali, una leggiadria di forme, una serena armonia di linee,
un’emozione eterea; così ci appaiono le sculture di Nello Benintende. E
così, sospese tra l’aria e la terra, attraversate dalla luce che
evidenzia la materia, ogni scultura ci racconta di un’arditezza di
pensiero e di stile che avevamo dimenticato nel groviglio delle forme
astratte e prive di senso, nel buio d’un pensiero senza emozioni.
Il Mito, come ce lo racconta Benintende, ha tratti umani e spesso
caratteristiche morali:
Narciso
che si specchia lo vediamo come un mezzo busto ribaltato e ci sembra di
individuare in questa forma duplice e simmetrica l’ambivalenza stessa
della natura umana, tesa fra gli opposti punti focali: bene e male,
amore e odio, vanità e trascuratezza, bellezza e bruttezza.
Eos , il
Ratto di Europa,
Filemone e Progne, Icaro ed altre sculture si librano nell’aria come
strutture in cui la materia si contorce e si flette, gira attorno al
vuoto e dà corpo alle forme e si fa messaggio e storia. Qui si racconta
di umanissime ambizioni: l’aurora che schiude le porte del giorno (Eos),
l’ingenuità di Europa che cedette alle lusinghe del toro-Giove, la
salvifica trasformazione di Filomela e Progne in uccelli e la caduta di
Icaro nel gorgo
stesso della sua superbia.
Benintende sa cogliere la significazione più intima di questi miti, il
momento del passaggio fra lo stadio della felicità delle ninfe e dei
semidei a quello della loro trasformazione-caduta-morte-rinascita; è
questa la metafora della vita stessa in cui il destino gioca in una
continua altalena di cadute e di rinascite e ripercorre nell’ambito
dell’esperienza individuale la stessa esperienza dell’universo. È la
lezione più alta del Mito, il paradigma di tutte le storie, singole e
collettive, che fa da modello, ancora oggi, ai desideri e ai sogni più
sfrenati dell’uomo.
Questa lezione è più esplicita nelle opere in cui emerge l’ellissi, o
dove il disegno si dipana in anelli, ovali, contorcimenti e avvolgimenti
di linee che invitano lo spazio a esaltare l’arditezza strutturale.
Nell’ovale nascono uomini e uccelli, maternità e forme astratte: forme
che rimandano a vari simbolismi. Vale per tutti “Il
Ratto di Deianira Il” in cui nell’ovale puoi racchiudere le braccia
e la testa dell’uomo nonché le zampe del centauro; tutta la figura è
inclusa in linee curve invisibili e pur tuttavia ben presenti nella
concezione strutturale; quel centauro è il simbolo stesso dell’uomo che
vuole evadere dalla sua natura animalesca, la parte umana è fortemente
protesa verso l’alto e sembra uscire dal corpo dell’animale. Eppure
tutto rimane chiuso in un involucro invisibile ma resistente. Come non
si può pensare alla doppia natura dell’uomo, al dottor Jeckill e a
mister Hyde?
Ma anche in
Sisifo
la lezione di Benintende si fa esplicita: quest’opera, ricavata da un
tronco di nespolo di circa 60 cm., ha una forte simbologia che vale la
pena di spiegare. Sisifo, come si sa, per avere imprigionato la morte,
venne condannato a spingere verso la sommità di un colle un grosso
masso, ma, giunto in cima, il masso gli sfuggiva di mano e rotolava
verso terra, in eterno. Lo scultore ha reso l’eternità e la montagna con
una forma alta, allungata, raffigurante il numero 8, contorto e
spiraliforme, sulla cui superficie il possente Sisifo spinge un masso
rotondo. Come si sa il numero 8 rappresenta l’infinito e l’eterno e l’uomo-Sisifo
spinge in questa strada senza partenze o arrivi, il peso della propria
esistenza.
E dal taglio ovale di un tronco d’albero nasce
Gea, la madre
terra, la natura che ci sostenta e ci governa. Così come in un ovale è
racchiusa la danza de “Il Satiro e la Ninfa”, tratteggiata e stilizzata
fino a una trasparenza di forme che con la terra hanno solo un piccolo
insignificante punto di contatto.
Un discorso a parte merita
Proteo, una
scultura in gesso patinato in bronzo, alta circa 130 cm e realizzata a
tutto tondo, in un groviglio di forme che si fondono in una mostruosa
molteplice figura d’uomo e d’animale. Proteo si trasforma in numerose
creature orride per spaventare coloro che gli chiedono un vaticinio e
Benintende ha dato qui sfogo a tutta la sua geniale inventiva: corpo
d’uomo e testa d’uccello rapace, coda di scorpione e gambe di serpente;
nella parte bassa del corpo si staglia una testa di pescecane e due
grandi ali di pipistrello sollevano Proteo nel cielo come un’aquila che
spicchi il volo. Nelle mani porta un lazo raccolto con un cappio
roteante teso al lancio verso il malcapitato che osa rivolgergli la
parola. La superficie del corpo è resa con un tormentato tessuto
squamoso o crespato, ispido al tatto, orripilante all’occhio.
Proteo è il compendio di tutte le nostre più orribili fantasie! La
scultura è ardita e slanciata verso l’alto, dinamica e appuntita in ogni
sua parte; Benintende coglie l’attimo più terrificante dell’ira di
Proteo, il momento del lancio del lazo e della sua più articolata
trasformazione; lo sorprende nell’estremo atteggiamento del male, quasi
conquistato da quel malefico sembiante che racchiude dentro il corpo
squamoso tutte le pulsioni maligne.
Proteo si può considerare la sintesi della visione artistica di
Benintende: stilisticamente ripercorre l’esperienza maturata dallo
scultore di Buccheri in molti anni di insegnamento e di riflessione
sull’arte; dal punto di vista compositivo infatti dobbiamo riconoscere
nelle sculture che presentiamo un richiamo di diverse esperienze
artistiche del novecento: dal metafisico al surreale, dall’arte povera
all’informale; un cammino che ha portato Nello Benintende verso
un’originale elaborazione delle sue istanze artistiche, sviluppando
forme che giocano con i volumi sempre con estrema felicità stilistica.
Di forte suggestione, in questo senso, è la “Cerva
di Cerinèo”, realizzata con la struttura metallica di una
bicicletta, fortemente armonica e originale nella composizione, così
come di moderna concezione è anche
Colapesce,
realizzata con strisce di metallo colorato fluttuanti come le onde del
mare, al quale rimandano.
Dal punto di vista concettuale Benintende si rifà a quel gusto
dell’essenziale che lo contraddistingue anche nella vita pratica e a
quel sentimento dell’invenzione fantastica che rappresenta la sua cifra
più autentica. Egli non è solo uno scultore ma un geniale “inventore” di
marchingegni e di attrezzature che gli risolvono tanti piccoli problemi
quotidiani; un sapiente conoscitore di tecniche di falegnameria, di
idraulica, di elettricità, e di tante altre cose che si possono trovare
nel suo laboratorio che somiglia a quello del noto personaggio disneyano
Archimede Pitagorico. Forse è proprio questa sapienza tecnica che gli
consente di giocare con l’aria più che con la massa materica, dando alle
forme delle sue opere quel senso della levità che le rendono ardite e
leggere.
Molte di queste sculture, come dicevamo, si appoggiano alla base tramite
un solo punto di contatto e si sviluppano nell’aria in una visuale
rotatoria e verticale, suggestiva nel continuo cambiamento delle forme
tanto che, girandola, ti sembra di vedere una scultura sempre nuova e
diversa da quella che avevi ammirato prima. Si tratta di opere spaziali
e multidimensionali, generate da un gusto moderno e spigliato,
tecnicamente ben realizzate e rese con un equilibrio di masse veramente
incredibile.
I materiali utilizzati sono i legni (noce, mogano e pino), il gesso, che
poi viene patinato, le lamiere, il marmo e la pietra; materiali consueti
nella scultura e pur sempre affascinanti; materiali che abbandonano la
loro amorfa esistenza per farsi messaggio e stile di un’arte carica di
suggestioni.
Nella ricerca mitologica Nello Benintende ha trovato forti stimoli e
appassionate pulsioni; questi hanno sollecitato la sua fantasia,
stuzzicato la sua sfida, più delle istanze filosofiche e religiose che
motivano le leggende mitiche, più anche del simbolismo che il Mito porta
sempre con sé; Benintende si lascia guidare dall’estetica, dalle forme
spaziali, dal flusso di vento che attraversa la materia.
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