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Scritto fra il 1996 e il '97, Linora è un romanzo con tre storie una dentro l'altra racchiusa e legate da un unico filo (il castello di Maredolci a Palermo e la corte normanna): sono le storie di Giacomo e di Eleonora, di Al Mahmud e Jahsmin, di Michele Ruffo e Olimpia Littara, dipanate nell'interiore dialogo con l'arte e la donna, con la speranza e la morte, e con il loro contrario. L'impressione d'insieme esibisce un affresco dei tempi, esalta eventi reali o immaginati soltanto, pone antiche vicende ad emblema o metafora etema dell'Isola, e perciò in un contesto evidente di attualità. Al crocevia fra la luce e le tenebre, bene e male, redenzione e peccato, la vita affascinata dalle sue stesse contraddizioni e la tensione alla luce si ricompongono in un solo tessuto, disegnano un itinerarium cordis, non importa se in Deum o in altro, assumono la dimensione della sofferenza in cammino anche là dove il destino dell'uomo apparentemente si esaurisce nel soliloquio della disperazione assoluta, perchè giunge la morte e con essa la visione allettante delle porte di bronzo del paradiso: di fronte ad essa e per essa, la palingenesi é volutamente introdotta da echi del martirologio cristiano, della innografia bizantina e latina, del rituale efesino. Attraversa i territori incantati della poesia medievale, l'araba di Sicilia e di Persia, i Provenzali e i Minnesaenger, Jacopo da Lentini e Federico IP; rilegge il Cantar de mio Cid, l'Ivano di Chrétien de Troyes, il Poema Celeste di Attar. il De Amore di Andrea Cappellano: è così che nel dramma si cela l'idillio.
          Come segno dei tempi e delle genti narrate, cristianesimo e islam riaffiorano in un contesto di tolleranza, si evidenziano in uno scambio di fede: non le fedi, la fede; non lo scontro, l'incontro, l'essere insieme pellegrini del mondo, come il giovane vescovo Enrico, che consacra in Siracusa S. Maria delle Colonne a S. Lucia, che nato da peccato mortale attinge alla santità, che in cerca della sua carne incontra invece lo spirito e ascende la croce di Cristo; o come Arcadio, il poeta, che per amore di una donna dagli occhi circassi da cristiano si fa mussulmano, attraversa tutte le terre dell'islam per bere alla fonte di Xerr la perfezione di fede.
           In mezzo é una gente eternamente atterrata da un potere straniero, l'Isola e la sua volontà di sacrificio, di pace, ma non è più la bella esistenza di un tempo, non è più la corte normanna che non aveva l'eguale, é l'apocalisse che incombe. Ma quando il cerchio si chiude ciò che rimane é il sentimento della irriducibile solitudine umana o la misteriosa impressione di attraversare un cono d'ombra verso altri destini? La convinzione della storia degli uomini come indefinita sequela di accidentalità marginali o un percorso "prescritto"? Una prospettiva che non vuole sedurre ma si innerva nel testo insieme a cavalleria e poesia, a cortesia e amore, a tribolazione e alle molte catastrofi che sempre ed a tempo colpiscono un'Isola e un popolo, al richiamo del paolino Videmus in aenigmate, ma intravisto in un contesto totalmente fantastico, (a. g.)
 

 

Salvatore Spagnolo (Lentini 1942) ha pubblicato:
Genesi e momenti dell'Assoluto Realismo, 1975;
Anamnesi e rivelazione. Introduzione a J. Moltmann e a E. Bloch, 1976;
La filosofia di Martin Buber, 1977;
Il problema del kantismo nel giovane Hegel, 1978;
Origini del sistema dell'eticità, 1979;
L'isola e il verso, 1981 ;
Il vento migliore, 1983;
Cibele, 1998.

 

Ma perché questo folle bisogno di scriverne ancora?perché raccontare a se stesso anche oltre la morte? Non ricordava se dovesse aspettarla ma non sapeva fermarsi sulla soglia di una storia che non voleva aver fine, in un tempo oltre il gelo del tempo cosi nebuloso e fugace da non riuscire a sfiorare. Non era sortilegio di vecchio demente questo folle bisogno di scriverne ancora, il desiderio di stare alto sul mondo o la voglia di versare piombo sui giorni, se sapeva ancora ascoltarne la voce sebbene a volte non ricordasse nemmeno il suo nome? "

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