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Arte    contemporanea
via Maestranza 110      Siracusa

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ENZO MAIORCA

Enzo Maiorca nato a Siracusa nel 1931, è considerato il dominatore assoluto della profondità subacquea sportiva per circa trent'anni, a partire dal 1960. Iniziò ad immergersi e ad esplorare il fondo marino dell'isola di Ortigia nel 1943, all'età di 12 anni, avvalendosi di una maschera antigas adattata alla bisogna. Da allora il suo fu un amore incontrovertibile e assoluto per il mare. Il sub siracusano stabilisce il primo record nel 1960 con la misura di -45 metri. Gli anni successivi prosegue costantemente a migliorarsi passando dai -50 del 1961 ai -54 del 1965.
Nei primi tempi il suo più grande rivale è Amerigo Santarelli, brasiliano, con il quale ha una continua alternanza di record. Nel '63 però Santarelli si ritira. Maiorca per un anno rimane senza rivali, stabilendo altri due primati: -53 e -54 metri. Tuttavia la pace dura poco. Nel '65 spuntano all'orizzonte Teteke Williams, Robert Croft e Jacques Mayol, il rivale più acerrimo. Per vent'anni la loro diventa una battaglia a colpi di record. Alla fine: Mayol -105, Maiorca -101. Nonostante il risultato finale Maiorca è da tutti considerato il maestro dell'immersione. Si trattò pertanto di una gara agonistica vera e propria che si protrasse dalla seconda metà degli anni sessanta fino al 1988, quando nell'ultima discesa sportiva tra le profondità marine Enzo Maiorca stabilì il suo record personale di -101. Nel 1983 Mayol all'isola d'Elba, all'età di 56 anni, era riuscito a raggiungere la misura di -105. Entrambi costituiscono la mitologia dello sport in apnea, un tempo quasi del tutto sconosciuto. Oggi, grazie alle loro grandi prestazioni, esso viene praticato da una vasta gamma di appassionati in tutto il globo terrestre.
Personaggio onesto, schietto e alieno da compromessi di ogni genere, con le proprie prestazioni sportive di livello assoluto "costrinse", più volte, la medicina ufficiale a ricredersi su determinati limiti psicofisici e di profondità ritenuti a quell'epoca invalicabili. Le sue imprese sportive portarono non solo entusiasmo ed interesse ma soprattutto la formazione di tutta una generazione di validi atleti che hanno continuato a scrivere la storia del profondismo sportivo

 

 

LAMBERTO RUBINO

Fotografo, specializzato in beni culturali e architettura, ha acquisito varie esperienze professionali nel settore.
A partire dal 1988 ha lavorato per il progetto “Orao Folco Quilici”  per il quale ha conosciuto per la prima volta i beni culturali della Sicilia.
La sua formazione si è consolidata con la frequentazione del fotografo Mimmo Jodice, che gli ha trasmesso la visione dell’architettura e del paesaggio urbano.
Nel 1993  è stato docente per un corso organizzato dall’Acheoclub di Siracusa.
Nel 1994 ha lavorato, presso la Soprintendenza dei Beni Culturali di Caltanissetta, per una campagna fotografica di schedatura sui beni ecclesiastici.
Nel 1998  è stato docente di fotografia per l’Accademia di Belle Arti “R.Gagliardi” di Siracusa.
Ha curato interamente la catalogazione fotografica dei beni ecclesiastici per le Curie di Siracusa, Messina e Caltagirone.
Ha collaborato con alcuni architetti:quali Francesco Venezia, Bruno Messina, Emanuele Fidone e Vincenzo Messina.
Nel 2003/04 è stato docente di grafica e fotografia presso il Cufti, un corso europeo, di Siracusa.
Nel 2005 ha realizzato, per il Corso di Laurea in Scienze dei Beni Culturali di Siracusa, un laboratorio sulla catalogazione fotografica.
Ha organizzato diverse mostre relative ai beni culturali del territorio siciliano in collaborazione con gli enti pubblici e con eminenti studiosi del patrimonio culturale, tra i quali Paolo Giansiracusa, Lucia Trigilia, Cettina Voza, Francesca Gringeri Pantano, Giuseppe Voza.
Ha all’attivo oltre 60 pubblicazioni realizzati dalla Erreproduzione, di cui è socio, ma anche con altre importanti case editrici, quali la Electa, Sellerio, Mainone, Ediprint, Laterza, Franco Maria Ricci, Arnoldo Mondatori, Touring Club Editore.

 

A nord di un’idea a sud di un amore


“I Greci sono colonizzatori. Sempre stati. Ma colonizzano le spiagge, non si inoltrano.
Sanno che a perdere di vista il mare, si perde il tremolar della marina: si perde l’intelligenza”.
Savinio

Enzo Maiorca è un eroe Greco.
Non soltanto per la sua straordinaria spinta a superare i propri limiti naturali e interiori, ma perché strettissima è la connessione tra identità greca e il mare, un mare ad un tempo esterno e interno, un mare capace di custodire e collegare le differenze, un mare che è radici e identità.
Una grande identità plurale.
Il politeismo, la tragedia e la filosofia conoscono la legittimità di più punti di vista oltre che la difficoltà della loro coesistenza e tutto questo in Grecia è legato al mare come se esistesse un’omologia strutturale tra la configurazione geografica della Grecia (e in particolare il rapporto tra terra e mare) e la sua cultura.
Tutto questo nel corso della Storia si è esteso poi alle colonie e, in maniera superlativa e unica, alla capitale della Grecia d’occidente, la città di Enzo Maiorca: la nostra Siracusa.
Mesopotamia: la Civiltà ha le sue prime origini in Oriente, un Oriente vicino che è una terra contenuta tra le acque di due fiumi.
Ma poi la Civiltà si disloca da Oriente ad Occidente, dal pieno della terra al vuoto del mare: in Egitto, a Creta e in Grecia. E poi, dalla Grecia in Sicilia.
A Siracusa, dove tutto ha inizio.
Era il 734 a.C.
Enzo Maiorca è un discendente della nobile stirpe Corinzia.
Uomini di Mare e d’Avventura che disegnarono uno spazio, profilarono un orizzonte storico e geopolitico inedito, tracciarono non il limite di un confine ma l'area di un mare bordato di terre: il Mediterraneo.
Terre diverse tra loro: lingue, costumi, profumi, sapori variegati e differenti.
Il "Mare di Mezzo", allora, non rappresenta più ostacolo né barriera invalicabile: al contrario ora connette, veicola, trasmette mercanzie e denari, parole e immagini , arti e mestieri, ora inventa e include civiltà, paesaggi e natura.
Viene alla mente Braudel: "Che cos'è il Mediterraneo? Mille cose insieme. Non è un paesaggio, ma innumerevoli paesaggi. Non un mare, ma un susseguirsi di mari ... un crocevia antichissimo. Da millenni tutto vi confluisce complicandone e arricchendone la storia: bestie da soma, vetture, merci, navi, idee, religioni, modi di vivere".
Solida la terra, compresa tra certi limina su cui si incidono come segni indelebili vie e percorsi. Fluido il mare, dove tutto scorre, in cui l'itinerario tra un punto e un altro va tracciato ogni volta di nuovo e la rotta è, sempre, da inventare.
Il rapporto con il mare, stimola il pensiero, produce una nuova conoscenza, pratica e teorica nello stesso tempo.
Enzo Maiorca discende da Ulisse.
Limiti ricercati nelle profondità o nelle rotte inventate, poco importa: limiti, comunque, da vincere e superare.
Limiti soprattutto interiori.
A Siracusa nasce il Logos del pensiero occidentale trattando gli elementi fisici come concetti.
La dolcezza e la grandezza della civiltà Greca e Mediterranea è il frutto di questa complicità creativa tra gli uomini e l'ambiente naturale, che altrove hanno rapporti di definitiva ostilità. Forse è perché qui gli uomini, per la prima volta, non hanno dovuto spendere tutte le loro energie per sopravvivere e sono riusciti così a sperimentare forme superiori di convivenza, più aperte alla reciproca curiosità, alla stabile negoziazione commerciale, alla diplomazia degli scambi culturali: la rete della tradizione cosmopolita che collega le diverse sponde del nostro mare si costituisce sul nucleo fondativo di un preciso carattere, di una vera ragione Mediterranea.
Enzo Maiorca è il custode del mare. E da custode ha trasmesso la sua esperienza alle figlie: radici e identità non chiuse ma caratterizzate da un atteggiamento spirituale che parla di avventura, di coraggio di rispetto della natura, di amore.
Per questo Enzo Maiorca, silenzioso e solitario eroe greco è situato in uno spazio metafisico posto a nord di un’idea – la Grecia – a sud di un amore – quell’ Italia da lui tanto amata.
Osservandolo passeggiare assorto e attento tra le stradine d’Ortigia, con quel suo aspetto da Viaggiatore attento e curioso, ci appare come portatore di ri-guardo straordinario per la sua Città.
Ri-guardo,nel duplice senso di aver riguardo e di tornare incessantemente a guardarla, per scoprire ogni giorno nuove e importanti testimonianze di una delle più straordinarie stratificazioni storiche e culturali del pianeta, qui immortalate con impareggiabile sapienza da un altro Viaggiatore della nostra città: Lamberto Rubino.
Oggi a Siracusa, dopo anni di “follia industriale” torna a farsi strada una nuova e prepotente consapevolezza culturale e, ne sono certo, Enzo Maiorca guarda con soddisfazione e speranza al profondo recupero di spazi e di luoghi, di paesaggi e monumenti che sembrano accompagnare la Città verso una riappropriazione definiva del ruolo di grande capitale culturale che le spetta e che è stato sancito e riconsacrato con l’ingresso nella World Heritage List dell’Unesco.
Enzo Maiorca è un Greco d’occidente: mi piace pensare, anzi ne sono certo che nel suo cuore, nel suo sguardo intelligente e solare, nella straordinaria e aristocratica figura, segnata ma non certamente piegata dalle mille avventure e da un recente, e indicibile, dolore è forte e vivo l’orgoglio per una identità a lungo ricercata negli abissi e gradualmente ritrovata dai suoi concittadini.




Fabio Granata

 

 

Una finestra di luce sull’onda dello Jonio

L’Alfeo, raccontano, fiume dell'Elide, qui venne, per vie sotto il mare segrete: ora qui sulla tua bocca, Aretusa, alle sicule onde si mesce, così canta Virgilio dell’unione amorosa tra un dio fluviale inabissatosi nella regione di Olimpia e la ninfa prediletta dai siracusani. Un amore al quale va legata l’origine della città di Siracusa, entità urbana della quale la bella Doriese nell'effigie d'oro è l'immagine che la personifica, l'espressione di bellezza che la identifica. Dire Siracusa equivale a dire Aretusa, parimenti dire aretusei, figli di Aretusa, è come dire siracusani. Figli di un amore che non conosce ostacoli e limiti, che vince ogni ostilità, che supera persino la forza degli elementi.
Un amore dai cui gorghi impetuosi, sebbene Ovidio e Pausania, Pindemonte e D'Annunzio, non ne facciano racconto, sono stati generati numerosi figli, alcuni geniali e creativi, altri rivestiti di santità e di sapienza, di luce e di bellezza e molti ancora normali come tante creature mortali.
Teocrito e Mosco, Archimede e Lucia, Marciano e Giuseppe Innografo, Mario Minniti e Rosario Gagliardi, Salvatore Chindemi ed Elio Vittorini … sono figli illustri di quella passione mediterranea che ha radici profonde nelle acque di Alfeo e Aretusa, germogli vigorosi di una mescolanza di culture che ancora oggi genera anime inquiete e spiriti liberi, uomini di scienza ed artisti raffinati, sportivi dalle imprese mitiche come l'olimpionico Lygdamis imbattibile nel pankration.
Una di queste creature vive nel nostro tempo, attraversando quotidianamente la luce del giorno che sorge, alitando negli abissi del mare il respiro venerabile di Alfeo, come scrisse Pindaro nel trasporto ardente dell'estro.
E’ un essere curioso e indagatore che si stupisce sempre, come un bambino, per i profumi della terra e per i colori del mare. Nella terra, nei luoghi di Cerere, cerca il biondo del grano e le macchie scarlatte dei papaveri sparsi; nel mare, spazio incontrastato di Nettuno, segue l'onda colorata di lapislazzuli screziati d’oro.
E’ un camminatore per vocazione, sempre in cerca di immagini inedite, segni ed espressioni di una città che sa bene di conoscere palmo a palmo, come le mura della propria casa, come il nido dei propri affetti. Cammina e osserva scrupoloso ogni dettaglio e si stupisce sempre di un luogo che tuttavia conosce più di ogni altro e nel quale cerca forse la sua stessa identità.
Nuotatore per una missione ricevuta dal cielo, lo stesso cielo che come una palma egizia vorrebbe graffiare, toccare e segnare di carezze appassionate.
Legge Euripide quasi per farne un vademecum di saggezza e ascoltando sempre la voce del cuore sa ancora sedersi, come un ragazzo spensierato, sulle rocce d'arenaria del Plemmirio ondoso o sugli spalti del castello di Federico per guardare il mare, per sentire l’odore penetrante dello Jonio quando si scontra fragoroso con le scogliere di calcari taglienti.
Si nasconde divertito nei luoghi ipogei dell'Eurialo per un gioco fatto di stupore e di magia per i figli, poi per i nipoti e certamente per sè stesso.
Con la compagna di sempre, Maria, la sua Gala, cerca le ombre più segrete dei vicoli di Ortigia, le luci più intime dei quartieri medievali, i profumi e i colori della terra e del cielo, e persino gli odori penetranti della pece e della stoppa, degli squeri e dei tronchi che attendono di essere intagliati per diventare barche pronte ad affrontare la sfida del mare.
Rigoroso e scrupoloso, sa dare ascolto anche ai più umili perché è convinto, come è giusto che sia, che ogni creatura ha dentro di sé il valore della bellezza, la dimensione della verità, la luce dell’infinito da cui provengono i semi della saggezza. E’ per tale ragione che tra i suoi amici più intimi ci sono anche uomini di mare dal carattere semplice, dalla cultura minima ma … ricchi di quella dote di profezia e di prudenza che ha radici istintive, originarie, primordiali.
Vigoroso, è tanto forte quanto tenero. Sa quanta energia debba essere spesa per controllare la forza degli elementi, allo stesso tempo conosce e sperimenta galanterie d’altri tempi, delicatezze nel dire e nel fare che, nella volgarità del giorno presente, sembrano atteggiamenti di un’età irrimediabilmente perduta. Solo Maria, la castellana dell’Eurialo, potrebbe dirci quale velo di tristezza copra lo sguardo del nostro colapesce quando sbirciando fuori dall’onda scopre la miseria, la stupidità, lo squallore, l’aria fritta che ammorbano l’ambiente e la vita, le coscienze e i sentimenti. S’arrabbia e diventa triste pensando al canto malinconico di Rosa Balistreri, angelo ferito dal grido lacerante, creatura che anch’io ho amato: S’arrubbaru lu suli … s’arrubbaru lu mari …Sicilia chianci e piange davvero questa Isola sconfitta dai soprusi e dalle angherie di facinorosi e faccendieri, calpestata dalle spregiudicate azioni distruttive di chi non conosce l’equilibrio della forma, l’armonia dell’espressione.
Ed è triste innanzitutto quando pensa a quella piccola dolce sirena che oltre al piacere dell’onda apprezzava i profumi segreti dell’isola delle quaglie. Si chiamava Rossana, cioè Raushana come dicono in Persia e significa finestra di luce, una finestra aperta sugli odori pungenti e delicati, fruttati e vaporosi di un’antica bottega, un piccolo suk di carattere magrebino miracolosamente sorto nella medina siracusana, tra palazzi catalani e cantonali barocchi. Se lei, la finestra di luce, passasse oggi dalla vanedda a nivi, la strada delle regine , avrebbe la grande delusione di non sentire più alcun profumo, di non vedere i contrasti piacevoli dei colori delle spezie e dei dolci.
Come è triste la sera di chi resta se, tramontando la luce del sole, ci abbandonano anche i valori della storia e della tradizione. Come è triste la sera di chi resta se i profumi della terra si perdono in un carrello stracolmo di stupidità selezionate con insipienza e pessimo gusto.
Forse è superfluo che io dica per chi ho scritto e a chi ho dedicato queste brevi considerazioni critiche ( anch’esse superflue se riferite ad un aretuseo d’eccezione al cui valore nulla può aggiungere la mia parola ). Ciò che mi spinge a rivelarne l’identità è solo la presunzione di chi non sa stare zitto. E allora… aggiungo che probabilmente all'anagrafe della città aretusea è stato registrato con il nome Enzo Maiorca, con certezza so invece che la sua forza d'atleta, la sua sensibilità profonda, la sua voce di libertà, la sua azione in difesa della natura, la sua passione per il mare del quale conosce le pieghe, gli anfratti e anche i suoni più misteriosi, hanno già conquistato la dimensione del mito, quello spazio senza tempo al quale appartengono le creature figlie della vittoria che non calpesta, della passione che ha al di sopra di tutto la vita.



Paolo Giansiracusa

 

 

“Ottiggia” • “Ottiggia”

Anni fa, sul muro di un edificio di Ortigia prospiciente il mare, si leggeva: “Grazie Ottiggia, sei stata maggica!” Scritta di cattivo gusto? Frase ortograficamente scorretta? Maria ed io, con degli amici, indugiavamo una sera a passeggiare sul lungomare di Levante; intavolammo una discussione in proposito.
I più propendevano per la maleducazione dei giovani d’oggi: “Con la tendenza che hanno a sporcare…”. Altri per l’ignoranza dei giovani d’oggi: “La colpa non è loro, bensì della scuola…”. Il più cinico di tutti considerò: “É il grazie di uno scippatore per un bottino fortunato!”. Maria ed io, d’accordo nel ritenere che si trattasse di giovani, dissentimmo da tutte le ipotesi. Per noi era “l’incisione d’un urlo di felicità foneticamente rafforzato”. Quella felicità che sgombra le nuvole, che rende più vermigli i tramonti, più blu il cielo e fa intuire il “sempre”: anche un istante, cristallizzandosi nell’ardore, può divenire sempre. I più restarono scettici. A Maria ed a me “quell’urlo”, finché fu leggibile, ci indusse a pensare che due sconosciuti ragazzi, passeggiando mano nella mano, avessero vissuto la fusione di due identità in una. A Maria ed a me quell’urlo ci indusse a credere che ciò fosse avvenuto grazie all’eterna, maliziosa, complicità di Ortigia. A noi era accaduto! Il mito palpita tangibile “nella bella doriese nomata Siracusa”, radendo tetti, terrazze, comignoli di case vetuste, colmando ombreggiate vanedde, trasportato dalle ali del vento e dalle glauche onde, talvolta canute di rabbia: il mito perenne dell’amore attestato da una cerulea ninfa e da una tremebonda vergine, Ciane ed Aretusa, “amore, amor, sussurrano l’acque, ed Alfeo chiama nei verdi talami Aretusa”.


Calafatari • The ship caulkers

Profumo di pece, di stoppa, di pittura… Profumo di primavera… Profumo di acqua e di “zappino” (corteccia di noce), borbottanti dentro bidoni assittati (sistemati) su tre pietre, ospitanti un fuoco, a tingere di marrone scuro l’olona delle vele; fatica per barche messe in mare a “imbonare”, perché il legno, gonfiando, cicatrizzasse le fessure createsi. Profumo di squeri e di tronchi, speranza precoce di mare!


Mare • Sea

Ho conosciuto il mare orizzontale, il mare verticale e il cielo del mare orizzontale. Amavo le vogate pomeridiane, amavo le poderose palate, la iole che ci sfuggiva di sotto come un cavallo di razza, gli effluvi di salmastro con cui la bassa marea riempiva il porto, di cui seguivamo le rive. Nell’ora incerta del crepuscolo, quando luce e tenebre stavano combattendo l’ultima battaglia quotidiana e le tenebre stavano per imporre la loro supremazia di ombre scure, le impronte lasciate dai remi sul mare immoto sembravano grosse monete d’argento con misteriosi ghirigori, disegni in rilievo. O nell’aria dell’aurora, che stendeva un fremito sulla terra, quando il levante ci riuniva con il sole alla Grecia dirimpettaia, dallo “scoglio della galera” vedevamo le antiche rocce del teatro greco diventare rosee d’un colore antico, là sul Temenite ai cui piedi si stende Ortigia, la più antica Siracusa. E al primo raggio che si stirava pigro, infreddolito di mare come se intorpidito ancora dal sonno, noi infrangevamo la superficie con una palata, inizio di un percorso tirato e sofferto che ci avrebbe portato al molo Zanagora, ansanti e sudatissimi, il percorso della iole a due. Equipaggio? Ninni D’Arienzo, prima voga; io stesso, seconda voga; al timone Mario Vaccaro o Ugo Cavarra. Sceglievamo quelle ore scomode perché impegnati con la scuola. Quando, grazie ad una maschera subacquea, mi è stato possibile dare la prima sbirciatina della mia vita al mare verticale è stato amore a prima vista. Quel mare mi consentiva di assistere, tale era la trasparenza, al ballo delle spade, raggi del sole verticali, obliqui, rifratti, che si allacciavano a danzare un minuetto suonato dalle soavi increspature della superficie. È stato, quel primo giorno, un amore fisico: mi sono cioè innamorato del bel corpo del mare! Mi sembrò quasi d’incontrare laggiù, in quel turchino mediterraneo, la Dea Sabina della primavera, la bellissima Flora, trasferitasi sul fondo, dagli ubertosi e policromi campi dotali, dove era impegnata a contare i fiori, quindi colori: mai sulla terra il calcolo le riuscì: e penso neanche sotto il mare.
Quell’amore fisico di ragazzo, grazie ad una costante frequentazione del mare, verticale e orizzontale, si arricchì di amore mentale: fu quindi amore completo.


Cielo • Sky

Ho conosciuto il cielo. Un giorno Maria ed io ci stavamo scaldando al sole tiepido in una piazza di Asiago, sull’altopiano dei Sette Comuni. Colà incontrammo un amico siracusano, il capitano dei bersaglieri Elio Fucale, paracadutista e pilota dell’aviazione leggera dell’esercito.
Provenendo, ancora vestito dalla tuta di volo, dal vicino campo d’atterraggio, approntato tra i monti e adibito soltanto agli aerei leggeri e agli alianti, volle offrirci l’aperitivo. Solo quando entrammo al bar, ricordò di non avere soldi nelle tasche della combinazione di volo.
Alla commessa che chiedeva il pagamento dello scontrino, rispose, disinvolto e signorile: “Prego, metta in conto al capitano bello!”. La cassiera, sorpresa, non seppe dir di no al bell’uomo dagli occhi azzurri. Nel pomeriggio, dopo aver pranzato insieme, Elio volle mostrarmi le bellezze delle vie del cielo, percorrendole con quella sorta di motocicletta ch’era il suo aereo, un “piper” dell’esercito. Dopo avere salutato Maria che ci aveva accompagnato al campo, presi posto dietro Elio, in quella che mi sembrava solo una carlinga con un paio d’ali. Acquistando velocità, quasi procedendo a balzelloni come un canguro, un’elegante cabrata ci portò a sfiorare di perfetta misura le cime degli alberi. E fu tutto un susseguirsi di figure acrobatiche che Elio intrecciò, condendo il tutto con picchiate a sfiorare il tetto della villa in cui abitavamo con Patrizia e Rossana, ed i miei genitori. Al ritorno, sulla pista d’atterraggio, ai bordi del campetto ricoperto d’erba - morbida e luccicante d’un verde neonato - un tenente colonnello teneva compagnia a Maria. Il capitano Elio Fucale gli si presentò e, dopo una breve corsa, si mise sull’attenti. Il tenente colonnello gli inflisse gli arresti perché colpevole di aver portato un civile su un aereo militare.
Quel pomeriggio patii il mare di scirocco, in cielo! Avevo comunque sentito il “cielo”!
Cielo, mare orizzontale, mare verticale: si incontrano a formare l’angolo giro, perfetto fra tutti, perché non ha né origine, né fine. È eterno, come un’onda che s’infrange e risorge!


Vele • Vele

Don Gaspare il Bastimentaro dal molo scrutava il bastimento, ormeggiato alla banchina; sembrava che lo carezzasse con gli occhi, dal bompresso ai pomi in testa d’albero, che ne valutasse le manovre, che s’inerpicasse con lo sguardo per le griselle, forse ripensando al tempo in cui le aveva scalate, in gioventù, con le mani e con i piedi. Facevo fatica a seguirlo nel discorso, perché, credo per pudore, bisbigliasse appena… Diceva che, all’epoca delle vele, da lassù, luogo d’aria, la coperta non si vedeva, con la barca tutta sbandata per l’andatura di bolina. Si vedeva solo il mare abbasso, un mare ch’era tutto biancore in subbuglio, contro cui si stagliavano netti madri, mogli e figli, vestiti a lutto. Perché a quel tempo il lutto lo portavano macari i picciriddi (anche i bambini). Lassù, sui marciapiedi tra le nuvole, malfermi passaggi per uomini dalla pelle dura come il cuoio, si era costretti ad andare prendendo proprie misure per salvare se stessi ed il bastimento: nel tentativo d’imbrogliare le vele, con la speranza di agguantare alla cappa, con la speranza di non trasformarsi in “soffio tra i soffi”, con la speranza che Dio riprendesse la pazienza perduta. Tremava, il bastimento, sotto i colpi delle ondate che, fameliche, gli si avventavano contro e cigolava, piangeva, stritolato da quelle masse d’acqua in movimento, dalla chiglia alla carena, dalle ruote alle coste. Quegli uomini non tremavano, non piangevano, consapevoli che per tornare dovevano restare lassù nella posizione degli uomini, in piedi, non in ginocchio, “così la testa è più vicina al cielo”.
Mi sembrava disdicevole interromperlo, finché Don Gaspare intuì che quel discorso appena sussurrato, come un soliloquio, fosse per me difficilmente udibile. Riprese a parlare con “voce di bocca e non di cuore”, così specificò, scusandosi. Precisò che al tempo odierno qualsiasi sprovveduto con i soldi, esperto in meccanica ed in elettronica, potrebbe andare per mare. “Se capita però qualcosa…”. Tacque, il vecchio, in un silenzio denso di significato minaccioso. Intravidi cieli plumbei, corruschi di fulmini, udii latrati di vento e rimbombi di frangenti. Lo guardai con aria interrogativa. “Se capita qualcosa, il destino si compie”. E concluse: “Gli uomini di cui fino ad ora ho parlato, erano marinai. Avevano frequentato l’impietosa scuola del mare, e colà si erano formati. Conoscevano le stelle, il vento, la fatica dei remi… Oggi dicono che i remi li ha inventati il diavolo… Sapessi quante volte, da bastimenti a secco di vele, dopo la tempesta, sono state filate in mare lance sulle quali hanno preso posto gli uomini, due lance a prua per sostituire la spinta del vento con la spinta impressa dai loro muscoli… Uomini capaci di partire e di tornare…!”. Tacque il vecchio, e tornò a guardare il bastimento. Pensando che lo stesse ammirando, lo apprezzai anch’io, come in realtà era: “Una gran bella barca”. Mi guardò, corrugando la fronte; fece una smorfia di disprezzo: “Varch’i spassu (barca di diporto)”. “Barca di malasorte”, aggiunse supercritico. “Non sono buono a stabilire di che pesce si tratti… Mi pare una goletta a palo, con bompresso a tre alberi verticali, a vele auriche. Prima erano gli uomini a portarla in giro per i mari, ora è lei che li porta in giro per il mondo…”.
“A me, però, sembra una gran bella barca…”, tornai a dire. Fu categorico: “Molla l’ormeggio, prendi il largo, marinaio, è come una donna dalle tette rifatte!”. Fine psicologo, don Gaspare! Ampliò il mio consenso, insignendomi di quel titolo nobiliare a cui da sempre avevo aspirato.


Via del Consiglio Reginale • Via del Consiglio Reginale


Vi è un vicolo, ad Ortigia, in cui al tempo di Costanza D’Aragona, un bellissimo palazzo apriva i battenti, ospitando la Camera Reginale. Era, Siracusa, feudo, costituitole in dote nel 1361 dal marito Federico IV il Semplice. A metà vanedda, sulla destra e sulla sinistra, a secondo che si provenga da ponente o da levante, resta l’arco aragonese dell’unica parete superstite: dal dissesto dell’ogiva si può arguire che tutto sia crollato per molteplicità telluriche. Nella chiave di volta vi è, in bassorilievo, un San Michele plurimpegnato: tiene una spada nella mano destra, una bilancia nella mano sinistra e con un piede trova il modo di calpestare un drago. Monito di giustizia? In realtà, al tempo degli Aragonesi, Siracusa fu bene amministrata: considerando la residenza reginale fiorirono a Siracusa floridi commerci, facilitati dal porto franco; l’edilizia produsse splendidi palazzi catalani. La Camera Reginale s’interruppe nel 1536, per volere dei Siracusani e per magnanimità di Carlo V, con la regina Germana di Foix. Regine tutte sfortunate, quelle Aragonesi: morirono anzitempo chi per peste - come Costanza, un anno dopo il suo insediamento - chi per parto, chi per veleno. Il vicolo, per toponimo via del Consiglio Reginale, fu indicato nella lingua parlata, come vanedda a nivi (stradina della neve), perché nel periodo estivo là si vendeva il ghiaccio che uomini volenterosi trasportavano a dorso di mulo entro sacchi di iuta dalle neviere di Buccheri, partendo alle quattro del mattino.
Quando nel 1948 fu proclamata la Regione Siciliana, una ventata di speranza produsse un’arbitraria variazione del toponimo o, forse, l’oblio nei confronti delle regine aragonesi.
L’originaria via del Consiglio Reginale si trasformò, nella lingua parlata, in via del Consiglio Regionale: fu un auspicio? Pensarono gli indigeni a quel San Michele pluriaffaccendato che certamente avrebbe salvaguardato gli interessi della città? Poiché San Michele si fece i fatti suoi, ed i consiglieri fecero i loro, la via del Consiglio Regionale, da una ventina d’anni ad oggi, è tornata ad essere via del Consiglio Reginale. Sede di regine, il vicolo, e sede anche di “re”: aveva cominciato a lavorare ragazzino in una drogheria, che già da allora, con l’effluvio della merce venduta, aromatizzava l’aria. Nicuzzu, Nicu, Gino, signor Gino, queste le tappe della sua vita. Divenuto titolare della rivendita, ne sfruttò ogni spazio disponibile, oltre che ampliare i suoi proventi, anche per venire incontro alle esigenze dei clienti: cannella, chiodi di garofano, noce moscata, zafferano, vaniglia e frutti canditi in bella vista, bocce di vetro sul bancone di noce scuro, colme di cannellini, confetti, policromia di caramelle, cioccolato e nocciolato a blocchi. E sui banconi, detersivi moderni e sapone di Marsiglia, deodoranti ed essenze…Tutto concorreva a fare di lui il signore del vicolo. Aveva due o tre gatti neri, Gino, che, signori come il padrone, si muovevano con passi felpati ed accorti, senza arrecare danni in quell’ambiente…
Avevano, penso a turno, una mansione importantissima: davanti alla porta della drogheria, Gino teneva sempre una sedia: se occupata dal gatto il dispensatore di odori era al lavoro; così, chi si affacciava alla vanedda, se il gatto, fosse stato assente, non avrebbe percorso la via inutilmente. Quando Rossana dalla nebbiosa Venezia tornava in Ortigia, una o due volte al giorno, passava da via del Consiglio Reginale per “una nebulizzazione di Arabia Felix”.


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
 

 

 
 

 
 

 

 

 

 

 

 

 
 

 
 

 
 

 
 

 
 
 

 
 
 
 
 

 
 

 
 

 
 
 

 
 

 
 
 
 

 
 
 

 
 

 
 

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