|
A nord di un’idea a sud di un amore
“I Greci sono colonizzatori. Sempre stati. Ma colonizzano le
spiagge, non si inoltrano.
Sanno che a perdere di vista il mare, si perde il tremolar della
marina: si perde l’intelligenza”.
Savinio
Enzo Maiorca è un eroe Greco.
Non soltanto per la sua straordinaria spinta a superare i propri
limiti naturali e interiori, ma perché strettissima è la
connessione tra identità greca e il mare, un mare ad un tempo
esterno e interno, un mare capace di custodire e collegare le
differenze, un mare che è radici e identità.
Una grande identità plurale.
Il politeismo, la tragedia e la filosofia conoscono la
legittimità di più punti di vista oltre che la difficoltà della
loro coesistenza e tutto questo in Grecia è legato al mare come
se esistesse un’omologia strutturale tra la configurazione
geografica della Grecia (e in particolare il rapporto tra terra
e mare) e la sua cultura.
Tutto questo nel corso della Storia si è esteso poi alle colonie
e, in maniera superlativa e unica, alla capitale della Grecia
d’occidente, la città di Enzo Maiorca: la nostra Siracusa.
Mesopotamia: la Civiltà ha le sue prime origini in Oriente, un
Oriente vicino che è una terra contenuta tra le acque di due
fiumi.
Ma poi la Civiltà si disloca da Oriente ad Occidente, dal pieno
della terra al vuoto del mare: in Egitto, a Creta e in Grecia. E
poi, dalla Grecia in Sicilia.
A Siracusa, dove tutto ha inizio.
Era il 734 a.C.
Enzo Maiorca è un discendente della nobile stirpe Corinzia.
Uomini di Mare e d’Avventura che disegnarono uno spazio,
profilarono un orizzonte storico e geopolitico inedito,
tracciarono non il limite di un confine ma l'area di un mare
bordato di terre: il Mediterraneo.
Terre diverse tra loro: lingue, costumi, profumi, sapori
variegati e differenti.
Il "Mare di Mezzo", allora, non rappresenta più ostacolo né
barriera invalicabile: al contrario ora connette, veicola,
trasmette mercanzie e denari, parole e immagini , arti e
mestieri, ora inventa e include civiltà, paesaggi e natura.
Viene alla mente Braudel: "Che cos'è il Mediterraneo? Mille cose
insieme. Non è un paesaggio, ma innumerevoli paesaggi. Non un
mare, ma un susseguirsi di mari ... un crocevia antichissimo. Da
millenni tutto vi confluisce complicandone e arricchendone la
storia: bestie da soma, vetture, merci, navi, idee, religioni,
modi di vivere".
Solida la terra, compresa tra certi limina su cui si incidono
come segni indelebili vie e percorsi. Fluido il mare, dove tutto
scorre, in cui l'itinerario tra un punto e un altro va tracciato
ogni volta di nuovo e la rotta è, sempre, da inventare.
Il rapporto con il mare, stimola il pensiero, produce una nuova
conoscenza, pratica e teorica nello stesso tempo.
Enzo Maiorca discende da Ulisse.
Limiti ricercati nelle profondità o nelle rotte inventate, poco
importa: limiti, comunque, da vincere e superare.
Limiti soprattutto interiori.
A Siracusa nasce il Logos del pensiero occidentale trattando gli
elementi fisici come concetti.
La dolcezza e la grandezza della civiltà Greca e Mediterranea è
il frutto di questa complicità creativa tra gli uomini e
l'ambiente naturale, che altrove hanno rapporti di definitiva
ostilità. Forse è perché qui gli uomini, per la prima volta, non
hanno dovuto spendere tutte le loro energie per sopravvivere e
sono riusciti così a sperimentare forme superiori di convivenza,
più aperte alla reciproca curiosità, alla stabile negoziazione
commerciale, alla diplomazia degli scambi culturali: la rete
della tradizione cosmopolita che collega le diverse sponde del
nostro mare si costituisce sul nucleo fondativo di un preciso
carattere, di una vera ragione Mediterranea.
Enzo Maiorca è il custode del mare. E da custode ha trasmesso la
sua esperienza alle figlie: radici e identità non chiuse ma
caratterizzate da un atteggiamento spirituale che parla di
avventura, di coraggio di rispetto della natura, di amore.
Per questo Enzo Maiorca, silenzioso e solitario eroe greco è
situato in uno spazio metafisico posto a nord di un’idea – la
Grecia – a sud di un amore – quell’ Italia da lui tanto amata.
Osservandolo passeggiare assorto e attento tra le stradine
d’Ortigia, con quel suo aspetto da Viaggiatore attento e
curioso, ci appare come portatore di ri-guardo straordinario per
la sua Città.
Ri-guardo,nel duplice senso di aver riguardo e di tornare
incessantemente a guardarla, per scoprire ogni giorno nuove e
importanti testimonianze di una delle più straordinarie
stratificazioni storiche e culturali del pianeta, qui
immortalate con impareggiabile sapienza da un altro Viaggiatore
della nostra città: Lamberto Rubino.
Oggi a Siracusa, dopo anni di “follia industriale” torna a farsi
strada una nuova e prepotente consapevolezza culturale e, ne
sono certo, Enzo Maiorca guarda con soddisfazione e speranza al
profondo recupero di spazi e di luoghi, di paesaggi e monumenti
che sembrano accompagnare la Città verso una riappropriazione
definiva del ruolo di grande capitale culturale che le spetta e
che è stato sancito e riconsacrato con l’ingresso nella World
Heritage List dell’Unesco.
Enzo Maiorca è un Greco d’occidente: mi piace pensare, anzi ne
sono certo che nel suo cuore, nel suo sguardo intelligente e
solare, nella straordinaria e aristocratica figura, segnata ma
non certamente piegata dalle mille avventure e da un recente, e
indicibile, dolore è forte e vivo l’orgoglio per una identità a
lungo ricercata negli abissi e gradualmente ritrovata dai suoi
concittadini.
Fabio Granata
|
|
Una finestra di luce sull’onda dello Jonio
L’Alfeo, raccontano, fiume dell'Elide, qui venne, per vie sotto
il mare segrete: ora qui sulla tua bocca, Aretusa, alle sicule
onde si mesce, così canta Virgilio dell’unione amorosa tra un
dio fluviale inabissatosi nella regione di Olimpia e la ninfa
prediletta dai siracusani. Un amore al quale va legata l’origine
della città di Siracusa, entità urbana della quale la bella
Doriese nell'effigie d'oro è l'immagine che la personifica,
l'espressione di bellezza che la identifica. Dire Siracusa
equivale a dire Aretusa, parimenti dire aretusei, figli di
Aretusa, è come dire siracusani. Figli di un amore che non
conosce ostacoli e limiti, che vince ogni ostilità, che supera
persino la forza degli elementi.
Un amore dai cui gorghi impetuosi, sebbene Ovidio e Pausania,
Pindemonte e D'Annunzio, non ne facciano racconto, sono stati
generati numerosi figli, alcuni geniali e creativi, altri
rivestiti di santità e di sapienza, di luce e di bellezza e
molti ancora normali come tante creature mortali.
Teocrito e Mosco, Archimede e Lucia, Marciano e Giuseppe
Innografo, Mario Minniti e Rosario Gagliardi, Salvatore Chindemi
ed Elio Vittorini … sono figli illustri di quella passione
mediterranea che ha radici profonde nelle acque di Alfeo e
Aretusa, germogli vigorosi di una mescolanza di culture che
ancora oggi genera anime inquiete e spiriti liberi, uomini di
scienza ed artisti raffinati, sportivi dalle imprese mitiche
come l'olimpionico Lygdamis imbattibile nel pankration.
Una di queste creature vive nel nostro tempo, attraversando
quotidianamente la luce del giorno che sorge, alitando negli
abissi del mare il respiro venerabile di Alfeo, come scrisse
Pindaro nel trasporto ardente dell'estro.
E’ un essere curioso e indagatore che si stupisce sempre, come
un bambino, per i profumi della terra e per i colori del mare.
Nella terra, nei luoghi di Cerere, cerca il biondo del grano e
le macchie scarlatte dei papaveri sparsi; nel mare, spazio
incontrastato di Nettuno, segue l'onda colorata di lapislazzuli
screziati d’oro.
E’ un camminatore per vocazione, sempre in cerca di immagini
inedite, segni ed espressioni di una città che sa bene di
conoscere palmo a palmo, come le mura della propria casa, come
il nido dei propri affetti. Cammina e osserva scrupoloso ogni
dettaglio e si stupisce sempre di un luogo che tuttavia conosce
più di ogni altro e nel quale cerca forse la sua stessa
identità.
Nuotatore per una missione ricevuta dal cielo, lo stesso cielo
che come una palma egizia vorrebbe graffiare, toccare e segnare
di carezze appassionate.
Legge Euripide quasi per farne un vademecum di saggezza e
ascoltando sempre la voce del cuore sa ancora sedersi, come un
ragazzo spensierato, sulle rocce d'arenaria del Plemmirio ondoso
o sugli spalti del castello di Federico per guardare il mare,
per sentire l’odore penetrante dello Jonio quando si scontra
fragoroso con le scogliere di calcari taglienti.
Si nasconde divertito nei luoghi ipogei dell'Eurialo per un
gioco fatto di stupore e di magia per i figli, poi per i nipoti
e certamente per sè stesso.
Con la compagna di sempre, Maria, la sua Gala, cerca le ombre
più segrete dei vicoli di Ortigia, le luci più intime dei
quartieri medievali, i profumi e i colori della terra e del
cielo, e persino gli odori penetranti della pece e della stoppa,
degli squeri e dei tronchi che attendono di essere intagliati
per diventare barche pronte ad affrontare la sfida del mare.
Rigoroso e scrupoloso, sa dare ascolto anche ai più umili perché
è convinto, come è giusto che sia, che ogni creatura ha dentro
di sé il valore della bellezza, la dimensione della verità, la
luce dell’infinito da cui provengono i semi della saggezza. E’
per tale ragione che tra i suoi amici più intimi ci sono anche
uomini di mare dal carattere semplice, dalla cultura minima ma …
ricchi di quella dote di profezia e di prudenza che ha radici
istintive, originarie, primordiali.
Vigoroso, è tanto forte quanto tenero. Sa quanta energia debba
essere spesa per controllare la forza degli elementi, allo
stesso tempo conosce e sperimenta galanterie d’altri tempi,
delicatezze nel dire e nel fare che, nella volgarità del giorno
presente, sembrano atteggiamenti di un’età irrimediabilmente
perduta. Solo Maria, la castellana dell’Eurialo, potrebbe dirci
quale velo di tristezza copra lo sguardo del nostro colapesce
quando sbirciando fuori dall’onda scopre la miseria, la
stupidità, lo squallore, l’aria fritta che ammorbano l’ambiente
e la vita, le coscienze e i sentimenti. S’arrabbia e diventa
triste pensando al canto malinconico di Rosa Balistreri, angelo
ferito dal grido lacerante, creatura che anch’io ho amato: S’arrubbaru
lu suli … s’arrubbaru lu mari …Sicilia chianci e piange davvero
questa Isola sconfitta dai soprusi e dalle angherie di
facinorosi e faccendieri, calpestata dalle spregiudicate azioni
distruttive di chi non conosce l’equilibrio della forma,
l’armonia dell’espressione.
Ed è triste innanzitutto quando pensa a quella piccola dolce
sirena che oltre al piacere dell’onda apprezzava i profumi
segreti dell’isola delle quaglie. Si chiamava Rossana, cioè
Raushana come dicono in Persia e significa finestra di luce, una
finestra aperta sugli odori pungenti e delicati, fruttati e
vaporosi di un’antica bottega, un piccolo suk di carattere
magrebino miracolosamente sorto nella medina siracusana, tra
palazzi catalani e cantonali barocchi. Se lei, la finestra di
luce, passasse oggi dalla vanedda a nivi, la strada delle regine
, avrebbe la grande delusione di non sentire più alcun profumo,
di non vedere i contrasti piacevoli dei colori delle spezie e
dei dolci.
Come è triste la sera di chi resta se, tramontando la luce del
sole, ci abbandonano anche i valori della storia e della
tradizione. Come è triste la sera di chi resta se i profumi
della terra si perdono in un carrello stracolmo di stupidità
selezionate con insipienza e pessimo gusto.
Forse è superfluo che io dica per chi ho scritto e a chi ho
dedicato queste brevi considerazioni critiche ( anch’esse
superflue se riferite ad un aretuseo d’eccezione al cui valore
nulla può aggiungere la mia parola ). Ciò che mi spinge a
rivelarne l’identità è solo la presunzione di chi non sa stare
zitto. E allora… aggiungo che probabilmente all'anagrafe della
città aretusea è stato registrato con il nome Enzo Maiorca, con
certezza so invece che la sua forza d'atleta, la sua sensibilità
profonda, la sua voce di libertà, la sua azione in difesa della
natura, la sua passione per il mare del quale conosce le pieghe,
gli anfratti e anche i suoni più misteriosi, hanno già
conquistato la dimensione del mito, quello spazio senza tempo al
quale appartengono le creature figlie della vittoria che non
calpesta, della passione che ha al di sopra di tutto la vita.
Paolo Giansiracusa
|
|
“Ottiggia” • “Ottiggia”
Anni fa, sul muro di un edificio di Ortigia prospiciente il
mare, si leggeva: “Grazie Ottiggia, sei stata maggica!” Scritta
di cattivo gusto? Frase ortograficamente scorretta? Maria ed io,
con degli amici, indugiavamo una sera a passeggiare sul
lungomare di Levante; intavolammo una discussione in proposito.
I più propendevano per la maleducazione dei giovani d’oggi: “Con
la tendenza che hanno a sporcare…”. Altri per l’ignoranza dei
giovani d’oggi: “La colpa non è loro, bensì della scuola…”. Il
più cinico di tutti considerò: “É il grazie di uno scippatore
per un bottino fortunato!”. Maria ed io, d’accordo nel ritenere
che si trattasse di giovani, dissentimmo da tutte le ipotesi.
Per noi era “l’incisione d’un urlo di felicità foneticamente
rafforzato”. Quella felicità che sgombra le nuvole, che rende
più vermigli i tramonti, più blu il cielo e fa intuire il
“sempre”: anche un istante, cristallizzandosi nell’ardore, può
divenire sempre. I più restarono scettici. A Maria ed a me
“quell’urlo”, finché fu leggibile, ci indusse a pensare che due
sconosciuti ragazzi, passeggiando mano nella mano, avessero
vissuto la fusione di due identità in una. A Maria ed a me
quell’urlo ci indusse a credere che ciò fosse avvenuto grazie
all’eterna, maliziosa, complicità di Ortigia. A noi era
accaduto! Il mito palpita tangibile “nella bella doriese nomata
Siracusa”, radendo tetti, terrazze, comignoli di case vetuste,
colmando ombreggiate vanedde, trasportato dalle ali del vento e
dalle glauche onde, talvolta canute di rabbia: il mito perenne
dell’amore attestato da una cerulea ninfa e da una tremebonda
vergine, Ciane ed Aretusa, “amore, amor, sussurrano l’acque, ed
Alfeo chiama nei verdi talami Aretusa”.
Calafatari • The ship caulkers
Profumo di pece, di stoppa, di pittura… Profumo di primavera…
Profumo di acqua e di “zappino” (corteccia di noce), borbottanti
dentro bidoni assittati (sistemati) su tre pietre, ospitanti un
fuoco, a tingere di marrone scuro l’olona delle vele; fatica per
barche messe in mare a “imbonare”, perché il legno, gonfiando,
cicatrizzasse le fessure createsi. Profumo di squeri e di
tronchi, speranza precoce di mare!
Mare • Sea
Ho conosciuto il mare orizzontale, il mare verticale e il cielo
del mare orizzontale. Amavo le vogate pomeridiane, amavo le
poderose palate, la iole che ci sfuggiva di sotto come un
cavallo di razza, gli effluvi di salmastro con cui la bassa
marea riempiva il porto, di cui seguivamo le rive. Nell’ora
incerta del crepuscolo, quando luce e tenebre stavano
combattendo l’ultima battaglia quotidiana e le tenebre stavano
per imporre la loro supremazia di ombre scure, le impronte
lasciate dai remi sul mare immoto sembravano grosse monete
d’argento con misteriosi ghirigori, disegni in rilievo. O
nell’aria dell’aurora, che stendeva un fremito sulla terra,
quando il levante ci riuniva con il sole alla Grecia
dirimpettaia, dallo “scoglio della galera” vedevamo le antiche
rocce del teatro greco diventare rosee d’un colore antico, là
sul Temenite ai cui piedi si stende Ortigia, la più antica
Siracusa. E al primo raggio che si stirava pigro, infreddolito
di mare come se intorpidito ancora dal sonno, noi infrangevamo
la superficie con una palata, inizio di un percorso tirato e
sofferto che ci avrebbe portato al molo Zanagora, ansanti e
sudatissimi, il percorso della iole a due. Equipaggio? Ninni
D’Arienzo, prima voga; io stesso, seconda voga; al timone Mario
Vaccaro o Ugo Cavarra. Sceglievamo quelle ore scomode perché
impegnati con la scuola. Quando, grazie ad una maschera
subacquea, mi è stato possibile dare la prima sbirciatina della
mia vita al mare verticale è stato amore a prima vista. Quel
mare mi consentiva di assistere, tale era la trasparenza, al
ballo delle spade, raggi del sole verticali, obliqui, rifratti,
che si allacciavano a danzare un minuetto suonato dalle soavi
increspature della superficie. È stato, quel primo giorno, un
amore fisico: mi sono cioè innamorato del bel corpo del mare! Mi
sembrò quasi d’incontrare laggiù, in quel turchino mediterraneo,
la Dea Sabina della primavera, la bellissima Flora, trasferitasi
sul fondo, dagli ubertosi e policromi campi dotali, dove era
impegnata a contare i fiori, quindi colori: mai sulla terra il
calcolo le riuscì: e penso neanche sotto il mare.
Quell’amore fisico di ragazzo, grazie ad una costante
frequentazione del mare, verticale e orizzontale, si arricchì di
amore mentale: fu quindi amore completo.
Cielo • Sky
Ho conosciuto il cielo. Un giorno Maria ed io ci stavamo
scaldando al sole tiepido in una piazza di Asiago,
sull’altopiano dei Sette Comuni. Colà incontrammo un amico
siracusano, il capitano dei bersaglieri Elio Fucale,
paracadutista e pilota dell’aviazione leggera dell’esercito.
Provenendo, ancora vestito dalla tuta di volo, dal vicino campo
d’atterraggio, approntato tra i monti e adibito soltanto agli
aerei leggeri e agli alianti, volle offrirci l’aperitivo. Solo
quando entrammo al bar, ricordò di non avere soldi nelle tasche
della combinazione di volo.
Alla commessa che chiedeva il pagamento dello scontrino,
rispose, disinvolto e signorile: “Prego, metta in conto al
capitano bello!”. La cassiera, sorpresa, non seppe dir di no al
bell’uomo dagli occhi azzurri. Nel pomeriggio, dopo aver
pranzato insieme, Elio volle mostrarmi le bellezze delle vie del
cielo, percorrendole con quella sorta di motocicletta ch’era il
suo aereo, un “piper” dell’esercito. Dopo avere salutato Maria
che ci aveva accompagnato al campo, presi posto dietro Elio, in
quella che mi sembrava solo una carlinga con un paio d’ali.
Acquistando velocità, quasi procedendo a balzelloni come un
canguro, un’elegante cabrata ci portò a sfiorare di perfetta
misura le cime degli alberi. E fu tutto un susseguirsi di figure
acrobatiche che Elio intrecciò, condendo il tutto con picchiate
a sfiorare il tetto della villa in cui abitavamo con Patrizia e
Rossana, ed i miei genitori. Al ritorno, sulla pista
d’atterraggio, ai bordi del campetto ricoperto d’erba - morbida
e luccicante d’un verde neonato - un tenente colonnello teneva
compagnia a Maria. Il capitano Elio Fucale gli si presentò e,
dopo una breve corsa, si mise sull’attenti. Il tenente
colonnello gli inflisse gli arresti perché colpevole di aver
portato un civile su un aereo militare.
Quel pomeriggio patii il mare di scirocco, in cielo! Avevo
comunque sentito il “cielo”!
Cielo, mare orizzontale, mare verticale: si incontrano a formare
l’angolo giro, perfetto fra tutti, perché non ha né origine, né
fine. È eterno, come un’onda che s’infrange e risorge!
Vele • Vele
Don Gaspare il Bastimentaro dal molo scrutava il bastimento,
ormeggiato alla banchina; sembrava che lo carezzasse con gli
occhi, dal bompresso ai pomi in testa d’albero, che ne valutasse
le manovre, che s’inerpicasse con lo sguardo per le griselle,
forse ripensando al tempo in cui le aveva scalate, in gioventù,
con le mani e con i piedi. Facevo fatica a seguirlo nel
discorso, perché, credo per pudore, bisbigliasse appena… Diceva
che, all’epoca delle vele, da lassù, luogo d’aria, la coperta
non si vedeva, con la barca tutta sbandata per l’andatura di
bolina. Si vedeva solo il mare abbasso, un mare ch’era tutto
biancore in subbuglio, contro cui si stagliavano netti madri,
mogli e figli, vestiti a lutto. Perché a quel tempo il lutto lo
portavano macari i picciriddi (anche i bambini). Lassù, sui
marciapiedi tra le nuvole, malfermi passaggi per uomini dalla
pelle dura come il cuoio, si era costretti ad andare prendendo
proprie misure per salvare se stessi ed il bastimento: nel
tentativo d’imbrogliare le vele, con la speranza di agguantare
alla cappa, con la speranza di non trasformarsi in “soffio tra i
soffi”, con la speranza che Dio riprendesse la pazienza perduta.
Tremava, il bastimento, sotto i colpi delle ondate che,
fameliche, gli si avventavano contro e cigolava, piangeva,
stritolato da quelle masse d’acqua in movimento, dalla chiglia
alla carena, dalle ruote alle coste. Quegli uomini non
tremavano, non piangevano, consapevoli che per tornare dovevano
restare lassù nella posizione degli uomini, in piedi, non in
ginocchio, “così la testa è più vicina al cielo”.
Mi sembrava disdicevole interromperlo, finché Don Gaspare intuì
che quel discorso appena sussurrato, come un soliloquio, fosse
per me difficilmente udibile. Riprese a parlare con “voce di
bocca e non di cuore”, così specificò, scusandosi. Precisò che
al tempo odierno qualsiasi sprovveduto con i soldi, esperto in
meccanica ed in elettronica, potrebbe andare per mare. “Se
capita però qualcosa…”. Tacque, il vecchio, in un silenzio denso
di significato minaccioso. Intravidi cieli plumbei, corruschi di
fulmini, udii latrati di vento e rimbombi di frangenti. Lo
guardai con aria interrogativa. “Se capita qualcosa, il destino
si compie”. E concluse: “Gli uomini di cui fino ad ora ho
parlato, erano marinai. Avevano frequentato l’impietosa scuola
del mare, e colà si erano formati. Conoscevano le stelle, il
vento, la fatica dei remi… Oggi dicono che i remi li ha
inventati il diavolo… Sapessi quante volte, da bastimenti a
secco di vele, dopo la tempesta, sono state filate in mare lance
sulle quali hanno preso posto gli uomini, due lance a prua per
sostituire la spinta del vento con la spinta impressa dai loro
muscoli… Uomini capaci di partire e di tornare…!”. Tacque il
vecchio, e tornò a guardare il bastimento. Pensando che lo
stesse ammirando, lo apprezzai anch’io, come in realtà era: “Una
gran bella barca”. Mi guardò, corrugando la fronte; fece una
smorfia di disprezzo: “Varch’i spassu (barca di diporto)”.
“Barca di malasorte”, aggiunse supercritico. “Non sono buono a
stabilire di che pesce si tratti… Mi pare una goletta a palo,
con bompresso a tre alberi verticali, a vele auriche. Prima
erano gli uomini a portarla in giro per i mari, ora è lei che li
porta in giro per il mondo…”.
“A me, però, sembra una gran bella barca…”, tornai a dire. Fu
categorico: “Molla l’ormeggio, prendi il largo, marinaio, è come
una donna dalle tette rifatte!”. Fine psicologo, don Gaspare!
Ampliò il mio consenso, insignendomi di quel titolo nobiliare a
cui da sempre avevo aspirato.
Via del Consiglio Reginale • Via del Consiglio Reginale
Vi è un vicolo, ad Ortigia, in cui al tempo di Costanza
D’Aragona, un bellissimo palazzo apriva i battenti, ospitando la
Camera Reginale. Era, Siracusa, feudo, costituitole in dote nel
1361 dal marito Federico IV il Semplice. A metà vanedda, sulla
destra e sulla sinistra, a secondo che si provenga da ponente o
da levante, resta l’arco aragonese dell’unica parete superstite:
dal dissesto dell’ogiva si può arguire che tutto sia crollato
per molteplicità telluriche. Nella chiave di volta vi è, in
bassorilievo, un San Michele plurimpegnato: tiene una spada
nella mano destra, una bilancia nella mano sinistra e con un
piede trova il modo di calpestare un drago. Monito di giustizia?
In realtà, al tempo degli Aragonesi, Siracusa fu bene
amministrata: considerando la residenza reginale fiorirono a
Siracusa floridi commerci, facilitati dal porto franco;
l’edilizia produsse splendidi palazzi catalani. La Camera
Reginale s’interruppe nel 1536, per volere dei Siracusani e per
magnanimità di Carlo V, con la regina Germana di Foix. Regine
tutte sfortunate, quelle Aragonesi: morirono anzitempo chi per
peste - come Costanza, un anno dopo il suo insediamento - chi
per parto, chi per veleno. Il vicolo, per toponimo via del
Consiglio Reginale, fu indicato nella lingua parlata, come
vanedda a nivi (stradina della neve), perché nel periodo estivo
là si vendeva il ghiaccio che uomini volenterosi trasportavano a
dorso di mulo entro sacchi di iuta dalle neviere di Buccheri,
partendo alle quattro del mattino.
Quando nel 1948 fu proclamata la Regione Siciliana, una ventata
di speranza produsse un’arbitraria variazione del toponimo o,
forse, l’oblio nei confronti delle regine aragonesi.
L’originaria via del Consiglio Reginale si trasformò, nella
lingua parlata, in via del Consiglio Regionale: fu un auspicio?
Pensarono gli indigeni a quel San Michele pluriaffaccendato che
certamente avrebbe salvaguardato gli interessi della città?
Poiché San Michele si fece i fatti suoi, ed i consiglieri fecero
i loro, la via del Consiglio Regionale, da una ventina d’anni ad
oggi, è tornata ad essere via del Consiglio Reginale. Sede di
regine, il vicolo, e sede anche di “re”: aveva cominciato a
lavorare ragazzino in una drogheria, che già da allora, con
l’effluvio della merce venduta, aromatizzava l’aria. Nicuzzu,
Nicu, Gino, signor Gino, queste le tappe della sua vita.
Divenuto titolare della rivendita, ne sfruttò ogni spazio
disponibile, oltre che ampliare i suoi proventi, anche per
venire incontro alle esigenze dei clienti: cannella, chiodi di
garofano, noce moscata, zafferano, vaniglia e frutti canditi in
bella vista, bocce di vetro sul bancone di noce scuro, colme di
cannellini, confetti, policromia di caramelle, cioccolato e
nocciolato a blocchi. E sui banconi, detersivi moderni e sapone
di Marsiglia, deodoranti ed essenze…Tutto concorreva a fare di
lui il signore del vicolo. Aveva due o tre gatti neri, Gino,
che, signori come il padrone, si muovevano con passi felpati ed
accorti, senza arrecare danni in quell’ambiente…
Avevano, penso a turno, una mansione importantissima: davanti
alla porta della drogheria, Gino teneva sempre una sedia: se
occupata dal gatto il dispensatore di odori era al lavoro; così,
chi si affacciava alla vanedda, se il gatto, fosse stato
assente, non avrebbe percorso la via inutilmente. Quando Rossana
dalla nebbiosa Venezia tornava in Ortigia, una o due volte al
giorno, passava da via del Consiglio Reginale per “una
nebulizzazione di Arabia Felix”.
|