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Attraverso il Val di Noto. Suggestioni per una sosta in provincia di Siracusa
Prefazione di Cettina Voza
Il triangolo sud-orientale della Sicilia, ma soprattutto il territorio della Provincia di Siracusa, dall'alto degli Iblei alla splendente costa ionica, è dotato di un patrimonio culturale senza pari nell’area mediterranea. Una serie impressionante di siti preistorici, cinque città greche di fondazione coloniale e subcoloniale, famosi centri storici che rendono una stratificazione dell’edificato caratterizzata sovente da alti e significativi accenti monumentali e urbanistici, datanti da età bizantina a quella barocca, dimostrano quanto denso ed esteso sia questo patrimonio. Esso ha saputo sempre coniugare fattori territoriali rilevantissimi a creazioni umane originali e particolari, alle quali è aggregato il patrimonio invisibile fatto di miti, tradizioni, usi e costumi che connotano in modo del tutto particolare questo contesto ambientale. Se, come mostra il volume che qui si presenta, sono tante le possibilità di approccio al territorio, che si percepiscono attraverso l’intelligente indagine fatta che spazia dall’archeologia alla letteratura, dai valori monumentali a quelli artistici e antropologici, vien fatto di pensare, sulla scorta delle suggestioni qui date, alle grandi, ulteriori possibilità. Il libro vuole essere, perciò, un invito al viaggio, attraverso il Val di Noto, inteso come l’offerta di una terra ricca e generosa a quell’esperienza completa ed appagante che resta, dopo ogni ritorno, come emozione e conoscenza.
Giungere a Siracusa dà sempre il senso di un antico approdo, di meta nota ed agognata intrisa di memorie vissute e stratificatesi nel tempo: da sempre. Volendo Seneca in exemplum proporre il luogo che all’immaginario collettivo suonasse come ineludibile, da raggiungere malgrado ogni avversità di viaggio, indica Siracusa “Vedrai la fonte Aretusa…, vedrai il porto più placido del mondo…, vedrai…,vedrai…”. E quale savio rinuncerebbe mai al viaggio? Quanti, seguendo questa antica trama, hanno scelto la mitica città a segno del loro viaggio, obbedendo a una segreta eco dell’intelletto, e mai delusi nelle loro attese? Quella città il cui nome suona, a dire del poeta, “come se fosse stato scritto in greco…, in cui il suolo vi è sonoro sotto i passi, traforato dal fuoco antico”. Con l’arcano senso dello sbarco si giunge dunque nella città, segnata dalla luce, luce che nitida emerge dal chiarore delle pietre e nel naturale fisico dispiegarsi e nell’armoniosa strutturata composizione, rendendone la precipua caratteristica. Appare subito bianca terra di confine tra le nere lave del territorio dell’Etna, e la estrema zona di Ragusa, giù, dove cielo e terra si tingono già di presentimento d’Africa. Questo triangolo della Sicilia Sud Orientale si connota in modo esclusivo e coinvolgente: arca antichissima di pietra, protesa lievemente verso il mare, il luminescente Jonio, attraversato dalle sonanti correnti della grecità. Arca di pietra protesa verso la costa, murata da massicci calcarei, scoscesi all’apparenza, ma fragranti e dolci nel cuore, verde di secolare macchia, murmure di fresco rivo. Il massiccio, “il cui nome è a pronunciarlo dolce”, al pari di quello dei mitici fiumi che da esso traggono origine e linfa, è quello degli Iblei, famoso per la dolcezza del suo miele, odoroso di timo, di zagare e di ogni silvestre fragranza. La storia attraversa il territorio diramandosi per ogni dove, seguendo antiche vicende di natura e di uomini, a cominciare da là, dove l’Etna non incombe stretta su uomini e terre, ma si staglia sullo sfondo bellissimo, a sovrastare l’imminente pianura. Si dispiega da lì la fertile pianura lumeggiata dai verdi giardini, quei giardini siciliani in cui al pallido oro delle distese di grano dei Romani, gli Arabi sostituirono lo splendore di gemma di aranci e di limoni, percorsi da rivoli d’acqua. Si chiamano Lentini, Carlentini, Francofonte, quelle contrade, di ferace storica agricoltura, dove ancora la nera zolla testimonia della fertilità del vulcano amico, ma anche di monumenti diversissimi, quali solo l’intricata e mutevole storia di questo territorio poteva produrre. Alle fertili pianure seguiranno tavolati calcarei, incisi da cave e da fiumi, disseminati da chiare, sbiadite lave, antichissima, geologica memoria del vulcano che fu progenitore dell’Etna, Monte Lauro, docile, domato gigante. A sud il triangolo diventa terra di mare e di frontiera, presidiata da torri a guardia di coste e paesi, disseminata di antiche rovine, memorie del passato, di fulgente grandezza e insieme di conquista e distruzione. Quella costa, ideale battigia della storia, su tutto racconta degli uomini che l’hanno abitata, della loro vita, del lavoro, della fantasia, seguendo il ritmo delle stagioni e il silente migrare dei branchi di pesce. Proprio accanto al mare in immaginifico connubio vive quella campagna fertile, rinomata in antico per il canto dei poeti che la celebrarono: l’Eloria Tempe, verdeggiante di biade e rossa di papaveri, là dove l’affannata Cerere andava cercando l’involata Proserpina: avrà forse la madre perso nel tumulto della corsa la fragrante corona di spighe che le cinge il capo, e la figlia lo splendente papavero giovanilmente appuntato sulla la nuca, così come appare raffigurato nelle splendide monete d’argento dei Sikeliotai? In quel territorio che si distende subito dopo Siracusa, a partire da Avola, alla dignità e bellezza e grandiosità delle memorie archeologiche, si aggiungono distese di leggiadri mandorli e messi feraci, di vigneti di uve di autorevole nerbo, dove nel tempo alla vite e ai secolari ulivi si sono affiancati i monumentali carrubi, e brilla ultimo ma non meno autorevole arrivato, il pomodorino di Pachino, frutto di moderna mitologia, rosso pomo-d’oro delle Esperidi e signore di ogni mensa. Corre la costa su linee di dune dorate, di docili scogliere, di pantani costieri, dove il confine tra terra e mare è rotto da aeree dirute costruzioni, le antiche tonnare, con le loro chiesette, gli enormi capannoni, dove un tempo forte suonava la vita, nel lavoro frenetico seguito alla cattura dei tonni; un tempo c’era lì canto, e lavoro e vita, oggi le snervate membra degli edifici, le immani barche, le ancore immense, sembrano quinte di scena, set di un ricordo ancora vitale e recente. È così il litorale fin dove lo Jonio incontra il Canale di Sicilia, fino allo spartiacque dell’Isola delle Correnti, oltre Capo Passero, “là dove la Sicilia dilaga verso l’Africa e la lontananza si smarrisce fra le onde che diventano più azzurre e l’aria sa di sabbia e di deserto”. In quel rosato aereo caligare possono apparire miraggi, e come tali appaiono, la rossa casa sospesa fra terra e mare che fu dimora delle parole e dei sogni di Vitaliano Brancati, e ancor più l’asburgica fortezza sull’isola di Portopalo: abbacinata, remota, visionaria, domina la solitudine del mare e una selva di immani ancore, e sembra ancora risuonare della perentorietà degli ordini e dello sciabordare dell’acqua rotta dal ritroso passo dei cavalli che raggiungevano la guarnigione. È costa dove ogni avanzare è sospeso, come timoroso che si squarci il velo e la realtà precipiti verso una dimensione nella quale i sogni non hanno più diritto di esistere. A ciò forse minacciosamente occhieggiando alludono cemento e ciminiere, rivendicando una loro, ahimè, pretesa preminenza nell’età presente. Ma saranno ancora gli uomini con saggio discrimen a coniugare la modernità in modo compatibile, consapevoli che se tanta bellezza è stata da sempre offerta e disponibile, sono stati poi gli stessi uomini, quei diversi e molteplici popoli che in Sicilia sono giunti e si sono fermati, a rendere ineguagliabili questi luoghi, a far sì che si tingessero di emozioni indimenticabili, offrendo quell’unicum che solo questa terra, la Sicilia, poteva generare. Uniche in tal senso appaiono le necropoli rupestri di Pantalica, assolute e atemporali, mnema perenne di Hyblon, di quei luoghi e terre, mitico re e signore. Seppe mai egli di Dedalo, di quando l’artefice ingegnosissimo concluso il doloroso volo in Sicilia nel territorio di Megara costruì la colymbetra, la più importante delle opere idrauliche siciliane per irreggimentare e difendere quel bene assoluto che è l’acqua? Vennero poi i Greci, e furono “Greci di Sicilia”, qui vissero e operarono; appartiene a loro tanta parte della lingua, l’equilibrio, e la civile aggregazione. I loro segni percorrono il territorio, da Megara a Lentini, da Siracusa ad Acre, ad Eloro, e sempre il linguaggio si dichiara originale e mai ripetitivo di modelli importati. Accanto, nuove scoperte, che aprono scenari di scienza e conoscenza insperate, rifulgono come gemme nel territorio a sottolineare l’amore del bello, dell’armonia, e dell’equilibrio in un esaltante periodo della storia antica: è la villa del Tellaro a raccontarci della Sicilia romana, con il suo bestiario di mosaici policromi, esotico ma non lontano, con leoni e tigri, ma anche oche, cavalli e domestici volatili, che fanno da cornice a un lieto vivissimo banchetto campestre all’ombra di veli e fronde e soprattutto la rappresentazione della virtù antica, la pietas di Achille al cospetto del vecchio Priamo.
Luce ed ombra, penombra della chiesa e trionfante luce della piazza, fra questi opposti poli si coniuga anche l’anima siciliana, l’antica greca misura e i segni della più recente fastosità spagnola. È stata proprio la cultura spagnola in questo tratto dell’isola a lasciare, dopo quella greca, le più vistose tracce della lunga permanenza, lo denunciano già nomi come “la città di Carlo” Carlentini e la geometrica struttura dei luoghi di più antico baronaggio, spesso assonanti con i modelli urbani delle novissime colonie d’America. Ma quel magnifico circuito virtuoso fra storia e civiltà doveva ancora una volta essere modificato: fu il devastante urto del terremoto del 1693 travolgendo città e contrade, a segnare marcatamente il territorio, dando vita a quel Barocco della Sicilia orientale dalle caratteristiche così omogenee ed originali. Avvenne ancora una volta che dal lutto succeduto alla luce nascessero spirito e risorse per dar vita a forme nuove, inno, esaltazione di pietra della vita che si rinnovellava. Scrive un appassionato conoscitore di Noto “ Il Barocco contiene e fonde aspetti contraddittori: un epicureismo antico e malinconico, l’avidità gioiosa della bellezza, la drammaticità della tradizione bizantina locale, il fascino dell’Oriente e i suoi modi, la passione della Controriforma cattolica, cupa nelle sue inquietitudini, vestita di urbanità e di atticismo siciliano nelle manifestazioni della sua potenza, il desiderio di dissolvimento in cui si adagia la tormentosa anima spagnola”. Parole che ben rappresentano l’unicità del fenomeno come pure di quello della città che le ispira, in cui è protagonista ancora una volta la luce che obliquamente, al tramonto, riversandosi sull’aereo profilo di chiese e campanili, tutto lo riveste e
impregna di aurea luminescenza, scultura d’oro
lanciata contro il cielo!
Palazzolo, Ferla, Sortino, Buccheri, Buscemi: appare magico questo barocco della Sicilia Sud-Orientale per il senso di compiuta armonia che promana, e si comprende come architetture spettacolari, illusioni prospettiche, dilatati ed accresciuti giochi di pietra, non nascano da un casuale disegno scritto sulla sabbia, ma siano orchestrati sempre come note di altissima sinfonia, composte all’interno di geometrico lineare pentagramma. È quella sottesa misura, che in effetti lo compone e lo trascende, a rendere unico questo attardato barocco siciliano, a far sì che si rimanga affascinati, senza mai avvertire il peso del sovrabbondante, con la sensazione di partecipare a un giuoco dell’intelletto, ironico e sottile, arcano e allo stesso tempo essenziale, come solo la sapienziale penna di Vittorini ha saputo descrivere. È allora possibile credere realmente che un selciato sia un fastoso giardino, che i grappoli d’uva avvinghiati alle tortili colonne siano dello stesso rosso turgore di quelli dei vigneti circostanti, e gli alati cavalli naturalmente convivano coi delfini e colle sirene, e le maschere umane, il teatro della vita naturalmente rappresentando, alludano alla continua metamorfosi che esse vivono e che tutti attende. Dall’alto dei mensoloni le maschere al visitatore ammiccando, sembrano suggerirgli anche più immediati codici di conoscenza, mostrandosi presenti nei grandi vasi antropomorfi di terracotta, fragranti di basilico e di gelsomino, o nelle più umili forme allo stesso modo decorate, che accolgono la cristallina cotognata. È sempre la stessa cultura che corre nel tempo fino a distendersi poi nelle fiorite forme del liberty, che con lieve grazia copre, agli inizi del ‘900, tanta parte degli edifici di ariosi centri come Floridia, Solarino, e soprattutto, Canicattini. La stessa sensibilità attraversa la via del gusto, utilizzando gli stessi codici artistici degli amati contrasti che combinano il dolce con il salato, il chiaro con lo scuro, il pieno con il vuoto: è un trionfo del cibo, che si presenta con forme gloriose assieme alla gamma dei vini, stupefacente corteo che accompagna i prodotti più intriganti, i dolci, fra i quali primeggia la cassata, che ne è forse l’esito più sublime: sintesi di storia ed eccesso del gusto, splendente prima agli occhi poi alla gola, non effimera cifra di tutta la bellezza e la variegata storia di questa terra. La conquista di questa e di altre pari dolcezze rappresenta l’ultimo e più immediato tramite del percorso di conoscenza di uomini e cose, intrapreso cercando forse, come suggerisce Gesualdo Bufalino, “nel confronto con gli uomini e il sangue caldo dei comportamenti una verifica di sé, o inseguendo nelle pietre in cui ci si aggira le risonanze e le testimonianze superstiti delle epoche passate”.
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