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IL TEATRO PROSKENION A SORTINO |
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2~ Rassegna del Teatro delle Marionette Il Teatro Proskenion a Sortino I due spettacoli presentati dal Proskenion nell’ambito della 2 Rassegna del Teatro delle Marionette hanno fatto capire al pubblico due cose essenziali del fatto artisti- co: le origini e la sua evoluzione. Le origini del gesto teatrale, come sappiamo, sono evidenziate e portate a una forte dimostrazione, nelle rappresentazioni della Commedia dell’Arte; l’evoluzione si ha invece quando, sul canovaccio tradizionale, si cerca di inserire nuove forme espressive, tali da soddisfare il pubblico e da incuriosire l’intelligenza dello studioso. Il Teatro Proskenion, la cui ricerca drammaturgica ultradecennale, soprattutto nelle ultime esperienze avute con il regista Eugenio Barba e il suo Teatro Eurasiano, ha percorso varie strade di sperimentazione e di impegno didattico e sociale, ha portato nella Rassegna sortinese, oltre alle bellissime maschere realizzate da Fabio Butera, due spettacoli di alta professionalità dove tradizione e innovazione si sono sposate magnificamente. Lo scenario della Commedia dell’Arte ha coinvolto un ristrettissimo pubblico straniato e stupito che, via via che lo spettacolo si svolgeva, veniva sempre più introdotto nel testo come un altro attore che si formava lì stesso, spettatore interessato delle disgraziate vicende di Pulcinella. Ed è proprio Pulcinella, simbolo della fame e della povertà, della sfortuna e della buffoneria che irride, la maschera principale di questo canovaccio teatrale in cui si rappresentava la contrapposizione fra ricchezza e povertà, fra potere e servilismo, fra arroganza è amore. Il Pulcinella di Valerio Apice, dalla gestualità misurata ma efficace e briosa, andava così, di scena in scena, sviluppando la vecchia dialettica fra padrone e servo della quale si sono cibate le commedie greche e latine fino a quelle del teatro popolare, e si animava nel- lo spazio scenico come un burattino che chieda al suo manovratore non solo i movimenti armonici del corpo ma anche la poesia del gesto. Spettacolo di poesia, questo scenario in cui si contempla la ribellione al potere da parte di Pulcinella, ma anche il suo rassegnato invito a non svegliare quel padrone che si appisola dopo un lauto pasto, simbolo di tutte le ingordigie del potere stesso; spettacolo della parola che si fa gesto ed emozione, del dialetto napoletano che evoca, coi suoi farfugliati fraseggi, il mondo caotico dei vi- coli e dei cortili; spettacolo di grazia se una grazia d’arte si può riconoscere nel leggero roteare delle dita, nella curva della schiena che diventa arco e danza, nella torsione del corpo che si fa scultura e figura. E così anche gli altri attori, a cominciare da quel Nino Racco che impersonava Giangurgolo, tipica maschera calabrese, an- che lui disgraziato portatore di illusioni (d’amore e di riscatto) esaltante nell’interpretazione immediata e fresca, come appunto si conviene ai commedianti dell’improvvisazione. E così il padrone del teatrino delle marionette - un misurato Ivan Falvo D’Urso — che, per l’occasione, viene allestito a Sortino: presenza muta ma fortemente caratterizzata sia nel vestito elegantissimo, sia nel suo continuo mangiare, appartato ma sempre incombente come un deus ex machina. E così pure i due suonatori, il brasiliano Dimir Viana e Vincenzo Mercu- rio, che hanno accompagnato con musiche fortemente evocative i bellissimi testi dello stesso Valerio Apice e della tradizione poetica napoletana. Ma su tutto, presenza ed essenza dell’anima di questi personaggi, si presentavano le originalissime maschere di Fabio Butera: sui volti degli attori e degli spettatori, sul teatrino che faceva da sfondo, sui fondali e sulle quinte, simbolo dell’antico gioco delle parti cui sono chiamati uomini e personaggi. La regia è stata felicemente curata da Claudio La Camera e la drammaturgia da Maria Ficara. Spettacolo diversissimo per contenuto e drammaturgia, ma anch’esso ancorato alla gestualità della Commedia dell’Arte, è stata la cantastoriata di Nino Racco, che in circa un ora di recitazione ha fatto rivivere l’epica avventura del più famoso bandito siciliano: Salvatore Giuliano. Racco è un cantastorie originale che innova fortemente i canoni tradizionali del genere e rilegge scenicamente (non più affidando tutto alla sola parola o al canto) gli antichi testi sacri del repertorio tradizionale. Non ha cartelloni figurati, non ha cadenze musicali canonizzate e stereotipate, non ha camioncini o registratori; ha invece un palcoscenico, ovvero uno spazio nel quale egli balia canta recita, ora evocando le imprese leggendarie del bandito, ora piangendo con la madre di lui, ora introducendosi nella storia per un commento, una considerazione, così come avviene nella tragedia greca e così come avveniva nella tradizione del cantastorie. Diciamo che su un impianto tradizionale, Racco costruisce, con moderna sensibilità, un nuovo modo di affabulare in cui gesto, musica e parola, realizzano un tutto armonico di grande spessore artistico. Il cartellone è lui stesso, il suo corpo diventa personaggio e storia, la sua voce varia repentinamente toccando tutti i registri tonali e drammatici della vicenda che vie- ne rappresentata. E una strada nuova per questo genere vecchio e oggi, francamente, superato da tutti i mezzi di comunicazione; una strada che può trovare sbocchi solo nel teatro, come intelligentemente ci indica quest’attore calabrese che, in oltre trecento repliche, ha cantato ancora una volta a tutt’Italia, le gesta e la morte del più amato dei banditi.
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