GIOVANNI MIGLIARA

 

L’universo eclettico

delle sculture di Giovanni Migliara

 

 La scultura è un’arte complessa e faticosa, più di ogni altra esperienza artistica. Impegna il corpo e lo spirito, i muscoli e la mente; nasce quasi sempre in luoghi polverosi e disordinati, tra martelli e sgorbie, trapani e seghe, oli ed essenze; si forma a poco a poco ora togliendo materia ora aggiungendo impasti fino ad ottenere l’involucro di un’idea, di un’emozione, di una figura. Abbiamo voluto, solo per scuola e per semplicità di linguaggio, catalogare e fossilizzare le forme artistiche in generi e in canoni diversi, come si usa fare in botanica, tracciando le linee di fondo di un movimento e inserendo a forza ogni artista in una di queste gabbie dai nomi astrusi e impoetici: impressionismo, astrattismo, dadaismo, poverismo ecc. Oh, miseria della mente umana, stretta di confini e di sequenze logiche! Poi ti trovi davanti alle creature di Giovanni Migliara, poliedriche, diverse l’una dall’altra per forma e linguaggio tecnico, inusuali e originalissime, leggibili e incomprensibili, emozionanti e fredde, e non sai come inquadrare questi cinquant’anni di esperienze scultoree di un uomo che ha vissuto molte delle stagioni artistiche del novecento europeo.

                    

Giovanni viene dall’umile esperienza dell’intaglio del legno nella costruzione dei carretti siciliani. E proprio quell’esperienza che gli ha dato gli stimoli e le tecniche che lo hanno portato alla scultura: il legno e il ferro saranno i suoi materiali preferiti, soprattutto quei trucioli lasciati per terra, quelle fogliette di faggio, di noce, di pino, sparpagliate sul pavimento come lacrime lasciate cadere e dimenticate. Questi pezzettini di legno formeranno la materia delle sue sculture. Ma anche le pietre, scavate e sforacchiate dall’acqua e dal vento, le arenarie porose e i calcari rugosi, queste pietre di Sicilia che formano la pelle delle nostre trazzere e limitano, con muri a secco, le terre delle nostre contrade. Ed ecco ancora le lamiere assemblate, mostri geometrici e informali, in cui lo spazio entra ed esce come il vento di marzo dalle vanelle dei paesi di montagna. Migliara tutto raccoglie e conserva perché negli scarti della nostra tecnologia riesce a vedere qualcosa: una testa, un corpo, un cavallo, una sagoma di animale o di pianta e con pazienza infinita la forma questa sua stravagante creatura e poi le dà la vita, ripetendo quell’atto divino della creazione che è fondamento e motivo originario dell’arte. E un’arte povera sol perché usa scarti e materiali d’uso corrente? Non mi pare, sia perché gli esiti artistici sono rilevanti sia perché il contenuto di queste sculture ha una grande valenza culturale e spirituale. Il livello culturale di queste opere si legge perfettamente nella loro formalizzazione; Migliara ha conosciuto,come dicevamo, molte delle esperienze artistiche del Novecento e le ha voluto sperimentare per capirne le idee portanti, le espressioni tecniche, le possibilità estetiche. Sono nate così opere che si rifanno al simbolismo, al figurativismo, all’epressionismo, all’astrattismo, all’informale, al poverismo ecc. (ecco, ritornano i vecchi termini aborriti!) ma che portano con sé, in ogni esito, la spinta della ricerca e la curiosità dell’artista che vuole conoscere i movimenti e le pulsioni stesse della materia che tratta.

 Questa ricerca stilistica e tecnica porta ad esiti veramente unici ed originali: la materia mantiene quasi sempre il suo colore e la sua “pelle” e si assembla in modo naturale, come se non potesse avere altra forma e apparenza. In queste note non si può dar conto della varietà delle forme realizzate da Migliara: c’è di tutto. E ogni scultura ha una propria storia di ricerca e di stile, testimonia la fantasia e la padronanza stilistica di questo nostro scultore che con altri tre o quattro artisti rappresenta degnamente questa forma d’arte nella storia siracusana del secondo Novecento. Il livello spirituale emerge invece come un’esigenza intima e nascosta; un’aspirazione e una necessità ad un tempo che possano giustificare la propria arte. C’è in queste sculture, anche in qùelle dichiaratamente non di ispirazione religiosa (che pur sono tante), un sentimento di trapasso, di superamento della materia e della forma per ricevere quel senso delle cose che appartiene alla metafisica e che motiva spesso le scelte e la didattica dell’arte di Migliara. Molte di queste figure vivono nell’aria, forme allungate ed evanescenti, giocose e poetiche; hanno uno spirito che le muove e le vivifica nella leggerezza dei metalli e dei legni che abbandonano per un attimo la loro molecolare natura per farsi soffio e parvenza. È una spiritualità laica e umana; una spiritualità della materia, se ci è consentito l’ossimoro; al di là della quale si può o non si può incontrare Dio ma ci si immerge certamente nella sua sacra natura. Il mondo, quel povero mondo fatto di materia inerte e insignificante, nobilitata fino a farsi strumento di un’elevazione sentimentale, artistica e spirituale, è lo scenario dell’arte di Migliara: il mondo del rifiuto, della pietra scartata, dell’oggetto dimenticato, della natura ignorata, qui, fra le mani di Migliara, torna alla sua originaria essenza e si ripropone all’attenzione come un mondo nuovo di idee e di significazioni, di promesse di rinascita e di progresso. Infine un’ultima impressione. Molte di queste sculture mi ricordano qualcosa di mediterraneo: alcune hanno la possanza e l’atteggiamento della scultura egiziana e greca; altre si alzano con linee filiformi come ci viene da osservare in gran parte della scultura dei paesi africani. Anche qui, dunque, una studiata ambivalenza che passa dallo staticismo classico al dinamismo dei primitivi; anche qui un non ritrovarsi in un solo canale della storia della creazione artistica ma un fluttuare nel grande universo delle idee che da ogni parte hanno contribuito al progresso dell’uomo.