I colori della sofferenza e della
denuncia
Una pittura densa, corposa, contorta e aggressiva;
una coloristica talmente vivace e luminosa che rasenta il bagliore
della violenza; un contenuto che rimanda ai temi esistenziali della
storia umana, gravido di sentimenti e di passioni; questa è la
poetica dentro la quale si svolge l’arte di Angelo Cassia, uno di
quei pittori siracusani di più certo valore che da oltre un
trentennio lavorano con serietà e professionalità nella nostra
Sicilia.

Confesso la mia inquietudine e spesso il mio
disorientamento quando m’imbatto davanti alle tele di Cassia. Un’antinomia
costante, fortissima, di espressioni coloristiche e tematiche s’avanza
da quei quadri, come se una sofferenza esplosa in mille punti di luce
e di colore avviluppasse ogni forma che viene rappresentata. Si
osservi l'omaggio a Sciascia, che viene qui riprodotto; i temi sono
quelli proposti dallo scrittore siciliano: il paesaggio tipicamente
nostro (fichi d’India, spiagge assolate, mafiosi a cavallo, fiori
coloratissimi, teschi, un corpo d’uomo disteso nel disperato grido
di morte, la civetta che guarda impassibile, una lucertola che s’avanza
nel biancore del telo che avvolge l’uomo) ha qualcosa di abnorme.
Tutte le forme sono dilatate, contorte, proiettate verso un
espressionismo fortemente coinvolgente, una provocazione pittorica che
si fa denuncia sociale, problematica esistenziale e appassionata
ricerca di purezza e di chiarezza. Ecco l’antinomia: colori puri,
vivi, luminosi sono chiamati a esprimere forme di morte e di dolore.
Ed è forse proprio il dolore, nel suo senso ontologico, a essere qui
rappresentato; il dolore come condizione umana di lotta e di
sofferenza, il dolore come espiazione e trascendenza insieme. Anche
nelle tele dove sono trattati, con grande contorcimento segnico ed
espressionismo coloristico, i temi cavallereschi (paladini dormienti,
battaglie di uomini e cavalli, avventure dei tanti don Chichotte che
animano le nostre fantasie) c’è un senso di sofferenza e di
illusione frantumata. Si potrebbe parlare molto di questa visione
esistenziale e artistica ad un tempo, se è vero che l’arte
rispecchia il nostro essere nel mondo, la nostra appartenenza alla
storia umana.
Certo il cromatismo di Cassia ha qualcosa di
esplosivo, di violento e di aggressivo: è una denuncia di quell’idillio
cromatico in cui molta pittura si è sempre compiaciuta? O è forse l’anelito
a quella trascendenza che abbiamo citato, un mondo altro, dove regni
finalmente la luce chiara e fulgente d’un Assoluto che guida gli
uomini e gli universi? Affidare ai colori il senso di una fede è
quanto di più spiritualmente alto si possa pretendere da un artista;
affidare ai fulgidi rossi, ai blu intensi, ai verdi accesi, ai gialli
solari e alle altre tinte sempre cariche di intensa luminosità anche
la denuncia degli orrori del mondo è il grado più struggente e
coinvolgente dell’impegno intellettuale di un artista. La pittura di
Cassia è il segno appassionato di entrambe le cose.