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MARIA PIA BARTOLONE |
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ibiscus di Corrado Di Pietro
Maria Pia Bartolone
La pittura è una disciplina morale, come la musica e la poesia che coinvolgono l’emotività e il pensiero di una persona; essa si fa cammino e approfondimento, si fa avventura come superamento di stati esistenziali per arrivare a percepire l’essenza primigenia delle cose. Questo cammino di ricerca e di studio, di soddisfazioni e di sfinimenti non conduce sempre ad esiti positivi e credibili nel panoramas dell’arte; spesso porta a inverosimili risultati dove si smarrisce il senso dell’ordine e della purezza, che sono alla base di qualunque ricerca d’arte. Altre volte la ricerca conduce a uno stato d’ebbrezza e di elevazione come nel caso di questa pittrice siracusana che non dalla scuola, né dai circoli pittorici ufficiali ha preso lezioni ma le motivazioni dell’arte sua sono nate dalla sua natura di osservatrice e di creatrice, come accade spesso nell’arte e come dovrebbe accadere ancora più spesso nella pletora di pittori che infestano strade e gallerie d’arte. Maria Pia Bartolone giunge già grande alla pittura e vi giunge per una necessità espressiva e stilistica che spinge le persone colte e sensibili a misurarsi con l’arte; attraversa le fasi tradizionali di ogni stagione artistica e poi si sofferma sulla figura, sull’informale, sull’espressionismo e sul simbolismo; analizza la realtà scomponendone i contorni e mettendone in risalto le traballanti certezze, gli accesi cromatismi, le paranoiche pulsioni, le immagini più inquiete. Quest’analisi del reale ha un suo proprio stile, una ricerca cromatica che si evidenzia in colori forti, freddi, allucinati, vibrati come note di diapason, contorti in larghe pennellate come scialli di cotone a coprire forme e corpi e oggetti. Così per lungo tempo Maria Pia ha dipinto tele su tele, ha cercato e ha analizzato, chiarendo a se stessa incubi e solarità, grovigli e geometrie, labirinti e giochi. Fino a quando nella prima settimana di aprile la pittrice apre nella Galleria Roma una sua piccola personale, una quindicina di quadri di medio formato, frutto dell’ultimo anno di lavoro e di ricerca. Ed è come se tutte le inquietudini di questa donna e di quest’artista si fossero evaporate d’incanto; la luce entra in queste tele come i raggi del sole entrano in cielo nelle prime ore dell’alba; tutto diventa un gioco audace e gioioso di colori e di forme libere, tutto si muove come in un caleidoscopio e si incastra in un mosaico di grande effetto cromatico. Paesaggi, nature morte, oggetti non hanno contorni definiti; i colori stessi sono distesi e puri e si accostano con forti sbalzi cromatici, ora in dissonanze ed ora in assonanze cromatiche o tonali; vedi così lingue di giallo che s’innestano in triangoli di rosso o di blu, spalmate di verde che campeggiano nel bianco e linee nere, grosse e pesanti, che chiudono le campiture o accennano a un motivo formale o tracciano i confini di un universo cromatico e sentimentale. Queste linee sono il tratto d’unione con il passato di Maria Pia; forse in questo abbaglio luminoso rappresentano quella zona d’ombra che rimane pur sempre nella luce e che si annida nel cuore come terra inesplorata e inquietante. Ma oggi una gioia di forme e di colori s’apre su tutto, un grido d’entusiasmo come se la pittura di questa signora dai modi discreti e gentili volesse farsi portavoce d’una speranza di sole nel buio delle coscienze di questi tristi tempi.
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