Con una felice combinazione di parole e musica, questa nuova produzione di Aurelio Caliri da la misura del valore di un artista autentico, sempre teso alla ricerca, nelle forme di comunicazione a lui più congeniali del canto e della creazione di immagini, del senso dell'armonia e della bellezza.
Da questo fecondo itinerario poetico, costruito con brani in dialetto e in lingua, ravvivati da una notevole forza espressiva musicale, affiorano temi e motivi caratterizzanti la realtà storica, sociale, culturale della Sicilia di "ieri" e di oggi.
L'abbraccio antico, nelle acque d'Ortigia, d'Alfeo con Aretusa, cantato dal vento, in una dimensione d'amore senza tempo, il lamento dell'emigrante che porta con sé il coraggio e la speranza.
La piaga di una terra infelice attraversata dalla violenza.
 La Natività e la Resurrezione del Cristo.
La solitudine dell'eremita, in una vita di preghiera per la salvezza della umanità.
 La pace, valore supremo, sintesi di tutti i valori, la pace nella famiglia, nella società, tra le nazioni come bene irrinunciabile.
Questi brani, scritti e musicati da Caliri, evidenziano motivi certamente validi sul piano pedagogico, come obiettivi finalizzati alla promozione della crescita della persona umana.
Il volume è stato arricchito, inoltre, da racconti, che approfondiscono ulteriormente i temi trattati. L'esperienza positiva maturata dall'Autore, in questi ultimi anni, in molte scuole e le sue lezioni concerto, hanno suscitato tra alunni e docenti notevole interesse anche sul piano didattico, in quanto le composizioni proposte hanno evidenziato la bellezza dell'uso del dialetto nelle sue dimensioni poetiche e musicali.
Ma pure l'esigenza della educazione ai valori per costruire tutti insieme un mondo migliore, nel rispetto della dignità della persona umana e dei diritti di tutti i popoli.

 Bruno Ficili

 

 

Indice
 


Presentazione di Bruno Ficili..................................................... Pag. 7

'Ucuntu............................................................................................  " 8

Padron di ceci e fave........................................................................ " 13

Aretusa........................................................................................... " 17

Pulifemu.............................................................................................20

Dafni................................................................................................" 25

L'emigranti...................................................................................... " 28

II lungo viaggio  di Leonardo Sciascia................................................. " 32

Gira cavaddu................................................................................... " 37

Un pezzo di terra tutto mio  di Giuseppe Fava.................................... " 41

TuriGiulianu..................................................................................... " 45

II brigante di  Aurelio Caliri................................................................ " 50

'Nuchiantu anticu............................................................................. " 54

Aveva una faccia stanca da operaio di  Elio Vittorini............................ " 57

Fai l'avo.......................................................................................... " 60

Dormi giuiuzza................................................................................ " 64

II professore di Corrado Di Pietro....................................................... " 67

Natali............................................................................................. " 71

Ricordi di Natale di Sebastiano Addome............................................ " 76

Fra' Giuseppi unni sì........................................................................ " 79

L'eremita di Aurelio Caliri.................................................................. " 83

'Na vuci 'nta la notti.......................................................................... " 86

II silenzio di Leonardo Sciascia......................................................... " 90

Gesù era attaccatu e caminava......................................................... " 93

II messaggio di Aurelio Caliri ............................................................ " 96

Nuvena di Natali............................................................................... " 99

Lo zampognaro di Aurelio Caliri....................................................... " 103

Dormiveglia................................................................................... " 108

I Miserabili di Salvatore Fiume......................................................... "112

    

                                                


 

 

 

 

L'eremita

di Aurelio Calivi

 Con un pungente senso di rammarico arrivai al bivio. La strada ora era asfaltata, più larga, fiancheggiata da parapetti e aiuole. Niente ormai restava dell'antico aspetto selvaggio e pur tanto familiare, il progresso aveva ucciso tanti particolari su cui indugiavano i ricordi. Proseguii nel silenzio riposante della campagna mentre le case decrepite del paese mi guardavano dal lato opposto della costa, mute, testimoni di tanti eventi remoti. Giunsi davanti alla chiesa. Essa sola non era mutata, ma sembrava tanto strana, un'altra, con la piazzetta nuova, i sedili di marmo e la lunga vasca, dove i contadini abbevera- vano le bestie, rimessa a nuovo. Il portone era chiuso. Avrei desiderato entrare. Chissà dove stava fra' Giuseppe! Mi sorse distinta la sua immagine, la sua larga faccia tutta barba e capelli arruffati su cui non si poteva indovinare l'età, il saio sempre sdrucito e i piedi scalzi. Era un tipo particolare. Aveva la mania di predire il futuro e parlava di terremoti, di altri malanni che entro un dato periodo Dio avrebbe mandato all'umanità per punirla dei suoi peccati. Dicendo ciò i suoi occhi s'illuminavano di viva luce sì che molta gente del popolo gli credeva e dentro ne tremava. Ma i più non lo tenevano in conto, anzi lo prendevano in giro, e, essendocene accorti, anche noi ragazzi cercavamo in tutti i modi di stuzzicarlo, là, nella pace raccolta della sua chiesetta di campagna. Ricordo che più d'ogni altra cosa lo faceva arrabbiare una canzone che a distanza precauzionale a volte gli cantavamo: "Avanti popolo, alla riscossa
bandiera rossa trionferà..

." Un pomeriggio, che per più di mezz'ora insistemmo con lo stesso monotono ritornello, s'imbestialì a tal punto che c'inseguì a sassate quasi fino allo stradone, sulla trazzera tutta sassi e polvere, e fu allora che mi buscai una pietra sulla schiena. Da quel giorno lo considerammo con più rispetto, almeno noi, senza più esagerare: avevamo troppo presente la sua faccia nera e irsuta così a ridosso mentre fuggivamo, e ci era rimasta un poco della paura che ne avevamo provato. Ma pur con i suoi scatti d'ira in fondo era di una bontà estrema. Dimenticava subito ogni nostra villania e se ci avvicinavamo c'invitava a sedere all'ombra del noce, sul muretto, accanto a lui, e ci parlava come ad adulti, con una serietà che altri non usavano; quasi sempre scendeva nell'orto e ne risaliva con un canestro di frutta appena colta, uno dei motivi per cui noi lo andavamo a trovare di sovente.
 Gli argomenti preferiti dei suoi discorsi erano i lunghi viaggi che alcuni anni prima aveva fatto, a piedi nudi, con un bastone che lo sorreggeva e una bisaccia sulle spalle, dormendo la notte all'aria aperta, sulla terra che - come diceva lui - il Signore gli dava come giaciglio. Noi lo ascoltavamo, intenti, con una susina o una pesca in mano, spesso nel primo caldo meriggio di una giornata d'estate, mentre il leggero stormire del boschetto giù a valle giungeva fin lassù confuso a qualche lontano rumore, unico segno di vita del paese che ci stava di fronte, che pur nel bagliore accecante del sole sembrava fosse morto e irreale.
Ci parlava di Gerusalemme, di Betlemme, del Sepolcro di Gesù dinanzi al quale s'era inginocchiato, di Roma e del Papa, del mare che aveva attraversato, e noi lo guardavamo con gli occhi sgranati, dimentichi della nostra ingordigia. C'era nei suoi gesti misurati e nella sua voce qualcosa di strano che ci affascinava e nei suoi occhi si leggeva continua l'ansia di ripartire, di visitare santuari mai veduti. La chiesa era il suo orgoglio. Un giorno ci disse: "Vedete, carusi, questa chiesa? Per essa ho fatto quanto ho potuto. Ora, se raccoglierò dei soldi e per la festa della Madonna mi daranno qualcosa del ricavato della vara, farò ciò che da tanto tempo ho in mente di fare. Vedete la facciata? Dovrà essere tutta dipinta in oro e chi la guarderà dovrà rimanere abbagliato". E ci parlò di una chiesa simile che aveva visto e che gli era sembrata tanto bella.
 Per me aveva della predilezione, forse perché lo trattavo con più rispetto degli altri o forse perché conosceva mia madre che qualche volta veniva a lavare i panni nella vasca del suo orto. Del resto anch'io, a modo mio, gli ero affezionato e gli tenevo compagnia mentre zappava oppure modellava nella creta le sue madonne che mi piacevano tanto. Una volta che ci trovavamo soli nell'orto, sotto il muro su cui ci sedevamo tutti quanti a parlare e mangiare, mi confidò: "Vedi questa fossa che ho scavato? Qui, quando al Signore piacerà chiamarmi a sé, vorrò essere seppellito, vicino alla mia chiesa e al frutto del mio lavoro".
A quella buca è legato un ricordo che ho vivo nella memoria. Un giorno, all'imbrunire, venivo dal paese a cavalcioni di un asino per caricare i panni lavati. Mia sorella si trovava presso il muro in compagnia di un'amica e io mi fermai a parlare con loro, senza scendere dall'asino. Non so come, il discorso cadde sulle noci che erano sui rami sopra di noi ed io, che volevo farmi ammirare dalla ragazzina ch'era con mia sorella, assicurai che gliele avrei fatte assaggiare. Quindi posai un piede sul muro da dove, in piedi, mi sarebbe stato facile coglierne qualcuna, e con slancio sollevai l'altra gamba per scendere dalla mia cavalcatura, ma, malauguratamente, persi l'equilibrio e ruzzolando sul fitto roveto che stava sotto, caddi nell'orto, con un volo di più di tre metri. Arrivai proprio lì, nella buca morbida di terra rimossa, e subito non avvertii dolore e cercai di rialzarmi, ma poi le grida di sopra mi atterrirono e vi restai dentro, stralunato, mentre le gambe e le braccia incominciavano a bruciarmi per le spine del roveto. In quell'attimo arrivò fra Giuseppe, trafelato, e con le mani che gli tremavano mi tirò su, cercando di scuotermi dal mio torpore. Poi, come vide che mi reggevo in piedi, si calmò e respirando forte mi disse: "Eh, carusazzu, volevi guastare la mia fossa!". Avrei voluto piangere, ma trattenni a forza le lacrime aggrappandomi alla sua mano grande e callosa che m'aiutava a camminare. Risalimmo sulla strada dal viottolo, muti, e man mano che mi andavo calmando, a dispetto dei bruciori in tutto il corpo, mi sentivo stranamente invulnerabile, con una fiducia nella vita che mi colmava di gioia. Allora avevo nove anni e n'era passato ormai di tempo da quel giorno. Chissà cosa n'era stato di quella buca! M'affacciai dal muro e fui sorpreso dall'incuria in cui l'orto si trovava: era completamente trasformato e mal ridotto. La buca c'era, più piccola e non squadrata come prima, ma sempre lì.
Si faceva tardi. Presi la via del ritorno. In paese le campane della Matrice suonavano l'Ave Maria e le case, viste da lontano, sembrava palpitassero sotto la luce del crepuscolo, quasi sazie del sole infuocato che tutto il giorno le aveva riscaldate. Un vecchietto se ne veniva verso di me con una zappa sulla spalla, con passo dondolante. Pensai che andava a lavorare, malgrado l'ora, forse ad abbeverare la terra. Quando fu nella mia direzione istintivamente mi venne di chiedergli: "Scusate, per caso sapete dov'è fra' Giuseppe?" Mi guardò meravigliato. "Ma come, non lo sapete? È morto già da tre anni". "Morto?" Volevo dirgli ch'era impossibile, che proprio in quel momento avevo visto la sua fossa vuota, ma poi mi ricordai dell'orto quasi devastato, della chiesa chiusa. Chiesi: "Ma come è morto, dove?" "Ma! È morto in paese, forse perché ha dovuto lasciare questa chiesa e la grotta dove negli ultimi anni abitava"
. Salutai il vecchio e ripresi a camminare.

 (Racconto inedito)

 

 

 

'
Nu chiantu anticu 

Spara 'u cannuni
spargi ima terra
spargi uno cori
uno cori la morti
'nu chiantu anticu
'nu duluri forti
t'afferra ti leva
ti leva 'u rispiru

Chiantu chiantu
puru 'na parti di tia
mori ogni iornu
mori ogni iomu
sugnu stancu
di sfa' guerra infinita
vogghiu 'a me vita

vogghiu un pocu di paci

Strati distrutti
casi distrutti
campagni paisi
cori diserti
'nu chiantu anticu
'nu duluri forti
t'afferra ti leva
ti leva 'u rispiro

Chiantu chiantu
puru 'na parti di tia
mori ogni iornu
mori ogni iornu
aiu pirdutu lu suli
aiu pirdutu lu celu
vogghiu comu prima
tumori a sunnari

                                                                               

 

Un pianto antico

Spara il cannone
sparge nella terra
sparge nel cuore
nel cuore la morte
un pianto antico
un dolore forte
t'afferra ti leva
ti leva il respiro

Pianto pianto
pure una parte di tè
muore ogni giorno
muore ogni giorno
sono stanco

di questa guerra infinita
voglio la mia vita
voglio un poco di pace

Strade distrutte
case distrutte
campagne paesi
cuori deserti
un pianto antico
un dolore forte
t'afferra di leva
ti leva il respiro

Pianto pianto
pure una parte di tè
muore ogni giorno
muore ogni giorno
ho perduto il sole
ho perduto il ciclo
voglio come prima
tornare a sognare
 

dedicato a Bruno Ficili

LA VOCE DEL VENTO

   " vento spazza via tutto, ma poi torna e riporta quello che si è perduto, basta pensare che sia così, basta volerlo. Quando tutto sembra finito bisogna aggrapparsi a qualcosa, a un'illusione per poter continuare a sperare. Il vento sussurra, la sua voce è la stessa di sempre, evoca ricordi remoti, quando un mondo diverso ci circondava, e volti, sentimenti, sprazzi di vita che parevano disselli affiorano in noi e ci confortano. Il vento soffia leggero, sembra che ci accarezzi, che la sua voce lieve e suadente ci dica che niente di noi scomparirà, anche quando non ci saremo più, perché sospesa nell'aria resterà la nostra gioia, la nostra malinconia, sospeso resterà il nostro respiro che sarà il suo respiro: esso lo aliterà a quelli che rimarranno e verranno dopo di noi e noi saremo per sempre. La sua voce sarà la nostra voce. "

 Un'autobiografia frammentaria e rapsodica, informa di bozzetti, di fragili idilli, di teatrini della memoria animati in punta di matita. Occorrerà chiedersi, a proposito di Caliri e di questa Voce del vento, ma anche di altre scritture conterranee e coeve, perché mai, fra le «cento Sicilie» prodighe di letteratura, l'entroterra siracusano si candidi all'evocazione affettuosa e nostalgica di scenari paesani e campagnoli, successivamente travolti dall'omologazione, informe che restano sospese tra il mimo agreste e il mito contadino. E in quella sospensione si definiscono e s'acquietano, componendosi nell'esile ma affilato calco del frammento, del «capitolo» memore della prosa d'arte.
E perciò penso, leggendo Caliri, alla nobile testimonianza e più alla sobria, incantata scrittura di un u vicino di casa" d'eccezione come Antonino Uccello, alla sua Janiattini e alle sue prose raffinate. E penso a un museo etnografico tutto di carta e di parole, a un deposito di reperti della memoria, a un «genere» talmente transindividuale da sconfinare nella tradizione orale e, per l'appunto, nel mito collettivo. Per praticarlo, occorrono sì studi e sperimentazioni, ma occorre soprattutto una virtù di cui s'è perso il senso, e di cui si parlava ancora negli anni Venti: il «candore».
Di questo «candore» traboccano le prose di Caliri: un candore, s'intenda, da non confondere con ingenuità o naïveté, e che anzi si configura come un aspro e risentito pudore, come un grumo di memorie da preservare dal disincanto, come una lotta con l'Angelo che impegni tutta l'incontaminata purezza, e tutta la sgraziata energia, dell'adolescenza. Come le furibonde scazzottature dell'autobiografico protagonista; o come quella confusa ricerca d'amore che s'arena e si ritrae dinanzi alla reazione scomposta della cagnetta, o alla carità pelosa del parroco.
 Ma e 'è, infine, un 'ultima ragione per raccomandare queste «candide» prose, ed è la loro vocazione, e anzi natura, «multimediale»: ovvero la provvisorietà con cui si dispongono sulla pagina e già rimandano ad altro, si sciolgono nel canto e nel disegno, trasmutano nell'impalpabile sostanza d'un chiaroscuro e nella/rase suadente d'una melodia. Un'incessante transizione, un work in progress che potrebbero attribuire, al Caliri collaboratore di Fiume, della Merini, di Grimaldi, il ruolo di callido e candido esploratore delle frontiere tra i codici e i linguaggi, e tra il suo favoloso «mondo di ieri» e il nostro presente oscuro e greve sì, ma ricco d'inedite sollecitazioni.

 Antonio Di Grado

 

 

 

Il bambino felice           

La nebbia sale dal mare,
avvolge tutta la città;
è sera e un velo di malinconia
scende su tutta la gente.
Ma c'è un bambino che gioca, che ride,
e non s'accorge del buio infinito;
non s'accorge di nulla di nulla:
è felice.
E sogna e sogna castelli incantati,
prodi guerrieri che fanno la guerra,
mostri feroci che lui affronta
e che uccide con grande coraggio.
E sogna e sogna paesi lontani
dove la gente ancora sorride;
là non l'avvolge la nebbia e l'angoscia:
è felice.
E sogna e sogna un abbraccio perduto,
sogna carezze che mai ha avuto,
sogna un bacio che nessuno gli ha dato:
è felice.



 

 
 

 

 
 

Mentre non mi sembra poi così importante stabilire la collocazione della musica di Aurelio Caliri (classica o popolare; pesante o leggera; antica o moderna; siciliana o nazionale; io direi: semplicemente musica), mi preme invece testimoniare la freschezza e l'assoluta originalità della sua espressione. Una frase, un giro armonico, una cantilena, un accordo (gli accordi e le tonalità minori, che sono in nettissima prevalenza: segno di dolore, o nostalgia, o di passione): e questa musica la si riconosce immediatamente, senza ombra di dubbio: una qualità che non hanno poi tanti compositori illustri e patentati. Per questo ho suonato i bei pezzi di Caliri - trascritti per pianoforte con eleganza ed efficacia da Salvatore Sampieri e Concetto Bertolini - con grande piacere, sperando di non averne tradito lo  spirito, con troppa saccenteria professionalistica.

Bruno Canino