|
L'arte del
disegno è ancora la meno apprezzata fra le arti figurative, la meno
divulgata e la meno conosciuta. Gli amatori del disegno sono pochissimi
proprio perché gli stessi artisti non si sono mai curati di far capire che i
fogli disegnati sono preziosi come le tele dipinte e come i bronzi e i marmi
scolpiti. Gli artisti, in genere, si sentono più legati alle opere che sono
costate loro maggiore fatica.
Per scolpire un marmo, lavorare un bronzo, dipingere una tela o una parete,
occorrono fatiche fisiche e pazienza a volte eccezionali; mentre per
disegnare non occorrono fatiche superiori a quelle che impiega uno che
scrive. Direi, addirittura, che chi disegna fa meno sforzi di uno che prende
il caffè.
Il bisogno di disegnare va considerato come uno dei tanti bisogni
incontenibili che spingono l'uomo all'amore, al bere, al mangiare, eccetera.
Quel bisogno, dopo avere stimolato la mano, fa tutto da solo.
Il disegno, a mio avviso, non deve essere annoverato fra le fatiche umane,
ma fra i misteri della creazione come la vita, la elettricità, i miracoli.
In un mio scritto dicevo che il disegno è un'arte a sé, non legata alle
altre, ne dipendente da queste anche quando serve alla loro preparazione.
Il disegno anche quando è messo a servizio di altre arti, non sopporta di
rimanervi legato: trova la sua autonomia fino ad uscirne completamente
estraneo.
Tutto questo ho detto per presentare in una mostra i disegni di Caliri da
Palazzolo Acreide.
Caliri non è un professionista del disegno. Egli stesso non aveva neppure
l'intenzione di presentarsi come disegnatore. Un suo disegno, l'unico che
aveva tentato nella sua vita, stava su una parete della sua casa, in mezzo a
tanti quadri e quadretti di amici. Forse sperava che io non mi accorgessi di
quel disegno perché avrei scoperto una sua debolezza.
Lui non è un debole — è un musicista senza debolezze, un duro come chi ha da
fare con regole matematiche.
Sono le regole che spingono i tipi come Caliri alle sregolatezze, a cercare
come i veri musicisti di mescolare i suoni e la fantasia alla matematica, e
a trasformare le regole in follie musicali.
Il disegno, del quale Caliri non conosce le regole, lo ha attratto come
per liberarlo dalle strettoie musicali (veramente lui non conosce neanche
quelle perché la fantasia non gli permette di vederle: tanta egli ne ha). Ma
non sbagliava scegliendo il disegno come mezzo liberatorio perché proprio il
disegno è libero come i passeri nell'aria e forse anche di più perché non è
soggetto neppure alle leggi del volo.
Succube, dunque, di una così insospettata voglia, la mano di Caliri ha preso
la penna e si è messa a disegnare la Sicilia e soltanto la Sicilia. Non dico
che non potrebbe fare un disegno di Venezia - ma credo che anche quella
città finirebbe per assumere caratteristiche siciliane. È la Sicilia che sta
in testa a Caliri e nella penna che Caliri tiene in mano.
Come potrebbe, uno che non sapeva di poter disegnare, rappresentare in
modo così straordinario la verità e la luce della Sicilia se non fosse, la
sua mano, mossa da un raptus incontenibile? Cosa ne sa, Caliri, di luce fra
i segni, di vibrazioni e di vitalità dell'immagine prodotte dai segni di una
penna? Niente! Ve lo posso assicurare io che ho convinto un musicista di
successo, con impegni quotidiani di lavoro, ad occuparsi di un'arte che gli
era completamente estranea. Il risultato però è quello di un disegno carico
di verità, di poesia e di amore espressi con una semplicità così intensa da
farmi ritenere che egli sia dei pochissimi, se non l'unico, che col disegno
abbia raccontato i silenzi della Sicilia più antica.
Forse lo stesso Caliri non immaginava di approdare ai risultati che ho qui
indicato, e probabilmente non è molto soddisfatto che sia io a capirlo
meglio di lui.
La cosa più importante, a mio avviso, per lui e per noi, è che egli abbia
generato questi piccoli capolavori ai quali si è dedicato con la
cocciutaggine di un innamorato.
Salvatore Fiume
|
|
Paesaggi del ricordo
Francesco Gallo
Aurelio
Caliri affida al disegno un compito di memoria visiva del paesaggio
siciliano, evocando forme di un tempo che non esiste più, in una nostalgia
che è tutta venata di fantasia.
Caliri, come un pittore girovago, di contrada in contrada, di paese in
paese, coglie la suggestione di architetture barocche o povere, includendo
momenti di paesaggio naturale dove è avvertibile la mano dell'uomo.
Caliri opera una sorta di purificazione dei luoghi visitati, eliminando ogni
eccesso che turbi il senso di pace, con cui li vuole caratterizzare. La
costruzione dell'immagine è molto semplice, registrando le strutture
elementari degli ambienti, quasi contando le pietre con cui sono costruite.
Pietra su pietra, viene costituendo ambienti alveolari, in cui s'avverte una
purezza di messaggio, un essere al di là dei linguaggi convenzionali, per
raccontare una propria Sicilia. Quella della propria infanzia, della propria
invenzione, che Caliri fa rinascere in disegni asciutti, essenziali, come
dimostrazione di un effetto profondo, capace di dilatare i particolari fino
a fargli occupare tutta la scena del foglio, o sintetizzare le vedute
generali fino a farle apparire prendibili nel palmo della mano.
Nel guardare, uno accanto all'altro, questi disegni, vedo un fanciullo dai
capelli biondi e ricci, con le scarpette bianche e gli occhi umidi di
pianto. Sì, è proprio il mio ritratto nelle aspettative di dover volgere gli
occhi in alto verso l'obiettivo fotografico. Proprio per questo non ho foto
della mia infanzia. Grazie Aurelio, per averli animati, involontariamente.
|