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 La sua attività di ricerca degli oggetti della cultura materiale contadina inizia già con Antonino Uccello. Bruno, valente fotografo, illustrò le prime opere di etnologia dello studioso che operava a Palazzolo, un paese vicino a Floridia, città dove invece lavorava Nunzio Bruno. Successivamente il Nostro si appassiona tanto alla ricerca e all’indagine conoscitiva del mondo agro-pastorale che anche lui inizia una raccolta e uno studio accurato degli oggetti che va trovando nelle vecchie case dei paesi, nelle masserie, nei trappeti, nei dammusi e in ogni luogo dove il contadino, il pecoraio, la massaia, il bracciante abbiano svolto il loro lavoro e la loro stessa vita. Nunzio Bruno è un originale etnologo, un accanito collezioni- sta di oggetti della cultura contadina siciliana: arnesi di falegnameria, della fucina del fabbro, della bottega del mastro carradore; manufatti di ceramica e di argilla, di legno e di ferro; vasi e tegole, aratri e lavatoi, pietre scolpite, “cagnoli”, capitelli, stipiti e ornamenti di vario genere, parti di carretto siciliano finemente scolpite o dipinte; insomma un museo dell’artigianato siciliano. Praticamente non c’è oggetto, utensile o arnese, che da Nunzio non sia stato rintracciato, pulito, studiato e sistemato in diversi ambienti, giornalmente visitati da turisti, scolaresche e amici. Questa sua villa-museo è il luogo di incontro di gente di cultura, di artisti, di appassionati di folklore, di musicisti.«A tutti gli oggetti indistintamente egli dà un’anima, perché non guarda con l’occhio dell’ esteta o del puro collezionista, ma con la mente fermamente rivolta a chi quegli oggetti ha costruito e usato. Tutti i manufatti dell’uomo perciò lo interessano, anche i minimi. Sta attento al valore pratico, alla funzione-funzionalità di certi attrezzi, i quali così narrano l’intelligenza e la capacità manuale dell’uomo. Non è l’opera d’arte ad interessarlo, bensì la storia umana e il lavoro che si celano in un pumiddu di carretto, in un rocchetto di ferula pirciàtu dall’apicoltore o anche in un semplice cugno di legno. Con umiltà va a scuola di vita presso artigiani e contadini i cui volti e nomi resteranno per sempre sconosciuti, travolti, come sono stati, dalla supeficie fragorosa della storia, in attesa che la “lunga durata”, della quale ha scritto Braudel, consenta ad essi di riemergere. Scopre ed esalta, con la gioia di un bambino, i segni della saggezza, della creatività e della genialità di contadini e pastori, la cui vita, ora perduta nell’oblio dei fasti della storia ufficiale, fu figlia di lavoro puntuale e programmato, un lavoro nel quale nulla era lasciato al caso. Il contadino, nel passato, sapeva organizzare così bene il suo lavoro che riusciva ad utilizzare anche i cosiddetti tempi morti. Nelle giornate di pioggia, per esempio, non stava inattivo: si costruiva u ciuscialoru di palma, le corde di ampelodesmo, i cucchiai di legno, i cesti di canna, impagliava le sedie, etc. 

Sapeva essere autonomo e attivo, coltivando quella manualità che nella società attuale gode purtroppo di scarso diritto di cittadinanza. Nunzio Bruno crede tanto profondamente al valore didattico degli oggetti e degli attrezzi contadini e artigiani che nella sua villa-museo accoglie in continuazione scolaresche e visitatori, per i quali dà voce agli esemplari delle sue raccolte, mostrando, dimostrando e spiegando instancabilmente ogni pezzo in tutti i suoi particolari. Nello studio delle tecniche e delle funzioni pratiche di attrezzi e utensili è giunto a un tal punto di riappropriazione che riproduce egli stesso miniature di ambienti reali della vita agro- pastorale del popolo siciliano negli stessi materiali, proporzioni colori delle opere reali. E’ davvero il massimo che il suo amore per i segni del lavoro dell’uomo possa esprimere. Si chiude così il cerchio, che, partendo dalle domande che egli rivolge a pietre, legni e metalli, giunge ad una risposta articolata e dialogica tramite il manufatto espresso da lui. Bruno dimostra così di vivere in quegli oggetti. “Come posso permettere che vadano perduti, se non li acquisto io?”, mi ha detto più di una volta davanti ad attrezzi comprati a furia di sacrifici e addossati ad altri precedentemente acquistati. “Ne ho di altri come questo che vedi qui. Ma questo è diverso, è un altro oggetto, è venuto da un’altra mano e da un’altra mente. Ha un’altra storia. E’ unico, irripetibile nei suoi particolari. Per questo devo salvarlo” ».

Nunzio sente la necessità di spiegare l’oggetto che presenta; ne racconta le origini, la manifattura, l’uso, la perizia tecnica di colui che lo ha fabbricato mettendo in evidenza l’aspetto estetico, l’intenzione artistica o quella pratica. Dagli aratri alle macine, dai carretti ai torchi e ai torni, tutto nelle mani di Nunzio racconta la storia del nostro popolo; e così pure i piccoli oggetti della vita quotidiana: vasellame, posate, attrezzi del calzolaio, del fabbro, del mastro carradore, del pecoraio, del contadino. E bisogna sentirlo parlare, quest’uomo dalla parola spontanea, arguta, colorita e ricca di riferimenti alle tradizioni popolari; il suo dialetto è vivo ed efficace, la sua conversazione interessante e piacevole.

Corrado Di Pietro

 

 

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