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Nato a Sortino nel 1936, vive ed opera a Floridia (Siracusa). Artista versatile, esprime il suo talento nelle forme più disparate dell'arte figurativa. Fotografo professionista, ha collaborato con l'etnologo Antonino Uccello, seguendone le orme nella fondazione della Villa - museo di Floridia, nella quale ha raccolto un ricchissimo repertorio di materiale della civiltà agropastorale e artigiana della Sicilia. Negli ultimi dieci anni ha organizzato una lunga serie di mostre di suoi lavori in tutta Italia. 

 

 

 

E' uno di quegli uomini di lignaggio contadino (anche se lui è stato un valente fotografo) che sembrano testimoniare, con la sola presenza, un’epoca e una storia passate che, stranamente, fanno irruzione nel nostro tempo borghese e opulento. Dico “stranamente” perché imbatterci in quest’uomo dai capelli arruffati e dal faccione placido e rossiccio, dalla corporatura robusta e dal petto ansimante come un mantice, è come ritrovare un vecchio amico di paese, lasciato in un angolo della memoria ma non dimenticato mai; è come ritrovare una dimensione di affetti e di cose e di maniere gravidi di quella bonomia e di quella naturalezza che abbiamo lasciato sulla soglia dell’età matura, quando la vita ci ha resi più accorti e più ipocriti. Andarlo a trovare nella sua villa-museo e stare con lui un pomeriggio per sentirlo parlare e raccontare la storia degli innu-merevoli oggetti, che egli raccoglie nelle campagne di Sicilia e nei casolari più sperduti, è come ripercorrere a ritroso il tempo, ritrovare le forme e gli oggetti della nostra infanzia, gustare il sapore dell’antica nostra giornata.

Corrado Di Pietro

 

 

Nato fotografo con la passione per l'archeologia, è approdato al collezionismo degli oggetti e dei frammenti di oggetti della cultura materiale della sua terra. Quello di Bruno è un collezionismo particolare, perchè‚ intelligente e critico. Non è tipo estetico, perchè‚ egli non cerca i pezzi belli adatti ai mobili dei salotti. Gli oggetti di Bruno narrano la loro storia, l'origine, la funzione che hanno avuto nel rapporto con il contesto storico-sociale nel quale si calavano. Ogni frammento si anima e parla quando arriva lui, a narrare vita e storia, intelligenza e arte di ciascuno. Egli è entrato in simbiosi con i reperti delle sue collezioni al punto che è capace di ricostruire idealmente e razionalmente il rapporto che con tali oggetti avevano i lavoratori e gli artigiani del passato. Conseguenza ne è anche la sua attività artistica: egli sa riprodurre in scala e con qualsiasi materiale oggetti, attrezzi, utensili della cultura popolare, persino ambienti interi. I risultati sono straordinari, stante anche il materiale che usa: tegole, sassi, lastre di marmo, legno, ferro ecc. 

S. Burgaretta

 

Miniatura di una fontana di Collesano  vicino Palermo

 

 

 

 

Nunzio, custode di memoria

 

di Giovanni Stella

S'agita, s'accalora, urla. Riporta basso il tono della voce per rialzarlo subito dopo. Tra lo spiazzo - al quale s'accede, alla fine del viale d'ingresso, passando sotto le aste incrociate (come le forche caudine) di due antichi carretti - e le stanze riservate al Museo degli antichi arnesi della civiltà contadina e artigiana di Sicilia, lui si lascia andare in un monologo che ci inchioda tutti ad ascoltarlo in un silenzio quasi religioso. Del resto ce n'è tutta l'atmosfera. Siamo circondati dalle panche di legno, assai simili a quelle delle chiese di campagna che guardano verso il tavolo, rivestito di panno penzolante ai quattro lati, e ornato con fiori, depliant della cerimonia e sorvegliato da un retro- stante pannello portante oggetti di culto del museo.

Dietro quel tavolo in taluni ci siamo alternati, come celebranti di un rito laico, a parlare di cucina, di tradizioni popolari e di cose di quella Sicilia che lentamente scompare e che lui - come fa il barcarole che tenta di salvare il

naufrago tirandolo per i capelli fuori dall'acqua che l'inghiotte, col rischio di andargli appresso - tenta disperatamente di riportare in superficie dagli abissi di una memoria distratta, smemorata, svogliata, che rischia di consegnare tutto all'oblio.

Lui, chi? Ma naturalmente Nunzio Bruno, che in questo San Giuseppe del Duemila ha rispolverato la minestra che porta il nome del Santo e che un tempo, quando gli uomini avevano meno soldi ma più cuore, s'era soliti donare ai poveri in senso di carità, di affetto, di solidarietà. Una scodella di minestra a base di legumi, verdure e riso per una carezza d'amore verso i deboli, gli umili, i diseredati, che poi forse sono - e sono sempre stati - gli uomini più forti, quelli che avendo più tempo a disposizione per pensare e meditare, più e meglio degli altri, si sono interrogati sulla condizione umana e sui tanti perché di questo veloce passaggio terreno.

Insomma un atto d'amore di uomini ricchi verso altri uomini apparentemente poveri, ma in realtà forse anche più ricchi dei donanti.

E lui, Nunzio, ha deciso quest'anno di invertire l'ordine.

Rispolverata la ricetta del piatto, lui, all'apparenza povero, ha voluto far dono della minestra alle persone "d'elite", con ciò dimostrando qual è la vera ricchezza e dove è allocata.

Ha ricevuto i suoi ospiti (il termine è improprio poi- ché sono tutti amici suoi, vecchi e nuovi) con l'abbigliamento più consono alla circostanza, quello che lo fa apparire se stesso, senza ipocriti formalismi di facciata. La sua camicia, un tempo, era a quadri rossi, ora è una summa di colori, ma è lasciata andare sui pantaloni (di velluto grigio rivestiti di bianco... polvere) e probabilmente deve essere stata ricavata da un paracadute attese le dimensioni centrali dell'uomo che riveste. Le scarpe sono da tennis, come quelle che usano i giovani oggi, del colore della terra.

Urla, sì urla, inveisce contro qualche ignoto uomo politico che diserta e snobba il museo, la sua manifestazione. Non ha tutti i torti; ma la sensibilità verso certe cose è come il coraggio di manzoniana memoria, "chi non ce l'ha non se lo può dare", e appunto non è mercé che si può comprare al supermercato.

L'uomo che ha un progetto serio, che dedica una intera vita a una certa cosa che merita apprezzamento, non lavora tanto per i suoi contemporanei, quanto soprattutto per le generazioni future. E questo Nunzio lo sa, lo intuisce perfettamente. Dietro quella rozzezza, come può sembrare a prima vista ("ahi a quinta elementari," partecipa), si nasconde un uomo tutta sostanza, un uomo di profonda esperienza di vita e di grande saggezza, dote, quest'ultima, credo innata.

In Nunzio c'è il bambino, l'artista estroso, il barbo- ne, il cultore delle tradizioni popolari siciliane, il custode della memoria storica della vita di Sicilia, il filosofo. Intendo dire, per quel lettore che so già sta storcendo il naso, che se per "filosofo" s'intende anche un uomo che pensa, che sogna, che trasforma spesso i sogni in realtà, e soprattutto, nella sua semplicità di dialogo e di comunicazione, partecipa all'interlocutore emozioni e messaggi di vita che ancora l'altro ignora. Bruno è anche un figlio filosofo di questa terra dolce-amara.

Perora la causa di un signore presente che su suo suggerimento ha lasciato il lavoro sicuro ("cu avi u postu è sottopostu!", dice), per l'attività in proprio di scalpellino di pietra bianca e ci mostra orgoglioso alcune foto dell'artista, sollecitando i presenti a interessarsi a questo astro emergente nei lavori in pietra.

Poi afferra con le mani una copia del libro Le Sirene e l'Isola e si lascia andare in una estemporanea, originale, imprevedibile presentazione del volume fino a leggere alcune righe del pezzo che lo riguardano, dicendosi onorato di essere stato inserito fra le Sirene di Sicilia, accanto a Bufalino, Consolo ("ca ha statu cà a mangiari cu' mia") e gli altri.

Per leggere s'è tolto gli occhiali, quando li inforca vedo che le pupille sono rosse: il sangue è arrivato fino agli occhi...

Accanto a me Ciccio Urso, editore del libro, non appena Nunzio si concede una breve pausa, mi sussurra "Mizzica', ma chista è 'a megghiu presentazione del libro che abbiamo avuto e che si possa avere". Annuisco. "E' spontanea, venuta dal cuore, da un grande cuore, perciò è genuina e apprezzabile", conclude Ciccio.

Liliana, col cappellino, abituata solitamente a intervenire nelle discussioni rimane impassibile: ha un sorriso sulle labbra che è più eloquente di ogni parola.

Grazio e Rossella mi chiedono lumi sul museo.

Li invito a visitarlo.

Lì trascorriamo più di un'ora per dare appena uno sguardo veloce ai 7.000 pezzi che Bruno con cura e passione certosina e maniacale ha recuperato in ogni angolo di Sicilia.

Gli attrezzi e utensili da cucina, gli attrezzi della bottega del carradore, gli arnesi dei calzolai, dei barbieri, dei falegnami, dei contadini, dei macellai e via dicendo, dei vari secoli (dal Seicento al Novecento), sono là, ordinati a modo suo, pronti a essere visti, accarezzati, come si fa con le tombe degli avi, dai visitatori che riscoprono angoli occulti della propria memoria d'infanzia e di quelle dei propri antenati.

La Sicilia è tutta qui, m'era venuto di dire qualche ora prima ai presenti, comunicando di sentirmi come un neonato in culla, circondato dall'affetto e dal calore di tutti i parenti. '

Mi s'era accapponata la pelle, un effetto naturale di

un coinvolgimento nell'essenza più pura della terra d'origine, una ricerca delle proprie radici, un bagno fra i profumi intensi dell'Isola...

Intanto 'Nzina, la moglie di Nunzio (dietro un gran- de uomo c'è sempre una donna intelligente), veloce come un felino si muove su e giù per ultimare i preparativi della minestra.

Tra la zona dove è allocato il museo e la cucina si attraversa la terrazza coperta della villa, tutta allestita per l'occorrenza di prodotti tipici siciliani.

Fa bella mostra il tavolo con le bocce in vetro, col coperchio rivestito, come la testa degli arabi, da una stoffa a quadri, e custodenti il gusto dei sapori smarriti. E' una lodevole iniziativa dei fratelli Concetto e Pino Burgio, coadiuvati dalla sorella Maria, insegnante che ama la letteratura siciliana ed è anche attrice di teatro.

Il ciliegino di Pachino, le noci della valle dell'Anapo, le olive (a mosa) di Cassaro, l'origano delle cave d'Avola, il miele ibleo e tante altre cose trovano nelle mani felici dei Burgio il giusto dosaggio per la gioia dei palati più raffinati nel gusto della vecchia, buona, autentica cucina sicula.

Arrivano varie troupe televisive e Nunzio, instancabile, fa a tutti da cicerone, muove con incredibile sveltezza la sua stazza pachidermica, risponde alle domande, sta al gioco dei riflettori, parla come uno speaker consumato, dice comunque per ultimo la sua. La minestra è pronta in una enorme pentola nuova che bolle sulla carbonella all'aperto.

Nunzio prende il mestolo e l'assaggia con nonchalance, tante volte quanti sono i filmati e le foto.

Le ciotole di terracotta vengono riempite dalla minestra, sul tavolo si trovano: pane cotto nel forno a legna, olive nere a mosa in olio d'oliva, pomodorini essiccati conditi con capperi, peperoncino rosso, formaggio. In una piccola botte c'è il vino che ciascuno si serve a volontà.

Il bisbiglio tipico delle riunioni è sostituto dal rumore di cucchiai e scodelle.

Dire della bontà di quel cibo è pressoché impossibile. Se potessi definirlo con una sola parola azzarderei dicendo "il mangiare degli dei", essendo questi, nella mitologia, uomini come gli altri, però provvisti di immortalità.

"Tè ne vai?", mi dice Nunzio abbracciandomi forte. Gli leggo negli occhi un grande affetto ed anche un dispiacere per il distacco.

"Ci rivredemo presto", gli dico. "Grazie, Giovanni" risponde, lui che è anche scultore e conosce bene l'arte di riportare tutto all'essenziale.

Ripasso sotto le forche caudine, con un'ultima occhiata abbraccio quel verde paradisiaco, quest'angolo della Sicilia da scoprire e valorizzare, mi infilo nell'auto, avverto l'orgoglio di essere siciliano. 

 

Villa Museo (particolare della collezione)

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