|
Nunzio, custode
di memoria
di
Giovanni Stella
S'agita,
s'accalora, urla. Riporta basso il tono della voce per rialzarlo
subito dopo. Tra lo spiazzo - al quale s'accede, alla fine del viale
d'ingresso, passando sotto le aste incrociate (come le forche
caudine) di due antichi carretti - e le stanze riservate al Museo
degli antichi arnesi della civiltà contadina e artigiana di
Sicilia, lui si lascia andare in un monologo che ci inchioda tutti
ad ascoltarlo in un silenzio quasi religioso. Del resto ce n'è
tutta l'atmosfera. Siamo circondati dalle panche di legno, assai
simili a quelle delle chiese di campagna che guardano verso il
tavolo, rivestito di panno penzolante ai quattro lati, e ornato con
fiori, depliant della cerimonia e sorvegliato da un retro- stante
pannello portante oggetti di culto del museo.
Dietro
quel tavolo in taluni ci siamo alternati, come celebranti di un rito
laico, a parlare di cucina, di tradizioni popolari e di cose di
quella Sicilia che lentamente scompare e che lui - come fa il
barcarole che tenta di salvare il
naufrago
tirandolo per i capelli fuori dall'acqua che l'inghiotte, col
rischio di andargli appresso - tenta disperatamente di riportare in
superficie dagli abissi di una memoria distratta, smemorata,
svogliata, che rischia di consegnare tutto all'oblio.
Lui,
chi? Ma naturalmente Nunzio Bruno, che in questo San Giuseppe del
Duemila ha rispolverato la minestra che porta il nome del Santo e
che un tempo, quando gli uomini avevano meno soldi ma più cuore,
s'era soliti donare ai poveri in senso di carità, di affetto, di
solidarietà. Una scodella di minestra a base di legumi, verdure e
riso per una carezza d'amore verso i deboli, gli umili, i
diseredati, che poi forse sono - e sono sempre stati - gli uomini
più forti, quelli che avendo più tempo a disposizione per pensare
e meditare, più e meglio degli altri, si sono interrogati sulla
condizione umana e sui tanti perché di questo veloce passaggio
terreno.
Insomma
un atto d'amore di uomini ricchi verso altri uomini apparentemente
poveri, ma in realtà forse anche più ricchi dei donanti.
E
lui, Nunzio, ha deciso quest'anno di invertire l'ordine.
Rispolverata
la ricetta del piatto, lui, all'apparenza povero, ha voluto far dono
della minestra alle persone "d'elite", con ciò
dimostrando qual è la vera ricchezza e dove è allocata.
Ha
ricevuto i suoi ospiti (il termine è improprio poi- ché sono tutti
amici suoi, vecchi e nuovi) con l'abbigliamento più consono alla
circostanza, quello che lo fa apparire se stesso, senza ipocriti
formalismi di facciata. La sua camicia, un tempo, era a quadri
rossi, ora è una summa di colori, ma è lasciata andare sui
pantaloni (di velluto grigio rivestiti di bianco... polvere) e
probabilmente deve essere stata ricavata da un paracadute attese le
dimensioni centrali dell'uomo che riveste. Le scarpe sono da tennis,
come quelle che usano i giovani oggi, del colore della terra.
Urla,
sì urla, inveisce contro qualche ignoto uomo politico che diserta e
snobba il museo, la sua manifestazione. Non ha tutti i torti; ma la
sensibilità verso certe cose è come il coraggio di manzoniana
memoria, "chi non ce l'ha non se lo può dare", e appunto
non è mercé che si può comprare al supermercato.
L'uomo
che ha un progetto serio, che dedica una intera vita a una certa
cosa che merita apprezzamento, non lavora tanto per i suoi
contemporanei, quanto soprattutto per le generazioni future. E
questo Nunzio lo sa, lo intuisce perfettamente. Dietro quella
rozzezza, come può sembrare a prima vista ("ahi a quinta
elementari," partecipa), si nasconde un uomo tutta sostanza, un
uomo di profonda esperienza di vita e di grande saggezza, dote,
quest'ultima, credo innata.
In
Nunzio c'è il bambino, l'artista estroso, il barbo- ne, il cultore
delle tradizioni popolari siciliane, il custode della memoria
storica della vita di Sicilia, il filosofo. Intendo dire, per quel
lettore che so già sta storcendo il naso, che se per
"filosofo" s'intende anche un uomo che pensa, che sogna,
che trasforma spesso i sogni in realtà, e soprattutto, nella sua
semplicità di dialogo e di comunicazione, partecipa
all'interlocutore emozioni e messaggi di vita che ancora l'altro
ignora. Bruno è anche un figlio filosofo di questa terra
dolce-amara.
Perora
la causa di un signore presente che su suo suggerimento ha lasciato
il lavoro sicuro ("cu avi u postu è sottopostu!", dice),
per l'attività in proprio di scalpellino di pietra bianca e ci
mostra orgoglioso alcune foto dell'artista, sollecitando i presenti
a interessarsi a questo astro emergente nei lavori in pietra.
Poi
afferra con le mani una copia del libro Le Sirene e l'Isola e si
lascia andare in una estemporanea, originale, imprevedibile
presentazione del volume fino a leggere alcune righe del pezzo che
lo riguardano, dicendosi onorato di essere stato inserito fra le
Sirene di Sicilia, accanto a Bufalino, Consolo ("ca ha statu
cà a mangiari cu' mia") e gli altri.
Per
leggere s'è tolto gli occhiali, quando li inforca vedo che le
pupille sono rosse: il sangue è arrivato fino agli occhi...
Accanto
a me Ciccio Urso, editore del libro, non appena Nunzio si concede
una breve pausa, mi sussurra "Mizzica', ma chista è 'a megghiu
presentazione del libro che abbiamo avuto e che si possa
avere". Annuisco. "E' spontanea, venuta dal cuore, da un
grande cuore, perciò è genuina e apprezzabile", conclude
Ciccio.
Liliana,
col cappellino, abituata solitamente a intervenire nelle discussioni
rimane impassibile: ha un sorriso sulle labbra che è più eloquente
di ogni parola.
Grazio
e Rossella mi chiedono lumi sul museo.
Li
invito a visitarlo.
Lì
trascorriamo più di un'ora per dare appena uno sguardo veloce ai
7.000 pezzi che Bruno con cura e passione certosina e maniacale ha
recuperato in ogni angolo di Sicilia.
Gli
attrezzi e utensili da cucina, gli attrezzi della bottega del
carradore, gli arnesi dei calzolai, dei barbieri, dei falegnami, dei
contadini, dei macellai e via dicendo, dei vari secoli (dal Seicento
al Novecento), sono là, ordinati a modo suo, pronti a essere visti,
accarezzati, come si fa con le tombe degli avi, dai visitatori che
riscoprono angoli occulti della propria memoria d'infanzia e di
quelle dei propri antenati.
La
Sicilia è tutta qui, m'era venuto di dire qualche ora prima ai
presenti, comunicando di sentirmi come un neonato in culla,
circondato dall'affetto e dal calore di tutti i parenti. '
Mi
s'era accapponata la pelle, un effetto naturale di
un
coinvolgimento nell'essenza più pura della terra d'origine, una
ricerca delle proprie radici, un bagno fra i profumi intensi
dell'Isola...
Intanto
'Nzina, la moglie di Nunzio (dietro un gran- de uomo c'è sempre una
donna intelligente), veloce come un felino si muove su e giù per
ultimare i preparativi della minestra.
Tra
la zona dove è allocato il museo e la cucina si attraversa la
terrazza coperta della villa, tutta allestita per l'occorrenza di
prodotti tipici siciliani.
Fa
bella mostra il tavolo con le bocce in vetro, col coperchio
rivestito, come la testa degli arabi, da una stoffa a quadri, e
custodenti il gusto dei sapori smarriti. E' una lodevole iniziativa
dei fratelli Concetto e Pino Burgio, coadiuvati dalla sorella Maria,
insegnante che ama la letteratura siciliana ed è anche attrice di
teatro.
Il
ciliegino di Pachino, le noci della valle dell'Anapo, le olive (a
mosa) di Cassaro, l'origano delle cave d'Avola, il miele ibleo e
tante altre cose trovano nelle mani felici dei Burgio il giusto
dosaggio per la gioia dei palati più raffinati nel gusto della
vecchia, buona, autentica cucina sicula.
Arrivano
varie troupe televisive e Nunzio, instancabile, fa a tutti da
cicerone, muove con incredibile sveltezza la sua stazza pachidermica,
risponde alle domande, sta al gioco dei riflettori, parla come uno
speaker consumato, dice comunque per ultimo la sua. La minestra è
pronta in una enorme pentola nuova che bolle sulla carbonella
all'aperto.
Nunzio
prende il mestolo e l'assaggia con nonchalance, tante volte quanti
sono i filmati e le foto.
Le
ciotole di terracotta vengono riempite dalla minestra, sul tavolo si
trovano: pane cotto nel forno a legna, olive nere a mosa in olio
d'oliva, pomodorini essiccati conditi con capperi, peperoncino
rosso, formaggio. In una piccola botte c'è il vino che ciascuno si
serve a volontà.
Il
bisbiglio tipico delle riunioni è sostituto dal rumore di cucchiai
e scodelle.
Dire
della bontà di quel cibo è pressoché impossibile. Se potessi
definirlo con una sola parola azzarderei dicendo "il mangiare
degli dei", essendo questi, nella mitologia, uomini come gli
altri, però provvisti di immortalità.
"Tè
ne vai?", mi dice Nunzio abbracciandomi forte. Gli leggo negli
occhi un grande affetto ed anche un dispiacere per il distacco.
"Ci
rivredemo presto", gli dico. "Grazie, Giovanni"
risponde, lui che è anche scultore e conosce bene l'arte di
riportare tutto all'essenziale.
Ripasso
sotto le forche caudine, con un'ultima occhiata abbraccio quel verde
paradisiaco, quest'angolo della Sicilia da scoprire e valorizzare,
mi infilo nell'auto, avverto l'orgoglio di essere siciliano.
|