Gianfranco Bevilacqua è nato a San Salvo (CH) l'1 gennaio 1943. A Pescara ha frequentato il Liceo Artistico e la facoltà universitaria di Architettura. Ha trascorso la sua adolescenza e la sua gioventù, (quasi un trentennio) sulle rive dell'adriatica Vasto Marina. Dal 1970 vive e lavora a Siracusa, dedicandosi alla scultura, alla pittura e alla grafica. Il suo curriculum artistico vanta numerosi premi e riconoscimenti ricevuti in occasione di rassegne d'arte e mostre personali e collettive. È stato segnalato da prestigiose riviste specializzate e di cultura varia che ne hanno pubblicato i lavori più significativi. Critici e scrittori qualificati hanno unanimemente riconosciuto l'originalità e la validità della sua arte. Sue opere impreziosiscono numerose collezioni pubbliche e private, sia in Italia che all'Estero.

Le morbide figure di Gianfranco Bevilacqua Gli scultori amano sfidare lo spazio; a volte lo chiudono dentro le forme e a volte lo allontanano, altre volte ancora lo spingono dentro i corpi fino a imprimere dinamismo alla materia. In ogni caso si dice che la scultura sia essenzialmente una forma chiusa o aperta nello spazio o, se preferite, uno spazio tagliato dalla materia. Gianfranco Bevilacqua conosce bene questo giuoco di vuoti e di pieni e imprime alle sue sculture una flessuosità e una morbidezza di linee che ci riportano da un lato alla scultura classica e dall’altro al dinamismo della concezione futurista. I corpi in movimento, le membra protese al cielo, i corpi allungati e vuoti, le vesti che si aprono in larghe pieghe che modellano le forme, tutto è mosso dall’aria che entra in queste sculture e pare che uno spirito creatore, soffio vento turbine, dia vita all’informe materia che si fa figura fluttuante nello spazio. Sono figure in creta monocroma, da 50 a 60 centimetri di altezza, di un marrone caldo, colore della terra, di una serena eleganza, belle da vedersi e da girare da tutte le parti. Sono generalmente corpi femminili, forse perché i nudi e i seminudi femminili meglio si prestano alla rappresentazione della linea morbida e flessuosa; e sono anche sculture originali, nuove nel panorama dell’arte della creta che siamo abituati a vedere. Bevilacqua ha realizzato anche cristi e presepi, cavalli e alberi, rocce e mantelli, oltre alle figure umane; in tutto l’artista vede movimento e azione. Bisogna dire che vi si trovano, in questa scultura, le grandi lezioni stilistiche del novecento: si è parlato di futurismo per la concezione stessa dell’opera ma come non vedere nelle forme ondose e ardite che si alzano nello spazio il disegno dell’arte concettuale e di quella astratta, o l’essenza stessa di un espressionismo che parte dall’incoscio e diventa rappresentazione del mondo onirico dell’artista? E come non rilevare lo stretto connubio che s’instaura fra materia, forma e messaggio in quelle statuine i cui corpi sono l’evoluzione stessa dei vestiti o viceversa, e la morbidezza della creta impasta con estrema libertà nature morte e vive, in un disegno fantastico di linee curve che aprono e chiudono intriganti spazi fra le forme circolari ? Bevilacqua è un poeta della creta e possiede uno stile maturo e armonico, fortemente espressivo e suggestivo. Egli teorizza la libertà assoluta della forma anche se condizionata dalla figura; ritiene che la realtà sia un continuum di forme che s’incastrano e si trasformano e che nulla abbia contorni definiti e netti; ci suggerisce un mondo di grande immaginazione, di fascinosi percorsi; crea suggestioni forti anche quando rappresenta figure dolorose e tenta una possibile poetica della bellezza. Tuttavia la lacerazione e il male fanno capolino da alcuni tagli misteriosi che di tanto in tanto feriscono le forme leggiadre e rompono l’armonia della circolarità che si stende sopra le figure. E l’immanente segno del dolore con il quale ogni cosa che vive deve confrontarsi. Corrado Di Pietro
 Sulf . h. cm.29 (bronzo)
.......Bevilacqua affida alla terracotta la testimonianza delle sue capacità di umanizzare le figure e di esprimere i suoi sentimenti. Nella produzione scultorea più recente l'artista ubbidisce all'estro creativo con la felice rappresentazione di solitarie figure femminili in movimento. fluttuanti come lingue di fuoco e sospinte verso l'alto. Sono creature giunoniche. dalla flessuosità armonica. avvolte in fastosi drappi che fanno tutt'uno con i loro corpi. con le loro braccia e le mani distese vero il cielo come per raggiungere mondi lontani. Sono donne maestose e superbe nella loro imponenza che. spinte da una forza vitale sembrano voler abbandonare la dimora terrena per vivere in una dimensione diversa. Sono immagini di donne create apposta per essere liberate e rappresentano la testimonianza che per Bevilacqua la scultura catarsi. gioia di creare per salvare oltre che per evocare. Alla bellezza e all'armonia del corpo femminile. caratteristiche della scultura classica, il Nostro aggiunge il dinamismo e la problematicità esistenziale dei soggetti dell'arte moderna. La figurazione di Bevilacqua in perenne divenire. Passato e presente si fondono. e nella simbiosi tra l'essere e il divenire sta la sua modernità. Se nella scultura tradizionale l’artista concentravo la sua attenzione sul rapporto tra lo spazio pieno dell’opera e lo spazio vuoto che la circondava e la avvolgeva, nelle sculture di Bevilacqua gli spazi vuoti penetrano nel corpo dell’opera che definita dall’alternanza e dalla corrispondenza degli spazi vuoti e degli spazio pieni. Sono queste di Bevilacqua le opere che ci danno la dimensione di un scultorea figlia del nostro tempo e desti nato a rimanere nel tempo ..... Carmelo Tuccitto  Famiglia h.cm.29 (bronzo)
Bevilacqua commits the evidence of his ability to humanize the figures and to express his feelings to the baked clay... In the recent sculpture production. Bevilacqua obeys the creative inspiration. with the happy representation of lonely female figures in motion. floating like tongues of fire and driven high. These ore Junonion creatures. wrapped in sump tuous drapes coming out from their bodies. with their arms and hands extended towards the sky. They ore stately and proud women that. pushed by a vital force. seem to leave their earth life to uve in a different dimension. They ore images of women created to be free and testify that for Bevilacqua scuipture is catharsys. joy of creating to evoke. To the beauty and armony of the female body. characteristics of the classical sculpture. Bevilacqua adds the dynamism and the existential problems of the modem art. The figuration is in perpe tuoI becoming. Past and present blend. and his modernity is in the symbiosis to be and to become. If in the traditional sculpture the ortist concentrated his attention on the relotion between the fuil space of the work and the empty one that surrounded and wrap ped it. in Bevilocqua's scuipture the empty space penetrate in the body which is defined by the alternation and the corrispondence of the empty spaces and the full ones. These of Bevilacqua ore works of our times destined to last..... Carmelo Tuccitto
 Presepe
. . . affianco alla dimensione minuta dei soggetti si instaura una grossa forza co municativa che conferisce alle sue sculture la capacità di creare un immediato e strettissimo rapporto tra la figura e lo spazio circostante. Immediata è l' i impressione del movimento che oltrepassa la staticità della scultura per insediarla in una dimensione oltremodo dinamica. Componente essenziale, infatti, della creazione scultorea dell'artista è il dinamismo che si affianca al soggetto femminile. . . Nelle sculture di Bevilacqua è infatti possibile ravvisare la musicalità del movimento. il dinamismo dì quei corpi verso l'alto o meglio ancora. verso l’infinito. Quale che sia la direzione verso la quale le sculture si sviluppano. ciò che è fortemente presente non è tanto l’imponenza della forma. quanto piuttosto lo slancio del corpo scultura in movimento. elemento essenziale e caratteristica precipua della produzione di Bevilacqua.. Uno slancio che par quasi voler esprimere una tensione verso l'immenso o verso un mondo altro. un tuffo o un volo dentro la vita o fuori da essa. . Monica De Rosa
 Angelo h.cm.27
Cromie postmoderne in Gianfranco BEVILACQUA Negli anni cinquanta e sessanta, un tempo ormai storico, artisti oggi etichettati come materici hanno rivoluzionato, intenzionalmente o di fatto, l’antica maniera di fare arte, immagine, manufatto artistico. Wols e Dubuffet, Pollock e Fautrier, l’italiano Burri, interpreti dell’Informale più sentito e rigoroso, hanno operato, un netto distacco dalla tradizione figurativa: il quadro, per restare alla pittura, non come immagine d’altro, ma come luogo in cui la materia – per lo più materiali vili, sacchi grezzi, plastica ed altro – da immagine di se stessa. “Il quadro – scrive uno storico - consiste proprio nella materia in cui è costruito, in quanto dotata di una sua intrinseca espressività visiva e cromatica”. Lo stesso Lucio Fontana, che per altro verso anticipa il Concettuale, pur abbandonando la componente materica del colore, con il suoi tagli opera un gesto finalizzato a creare sulla tela o della stessa tela una nuova immagine-realtà. Ma, di questo passo, i sopravvenuti concettuali degli anni settanta ( i fautori dell’Action Painting), sono andati aldilà dello stesso gesto intenzionale e creativo, volto ad una modulazione spaziale della superficie (si pensi al modulare segno di Capogrossi) per approdare negli anni successivi ad una operazione dagli esiti discutibilmente estetici e certamente di poca o scarsa valenza artistica. Sino ad incorniciare ed esporre come “opera d’arte” qualsiasi manufatto preesistente al gesto, qualsiasi scoria del tempo vissuto, qualsiasi muro sbrecciato, macchiato, corroso, dal tempo o ...dal piscio di un cane. Dopo molti decenni si tornava al grado zero, aniconico del Dada inizio secolo, all’abbandono del quadro come opera e, tutto sommato si condannava l’artista all’afasia o, come ancora talora avviene, ad operazioni di ormai banali quanto pretenziose reificazioni di manufatti ripescati dal robivecchi o dalla discarica. Tanto vale cambiare mestiere, come onestamente ammettevano alla fine del loro percorso gli stessi dadaisti. Parallelamente è sopravvissuta una tradizione figurativa che, pur modificando e rinnovando i suoi mezzi espressivi, pur talora operando una semplificazione pop-iconica del manufatto d’arte, ha comunque operato un recupero dell’immagine oggettuale. L’opera d’arte come immagine costruita o reiventata, segno intenzionale e significante.
E’ certamente il caso di Gianfranco Bevilacqua, artista che negli studi e nel vissuto di più decenni di ricerca e di attività ha rimodulato in proprio le molteplici esperienze dell’arte moderna e contemporanea, per esprimersi – con indubbia originalità ed efficacia – in poetiche cromie visivo-materiche. Stupendo esempio di come un’artista definibile postmoderno utilizzi creativamente il medium cromatico, acrilico, olio, vernice che sia. Addensato, corroso, raggrumato quanto basta perché venga percepito, se si vuole, con gusto materico, ma in realtà ‘consumato’ ad opera di una intenzionalità poetica ed estetica. Per significare, per dare immagine sensoriale ad un approdo visivo-emozionale. In una efficace operazione di astrazione lirica, supportata da una sicura e produttiva maestria tecnico-costruttiva, Bevilacqua sovrappone a cromie paesagistiche di prima stesura sensazioni, impressioni visivo-eidetiche, interiorizzazioni del vissuto autobiografico, espansioni della memoria, il desiderio di autoproiettarsi nell’immagine, oltre l’immagine. Un’immagine frantumata per così dire a livello molecolare, frazionata e scomposta su piani di lettura e di vissuto in una interazione pendula, simbolica del dentro e del fuori, dell’al di qua e dell’al di là. Una visione cosmogonica, addensata sui permeanti neri, con improvvisi squarci di vivida luce, raggrumata da brucianti, lavici coaguli d’angoscioso spaesamento, infine protesa su fughe d’azzurro, verdi riposanti distese. Coniugando esemplarmente arte e vita, il reale e la sua immagine, Gianfranco Bevilacqua ci mostra il suo mondo immaginifico, la traccia formale di un uomo che attraversa, inquieto, ma sempre più fiducioso (Sereno verrà, è il titolo di una sua opera), il suo e il nostro tempo. Giuseppe F. Pollutri (agosto 2000) |
Mostre personali
1983 - Personale di pittura e scultura, Camera di Commercio, Siracusa. 1993 - Personaledi pittura e scultura, Ex Chiesa di Cavalieri di Malta, Siracusa - Personale di scultura,Galleria "Le Scaline , Grosseto - Personale di scultura, Galleria "Il Candelaio , Firenze. 1994 - Mostra personale, Galleria del Sempione, Arona. 1995 - Personale di scultura,Saletta d'arte "F. Palizzi , Vasto. 1997 - Singolare - Plurale, Galleria "Il Saggiatore Roma
Personale di scultura, Saletta d'arte "F. Palizzi , Vasto. 1998 - Personale di pittura e scultura, Palazzo Duchi di Santo Stefano, Taormina
Mostre, collettive
1992 - Premio Arte Mondadori, Milano - Esposizione Internazionale Artisti Contemporanei, Palazzo degli Affari, Firenze. 1993 - Primo Premio Europa Unita, Sassari Concorso Internazionale di Pittura e scultura. La Telaccia d'Oro, Torino. 1994 - Prima Biennale d'Arte Siciliana, Vittoria. 1995 Concorso Internazionale di Pittura e scultura Etruria Arte -6, Venturino, Livorno. 1996 - Concorso Internazionale di Pittura, Grafica, Scultura, Città di Corte Maggiore. 1997 - I luoghi del sentimento, Galleria Contemporanea, Siracusa - Autunno Arte 97,111 Edizione, Acireale. 1998 - I colori del Sacro, Galleria Roma, Siracusa 2000-Il dono della Luce-Galleria Civica -Siracusa Sue opere sono esposte in permanenza nelle gallerie: Art Gallery Aphrodite, Follonica; Galleria d'Arte Ramundo, Vasto; Galleria Roma, Siracusa; Galleria d'Arte Il Saggiatore, Roma; Galleria d'Arte "La Vite , Catania.

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L’altare della Natività, di G. Bevilacqua
Verona, dic. 2006 genn. 2007
La Natività 2006 di G. Bevilacqua ha quale testo ispiratore non
altro che la narrazione degli evangelisti Luca e Matteo.
Un’essenzialità evangelica, dal tratto svelto e capace, che
molto deve alla prima rappresentazione tridimensionale del
presepe che Arnolfo di Cambio fece, nel 1289, per S. Maria
Maggiore a Roma. Un’impostazione diversa dal genere
domestico-popolare, ricca di figurine e di caratterizzazioni
ambientali legate alle varie tradizioni locali. Diversa, pure,
dal genere diorama, in cui giochi di prospettive, specchi e
luci, vengono utilizzati per realizzare una scena presepiale
visivamente affascinante ed evocativa.
Nell’opera in terracotta patinata di Bevilacqua si realizza un
“presepe” d’arte nella sua accezione più letterale e simbolica
di “recinto chiuso” o di rappresentazione essenzialmente
circoscritta ai protagonisti della narrazione degli evangelisti:
la Madonna col bambino Gesù, il paterno Giuseppe, i Magi, i
pastori, gli angeli del cielo.
La composizione allestita quest’anno costituisce visivamente una
sorta di altare mistico, con un posizionamento sintattico e
prospettico quasi liturgico. Personaggi e significati hanno una
collocazione visivamente equilibrata e rigorosamente simbolica.
Magi e pastori “dona ferentes” – quel popolo d’ispirati
testimoni del tempo e dell’evento, rappresentanti del potere
illuminato dalla scienza e dell’umile vivere quotidiano –
costituiscono nell’opera una sorta di basamento strutturale ed
iconico. Sull’articolata ara celebrativa (come non pensare
all’altare allestito da San Francesco in Greccio, per celebrare
nel 1223, tra rito e rappresentazione, la nascita di Gesù)
l’artista pone, in una sorta di culla-mangiatoia, in uno spazio
lasciato libero dagli astanti bue ed asinello, il Bambino Gesù
cui protende le braccia premurose Maria Vergine, sotto gli occhi
patriarcali di Giuseppe, santo del Nuovo e testimone ispirato
del Vecchio Testamento. Fanno da corona tre angeli discesi dal
cielo, voce dall’alto per proclamare al mondo "Gloria a Dio nel
più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama".
(Luca)
Stilisticamente la composizione (assemblata a blocchi per
esigenze tecniche) ha una sua funzionale quanto equilibrata
complessità, dall’altorilievo delle figure sul basamento, al
tutto tondo degli angeli che sovrastano la scena e si librano
nel cielo con un battito d’ali e svolazzanti cartigli. In basso,
sempre a tutto tondo, si accostano simmetricamente le figure di
un altro pastore e il suo gregge (secondo l’iconografia che
nella cristianità apparterrà a Cristo Buon Pastore, che reca
sulle spalle la pecorella smarrita) e un suonatore di zampogna,
per una soffiata melodia di canto-alleluia (Adeste fideles,
laeti triunphamtes…) ed una conciliante, sommessa ninna nanna.
L’opera è modellata in argilla, materiale prediletto
dall’artista, nella cifra stilistica solita in G. Bevilacqua,
capace di dare forma alle sue figure, reale ed evocativa al
tempo stesso, partendo da una corteccia materica duttile e
metamorfica, simbolo e segno della stessa creazione artistica:
dalla materia alla forma, dall’idea alla sua eidetica
raffigurazione.
(Giuseppe
F. Pollutri)
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http://www.operafictilia.com/intro/PagineOpera/Bevilacqua_autore.htm |
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