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Giovedì 17 aprile, alle ore 18,30,
Ferdinando Risi parlerà di " Cesare Alfieri": un grande siracusano
da non dimenticare
"Si è
grandi soltanto quando ci si fa piccoli"
Cesare Afieri, raffinato uomo di cultura nel ricordo di Nando Risi
Oggi s'aduna l'enigma del mondo
nel chiuso martellare
delle mie tempie d'uomo.
Io rido e sono solo, nel vento sbiadito
coi miei ventinove forzieri...
(da "La civetta di bronzo" di Cesare Alfieri)
Lo conobbi negli anni dei miei studi alla facoltà di Scienze sociali
dell'Università di Firenze, il Cesare Alfieri.
Conosceva quasti tutti i miei professori di quella Università: Morandi,
Carbonaro, Spadolini.
Mi incuriosì il fatto che egli avesse lo stesso nome e cognome del
fondatore della nostra facoltà, ma chiarì subito che non esisteva alcuna
parentela con il nostro grande cultore del liberalismo cavouriano e se
ne disse spiacente poiché ne ammirava personalità e cultura.
Quasi sempre ci incontravamo di sera nei pressi di casa sua, a Siracusa
in via Scinà, e l'uno confessava all'altro ambizioni ed esperienze.
Passeggiate che duravano ore ed ore: uno accompagnava l'altro a casa,
poi si decideva di tornare ancora indietro, perché io lo accompagnassi a
mia volta a casa sua. Un modo come un altro per stare insieme, che
serviva a lui, sempre insonne, a chiarire nel dialogo i suoi dubbi che
mi rivelavano le sue esperienze di una fede antica, o le speranze per
una fede ancora più grande a cui tentava di aggrapparsi.
Mi rivelava progetti fantasiosi, imprese difficili alla cui prova voleva
sottoporre la sua forza di volontà ed il suo fisico, l'unico che non
risparmiava e del quale, però, temeva sempre l'insidia. Ma pur
conoscendone i limiti, non esitò di sottoporsi e di sottoporre altri
amici reclutati per l'occasione, ad organizzare una traversata di nuoto
pinnato dagli scogli dei "due frati" fino al centro del porto grande.
Un'impresa titanica per il tratto di mare sempre agitato e percorso da
correnti sottomarine, e per il fisico dei giovani di allora non ancora
cresciuto e curato con i sistemi alimentari e medico scientifici di
tempi più recenti, per non parlare di sistemi di allenamento...
Di lui ricordo il fertilissimo ingegno che spesso mi costringeva, con
fatica, a seguire i suoi discorsi luicidi, reazionali, ma pieni di
citazioni e densi di argomenti.
Con Cesare potei misurare i limiti della mia cultura e, suo tramite,
conobbi splendidi autori che egli amava: Gide, Holderin, Tagore, Prévert,
Knut Hamsun.
Fu durante una delle nostre lunghe passeggiate che gli rivelai il
segreto di un mio amico, ammalato e senza un barlume di speranza per il
futuro, colpito da una grave condanna per reati politici e che io avevo
nascosto, rischiando un'accusa di complicità, a casa mia.
Pur essendo certissimo della sua grande disponibilità a darmi un
consiglio ed un aiuto, mi stupì grandemente quando egli spontaneamente,
con tanta semplicità, la semplicità dei cuori nobili, si offrì di dare a
quel povero amico il suo nome, il suo lavoro, il
suo pane, affinchè quello sventurato potesse ancora credere significato
dell'amicizia fraterna degli uomini e sperare in una vita libera da
oppressioni e condizionamenti di qualsiasi genere. Quella vita libera
che una sentenza quanto meno discutibile per i bui giorni che vivevamo
in quegli anni, offuscati dalle passioni di parte, gli aveva negato.
Preparammo documenti falsi con una nuova identità, per lui e per la
moglie, (quanti reati commettemmo...).
I due coniugi partirono dopo per la Sardegna dove Cesare aveva vinto un
concorso in una azienda per l'estrazione del carbone.
II ricordo e le preghiere di quell'uomo da lui salvato, senza neppure
averne mai conosciuto nemmeno il volto
ed il nome, saranno l'epitaffio più bello per la sua scomparsa.
Con l'amico Corrado Piccione concordo nel dire che il suo "senso di
libertà fu come impegno di ciascun individuo di fronte al suo destino
eterno, libertà come difesa di se stesso...".
Ciò che, però, voglio assolutamente escludere è che il suo nome possa
essere avvolto nel silenzio: fino a quando esisterà in un angolo remoto
del mondo l'uomo che egli salvò, la sua immagine, il suo nome non
potranno essere dimenticati.
Ma Cesare Alfieri non fu soltanto un uomo colto e raffinato. Fu anche un
giovane al quale piaceva il rapporto umano, il raffronto con i suoi
coetanei sui più svariati temi della società di allora. Di quella
società che politicamente, innanzitutto, non consentiva grandi
potenzialità espressive, se non inquadrate nella cultura del regime e
nella osservanza delle molto spesso rigide norme comportamentali. Ciò
che non gli impedì, però, di coagulare attorno a sé un consistente
numero di giovani con i quali fondò, nella nostra città, una sezione
teatrale della Gioventù Universitaria Fascista (G.U.F.) con sede in
piazza Duomo. D'altro canto poteva esibire con orgoglio il terzo posto,
conquistato nell'anno scolastico 1939/40, ai Littoriali per il teatro
svoltisi a livello nazionale a Roma.
Insieme al folto gruppo che si vede nella foto mise in scena "La casa"
di Siro Angeli che riscosse un entusiastico successo in città e che lo
vide nella doppia veste di attore e regista.
Forse troppo tardivamente, il 3 ottobre del 1960, venne insignito della
"croce al merito di guerra", fatto questo che, come era suo stile, non
trapelò oltre la ristretta cerchia dei suoi amici, mentre avrebbe potuto
menarne vanto e trame qualche vantaggio.
Dalla sede in cui svolgeva le sue funzioni, il Parlamento Europeo in
Lussemburgo, continuammo a scriverci, rafforzando la nostra amicizia.
La sua bellissima ultima lettera, datata 6 settembre 1963, confermò, ove
ce ne fosse stato bisogno, questo nostro sentimento di amicizia
fraterna, in un ricordo che è inestinguibile per me, confortato dalle
ultime righe della sua lettera: "... l'immutato mio affetto, il ricordo
delle tue nobili qualità di cuore, d'intelletto e di animo...". Io credo
che queste ultime espressioni si confacessero innanzitutto alle qualità
morali e culturali di Cesare Alfieri, dal quale ebbi la fortuna di
apprendere che si è grandi soltanto quando ci si fa piccoli.
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