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All’Iride Coraggiosa

Tu ed io sappiamo, con altri inganni certo –
e quanto sapemmo addentro le cose che muovono
il riso il desío il progredire languidamente ineludibile
delle passioni sulle membra – pure con lucidità copiosa
sappiamo la modulazione che scandisce i gradi
alla lontananza che declina e ne determina
la magnitudine, come una stella della redenzione
scoccata da un vecchio cupído troppo avvezzo all’eco
e resa acerba da uno specchio poroso,
un testimone malfido di narciso, della ripetizione.
Piú che un’aurora luce nella notte
la geografia del tuo corpo
diferencias sobre il tuo volto adusto
nei pomeriggi senz’ombra, sobre i lievi capelli –
sul ricordo non già della lentezza d’un’infuocata giovinezza
spesa ad accettare la caccia nel rinnovare le prede
col suo tema segnato adesso per entro la notte e il silenzio da un sorriso –
come corolla a luglio cade una tua lacrima spinta dalla passacaglia
la breccia lieve delle labbra gioca
teneramente con la mia giga s’alza l’ombra sulle tue guance
e rinverdisce lo stecco smosso da un arbusto
nel carezzare la fronte ed i lobi
il mento e il timore del collo; ed il cielo che asconde la luna
disfrena fra mille qualche inconosciuta costellazione
dentro le tue parole – ed è tutto silenzio,
ma né a me tace la consonanza, la nudità dell’anima né a te
l’antica tersa gelosia di guardarti, d’amarti
piú che ogni altro, piú sinceramente.
Quanto sappiamo adesso di non poter dire
per ascoltare poi giù dolcemente nel cavo delle ossa
un fremito che combacia, il suo fluire.
Vagli a spiegare che è primavera
quaggiù dove si discende
solo a volte, quando il cuore si distende al riposo
o quando scatta incontrollata una felicità intravista
fra le pieghe di quel che conoscemmo già
e dimenticammo. Eppure forse quel tuo sospiro
l’intende (difficile nel meriggio, fortunoso) e ne svela
una parte, che non si scialacqui:
ne è il punto mediano, come il cuore,
la stagione della speranza che purifica
passando di nube in nube, accortamente –
lieta vaghezza, troppo sbiadito amaro.

Ma quando l’accortezza mai fu insieme vaga e pregna
a lei non dirlo, ché non servirebbe:
si plana sull’aria ferma stanotte, lasciati in posa
precipitevolmente per un ritratto,
e il mutar delle forme non si sente.
La pelle si desquama e ne esce la livrea della crisalide –
la farfalla dello spirito è preziosa, non ci s’addice –
ma l’amore, ch’è parola forte, vi rimane
e flosciamente chi l’insuffla vi mette fiato sporco,
senza cautela un profumo che svanirà piú tardi.
Quella scorza s’adagia si rialza s’alluma si crema
ben piú in là (sotto, in realtà) d’un bacio o d’una mela
ben piú giù di una notte che consumeremo separatamente.



 

 

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