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DAL CERCHIO AL CENTRO: «MATERNA LOCUTIO» E POESIA
Ester Monachino

 

Androginia dell'auctor:
riflessioni su un sonetto di Turi Rovella

 

 

 

 



1. La poesia di Turi Rovella

Nei «Testi delle Piramidi» si legge che Atum, nominando le cose, dava ad esse la vita, la nascita, il loro sorgere - o passare - dalla reale dimensione della pura impronta, del puro immaginifico alla realtà della concretezza, del materico.
Così è per tutte le mitologie, per ogni religiosità: la parola trae dal nulla le cose e le illumina dell'essere. Poesia, dunque, quale «poiesis» (produzione, preparazione), quale nome d'azione di «poièo» (faccio), quale creazione per mezzo di parole, è la forma più nobile e sacra del fare, è atto di genesi.
Stupisce e incanta il processo creativo nella poesia di Turi Rovella: rivela rutta la religiosa sacralizzazione del nome, la luminosa suggestione del «generare»
organismi di parole dalla possente vitalità sia nell'intrinseca sostanza sia nella esteriore messa in forma della creatura poetica. Attorno ad ogni nome si posa il suo istante meditativo, la sua passionale lucidità, traendo la parola dalla confusione dei linguaggi quotidiani per ricondurla alla sua aurorale significazione, a quella radice prenominale, puramente sonora, da cui viene tratta all'esistere. In questa meditazione (che è processo, volontà assoluta del riconoscersi - nel tempo congiunto del riconoscere), fondanti risultano le profonde conoscenze delle matrici
linguistiche greca e latina che rendono possibile il loro rinnovamento «archeologico» nel vivente tessuto della dialettalità siracusana. Da e in questo contesto nasce il verso rovelliano in dialetto.
Lontano dai consueti canoni del cantare popolaresco proprio del vernacolo.
Rovella si fa cantore «aristocratico» del mito divenuto concreta realtà del vissuto,lui che è studioso della omerica Siracusa, lui che inossa su un ordito di classica grecità la trama travagliata, le arroventate consapevolezze. le dolenti solitudini dell'esistenzialità odierna.
Una poesia viva, «esistente», una poesia che respira sia nel versante dello stile, che viene suscitato dall'intimo della cosa detta con immagini e metafore di forte pregnanza, sia per quei «permanere» nell'intimo del lettore a rinsanguare la sua anima di bellezza e di conoscenza.
Per la compattezza del tessuto poetico non si potrebbero o dovrebbero stralciare versi: pure, ecco soltanto una piccola gemma: «Unu sulamenti è lu ciumi ca / ti
lassa bburdiggiari / infinu a iu lavinaru ca forma lu to cori / ppir iddu pigghia ca ti cunnuci rittu a lu significatu. / Nenti à-ccangiatu pirchì lu tempu / nun cangia mai / cangia iu cori ppi-ggh-iocu gn-iocu / ri
vita gn-iocu ri morti». (Uno soltanto è il fiume che ti lascia navigare fino alla cascata che forma il tuo cuore e per esso vai che ti conduce diritto al significato. Niente è  cambiato perché il tempo non cambia mai. Cambia il cuore per giuoco un giuoco di vita un giuoco di morte») (da
Xiumara)

   L'orientamento dell'esperienza esistenziale non ha tentennamenti e non è frutto del caso:  è indicativo, invero, d'una lunga e maturata analisi introspettiva, d'un ricco humus in cui la vegetazione vitale e immaginifica trova possibilità di radicare e al contempo sicurezza di nutrimento e di crescenza.

   Il tragitto poetico di Turi Rovella si fa, così, segnalatore d'una sacralità umana che combacia intimamente col divino, si fa legamento dell'individuo col Tutto ri-portando il tempio del mistero nel cuore umano e svelandolo.

   E soprattutto nell' universo-forma del sonetto che la versificazione rovelliana trova compiuta sistemazione.  In questa struttura spaziale, il fuoco del discorso poetico si compenetra con il segno stesso, con l'espressione della parola: questo fuoco verbale, cioè, questa focalità come interezza interiore del poeta, quarta di- mensione, temporalità, più che a combaciare con la forma o ad innestarsi su essa, va ad integrarsi in essa divenendo un tutt'uno inscindibile. Per questo si può con sicurezza affermare che il sonetto è connaturato a Rovella poeta.

   I versi si fanno estremamente  leggibili nel manifestarsi di ogni dicotomia: a volte si  distendono nella quietezza d'una profondità fluviale nei pressi della foce; a volte incalzano turbolenti, fortemente ritmati e scanditi dalla punteggiatura, acque guerriere nel frastuono sorgivo.

   Sappiamo bene che questa dicotomia espressiva può  essere essenziale per l'interezza del corpus del  sonetto ed è. altresì, percezione dell'energia vivente propria  dell'individuo-creatura poetica.

   Eccezionalmente prolifica,  la produzione dei sonetti ha ultimamente superato le duemila unità:  per tutti si può evidenziare l'unico iter vitale, poetico-vissuto, verso il  Vero, verso il Consapevole.

2. Proposta di lettura

 

 Duemillesimu Sunettu

  

 Cché paroli! Ma quantu pozzu fari!

 Tuttu! E-qquanti paroli scritti, litti.

 suspirati ró cori a vucca ritti!

 Quanti paroli ca mi fanu abbulari!

 

Verbi r'amuri. ciati bbiniritti:

- Fati luci! - Er idda ccà alluciari.

- Fati lu cielu! - E iddu tuttu a stiddiari

- Parrati àmuri!  - Ali 'i farfalli nfitti.

 

Li parali! Ppi-ssempri su-pprisenza.

unni ca sempri cùrrunu ppi l'aria.

e-ffanu circuii, e-mmai ca vària

 

Ppi l'infinitu rir'tddi l'essenza.

- Ti amu -: ppi-ssempri è-ssonu ri eternu,

è-llugi. vita, sonnu, spirdu rò ventu!

 

Duemillesimo sonetto

 

Con le parole! Ma quanto posso fare!

Tutto! E quante parole scritte, lette,

sospirate dal cuore alla bocca dette!

Quante  parole che mi fanno volare!

 

 Verbi d'amore, fiati benedetti:

- Fate la luce! - Ed essa qui a illuminare.

- Fate il cielo! - Ed esso tutto stellato.

- Parlate l'amore! - Ali fitte di farfalle.

 

Le parole! Per sempre saranno presenza,

onde che corrono per l'aria,

e formano cerchi, e mai che vari

 

per l'infinito la loro essenza.

- Ti amo -:  per sempre è suono d'eterno,

è luce, vita,  sogno, spirito del vento !

 

 

 3. Analisi del testo

Nel saggio di Benjamin Sulla lingua in generale e sulla lingua degli uomini leggiamo: «La lingua non è mai soltanto comunicazione del comunicabile, ma èanche simbolo del non comunicabile».
Proprio questa affermazione benjaminiana può essere considerata estrema-mente valida e portante nella fitta rete di richiami connotativi cui rimandano i versi del sonetto di Turi Rovella dal titolo Duemillesimu sunettu. composto nel 1995.
Un titolo, invero, non qualitativo o nominativo, ma quantitativo: vedremo, in ultimo, anche la significazione specifica e pregnante del titolo stesso.
Il sonetto, come è consueto nella produzione poetica di Rovella, è scritto in vernacolo siracusano che abbiamo qualificato come «aristocratico». Via via vedremo, inoltre, che il vernacolo si fa accrescitivo, sia nel versante sonoro che in
quello del senso, della potenzialità comunicativa del verso.
Ma ritorniamo alla lingua, qui nel suo aspetto archetipico, altamente simbolico, mitico: potremmo definirla un iter che dal caos conduce al cosmos. dall'indistinto all'individuato, dal senza tempo al tempo; origine, dunque, e al contempo fine ultimo che eternamente e circolarmente ripropone l'avvio.
La narrazione biblica dell'atto della creazione è trasparente mentre rivela nei singoli momenti (che vanno dal volere al fare al nominare) la relazione tra atto creativo e lingua.
L'atto creativo, così, può essere compreso come un'attività strutturante la materia mediante la produzione di un suono. Questo stesso suono è rappresentazione dell'organizzazione stessa della lingua. La struttura interna delle cose viene ad essere così proiettata nel nome cui si pone o impone.
L'indicibile, il divino, pertanto, è nel nome, è il nome, struttura stessa dell'u- niverso ed essenza spirituale dell'uomo certamente - ed interamente - comunicar
bile, dicibile nello spazio espressivo e completo del reale.
Nel nome è la totalità immediata: il limite del linguaggio è il limite dell'esistere. All'origine dunque la conoscenza delle cose per l'uomo avviene nel nome.
Quest'impronta linguistica del verbo creatore, della parola, è presente sia nella denominazione umana sia in quella che riguarda il mondo esteriore, naturale. E il
verbo divino che ha reso possibile, attraverso il nome, la conoscenza: attraverso
l'essenza sonora, linguistica delle cose l'uomo perviene alla conoscenza delle cose stesse. E come voler dire che la creazione divina può considerarsi completa solo quando le cose ricevono dall'uomo il loro nome.
Dopo queste brevi considerazioni iniziali sul movente «parola» o «nome» ci si può addentrare nella lettura del sonetto rovelliano che sulla «parola» innesta il proprio dettato interiore, come si evince a partire dall' incipit («Cché paroli!»). Tutto il sonetto, a nostra avviso, riceve l'impronta del dinamismo di cui il sintagma iniziale è portatore.
L'esclamativo dell'avvio può essere considerato l'innesto primario nella dimensione dell'immediato sentire. L'impatto, dunque, è con un sentimento, conl'interiorità.
Lo stupore dell'esclamativo presuppone uno stato di innocenza nel senso di fase iniziale non condizionata da alcunché e,cronologicamente, da nessun tempo passato.
Osservando la veste fonica, il rafforzativo della «c» iniziale immette - con relazione certamente sottile - in un mondo ctonio, nascosto, di sensazioni intime.
Materno, si potrebbe dire. Anche visivamente questo sintagma può essere rappresentativo del luogo materno, Grande Madre interiore, aspetto gestante, spazialità in cui la parola può trovare e trova fertilità di terreno. «Con le parole»: come il «demiurgos»greco o il «karaka» dell'India sanscrita, il poeta è «auctor», creatore, qui proprio nella particolare derivazione del latino «augeo» e propriamente: che fa crescere. Ancora terreno fertile, dunque, ancora Grande Madre. Dall'alveo materno all'esclamativo: è facile connotare un movimento di apertura, l'evocazione del risveglio, della nascita, della rinascita con e nella parola. Nell'apertura il poeta si evidenzia come essenza di parola che attende ad una relazione, alla completezza della relazione. Addentrandoci ancora. apertura come desiderio.
«Con le parole»: più che mezzo, o strumento, le parole sono figliolanza, il poeta stesso in esse, intrinseco movimento di auto-valorizzazione. Nell'apertura è il volere iniziale, puro volere in movimento: siamo qui nella prima fase della genesi: a dare l'inizio è il dinamismo del volere che avvia all'apertura verso l'alterità.
Rafforzativa della prima è la seconda esclamazione («Ma quantu pozzu fari!»), ancora nel primo verso, che mette in evidenza la possibilità del fare, dell'azione. Purissima potenza ancora mantenuta nell'alveo ma pronta al movimento scattante: «pozzu»: la doppia «z». inserita tra le vocali «o» ed «u» contribuisce a mantenere una dimensione ctonia, quale oscurità primordiale da cui si avvierà la luminosità diurna.
Si ha il sentore della sonorità intima ancora inesplosa ma giunta ormai al massimo della tensione. Ed ecco la parola liberatoria, la parola nella quale la possibilità si fa atto, azione, realizzazione. Siamo nel secondo verso che inizia con «Tuttu!».
Tutto: la possibilità è nucleo non unidirezionale ma apertura totale da cui l'avviarsi verso ogni luogo, ogni dimensione, ogni senso. Solarità dell'immagine in questo movimento esplosivo.
Da qui. tutta la strofa si carica di movimento, diviene fortemente dinamica con moto centrifugo.

 ... E quanti parali scritti, litri,
suspirati ró cori à vucca ritti!
Quanti parali ca mi fanti abbulari!


 (... E quante parole scritte, lette,
sospirate dal cuore alla bocca dette!
Quante parole che mi fanno volare!)


 Più che l'uso delle parole (scritte, lette, dette) va evidenziato il «sospirate» che, come flusso d'aria, fa da canale, da alveo per l'immagine vettoriale che conduce dal cuore alla bocca: ancora dall'interno all'esterno, in valenza positiva, maschile. E da soffermarsi sul «cuore», fulcro e centralità individuale.
Il potere lievitante, centrifugo delle parole è portato, a chiusura della strofa.alle sue estreme scansioni: «volare», dal cuore alla bocca a «oltre».
L'auctor è dove si trova la propria creatura di parola: è via via nel cuore, nella bocca, nell'aria (quale mezzo e sostegno del volare). L'aria che connota il volare si ricollega al «sospirate»: in effetti è il sospiro il conducente all'esterno dal sé.
Ancora aria. Richiamandoci alla saggezza delle religioni orientali ecco l'atman, il soffio-essere primordiale al principio di ogni generazione, di cui si narra nelle Upanishad.


Verbi r'amuri, ciati bbiniritti:
- Fati luci! - Er idda ccà alluciari.
- Fati lu cielu! - E iddu tutto a stiddiari
- Parrati àmuri! - Ali 'i farfalli nfitti.

(Verbi d'amore, fiati benedetti:
- Fate la luce! - Ed essa qui a illuminare.
- Fate il cielo! - Ed esso tutto stellato.
- Parlate l'amore! - Ali fitte di farfalle).


 Il movimento, in questa strofa, non è lineare ma circolare. La strofa stessa si trova, è nella solarità, dimensione diurna. Dominante è la luce che pure è correlata alla femminilità come luce-conoscenza (questo mitologema che associa la luce al principio femminile e alla conoscenza è attestato universalmente e a tutti i livelli culturali).
Depositario della conoscenza, Yauctor può avviare il suo segno di comando intimando alla luce di esserci. Siamo qui. con estrema evidenza, nella dimensione del «fare».
In questo modo Yauctor non dà che l'avvio all'altro da sé che. essendo, lo fa esistere, lo pone nell'esistere. L'altro da sé è il femminile, la luce appunto. Poiché la correlazione auctor-luce ovvero maschile-femminile è completata dall'amore
(vedi «verbi d'amore» e «Parlate l'amore»), viene a svelarsi la totalità della forza creativa, cosmogonica.
Altamente positiva, divina: questa forza è avvalorata da «fiati benedetti»: il fiato che conduce alla vita, che fa ex-sistere. viene situato in condizione, in atmosfera di sacralità: benedetto è il dire «bene» nella sua massima espressione positiva.
 La luce sia diurna che notturna (il cielo stellato) evoca certamente la conoscenza sia nell'aspetto della realtà esteriore, palese, dizione chiara (il giorno) che della realtà interiore, nascosta, subconscia, sibillina che ora viene ad illuminarsi e  chiarificarsi.
Il sintagma finale di questa quartina («Ali 'i farfalli nfitti») rafforza e compendia il senso della strofa stessa: «aria» e «luce» connotate da «ali e farfalle». L'aggettivazione invece rende la densità, la fermezza del movimento circolare, la solidità conoscitiva - che via via si raggiunge - del sé e dell'altro da sé.
La prima terzina, per via di un fortissimo enjambement, non può essere staccata, isolata, ma assomma a sé il primo verso della seconda terzina, creando un'acuta tensione espressiva.


 Li paroli! Ppi-ssempri su-pprisenza.
unni ca sempri cùrrunu ppi l'aria.
e-ffanu circuii, e-mmai ca vària


Ppi l'infinitu rir-iddi l'essenza.
(Le parole! Per sempre saranno presenza,
onde che corrono per l'aria,
e formano cerchi, e mai che vari

per l'infinito la loro essenza).


Nell'avvio, l'isolamento statuario di «Li paroli!», che serve a richiamare e rafforzare nella coscienza del lettore la tematica spoglia da qualsivoglia sovrastruttura e ambiguità, carica pertanto dell'intrinseco contenuto concettuale, avverte della «presenza», espressamente detta nello stesso verso.
L'avverbio «ppi-ssempri», rafforzando nel continuum temporale la presenza stessa, si riconduce alla circolarità - rappresentativa dell'eterno - qui magnificamente espressa nell'immagine delle onde che corrono per l'aria formando cerchi.
Il luogo si slarga nell'infinito e qui si fa speculare della divinità. Le onde che corrono per l'aria (e sono purissime onde sonore) dunque in elemento più fluido, più rarefatto che l'acqua (loro luogo consustanziale, nella realtà) danno l'idea di una danza senza resistenza o attrito; la sonorità viene dalle onde stesse, dalla loro connaturata essenza.
«... e-mmai ca vària / ... rir'iddi l'essenza»; qui siamo in piena dimensione metafisica: si riconoscono la non variabilità, il non mutamento, il permanere e l'essenza della parola, della creazione tutta.
La crucialità è così ricomposta. All'esistere iniziale viene ad aggiungersi l'essenza (invero, già connaturata ma, ora, anche espressa).
La parola è così vivente: è in ogni polarità: ha un corpo verbale, sonoro, ha un'essenza significante, simbolica. Un'essenza che permane immutabile pur nel variare dell'esistere, nel variare del contesto in cui le parole stesse hanno motivo di vita.
Nel materico, nello spazio-tempo, la parola, il nome si fa segno: nudo-segno.
Ancora la crucialità. Essenziale ed esistenziale. Cosmica.


- Ti amu -: ppi-ssempri è-ssonu ri eternu.
è-lluci, vita, sonnu. spirdu rò ventu!

(Ti amo: Per sempre è suono d'eterno
è luce, vita, sogno, spirito del vento).


 Infine viene pronunciato: «Ti amo»: l'intero viene ricomposto, circolarità divina. Per la genesi: siamo al culmine del nominare.
La parola pronunciata è «ssonu». è nella propria natura archetipica, suono primordiale dettato dall'amore: per questo è luce, vita e sogno.
Come luce e vita, la parola è sorgiva di conoscenza del tutto, del vitale. Come sogno (qui non privativo della realtà, della coscienza) è parola che si innesta al volere profondo e nascosto, profondità del profondo interiore.
Come suono è anche «spirdu rò ventu». ossia essenza dell'aria quale luogo vitale in cui la circolarità ha possibilità di vita. Aria come elemento unificante del centro e delle circolarità, dell'interno e dell'esterno. Mezzo di sostentamento.
Fortemente connotativa «rò» che, formata dall'unione del fonema «r» ad alta energia sonora con la vocale «o», circolare, cordiale, rispecchia il cuore e il suo sentire. Vitale.
La possibilità dell'azione iniziale della parola trova dunque conclusione nel vento d'amore finale. Questo è misurabile con la divinità, perciò è incommensurabile.
Un cenno va fatto alle rime che richiamano alla riflessione in punti certamente densi di significato: (fari-abbulari-alluciari-stiddiari; litti-ritti-bbiniritti-nfitti; ppri-senza-essenza: ària-vària) e rimandano a sollecitazioni vitali, anche se scontate.
Le parole finali («eternu-ventu») degli ultimi due versi, essendo, invece, meno scontate, perché tra loro non rimanti, richiamano con forza l'attenzione e vibrano maggiormente di consonanze e risonanze.
I momenti biblici della genesi intramano, come analizzato, questo sonetto rovelliano: la creazione s'avvia con la parola e si conclude con l'incorporazione dell'altro nella parola.
E così che si ricompone, magicamente, l'androgino.
La figura dell'androgino (inteso sia come coppia simbolica Animus-Anima, sia come incarnazione creaturale concreta) può essere scritta, segnata con quella figura ideale della riconciliazione, della riunificazione degli opposti che è la circolarità.
Nel mito dell'androgino, riferito da Platone nel Simposio, si racconta appunto di un cerchio originario (formato di due metà) che spezzato da Giove, tagliato in due. dà origine ai due poli della sessualità.
Con questa teoria dell'amore, l'attenzione si sposta sulla mancanza, sul desiderio (de-sidere) che manca incessantemente il proprio oggetto e al contempo lo produce.
L'apertura iniziale del sonetto è pertanto anche «desiderio», come già accennato. Nell'altro da sé, Vauctor ritrova il completamento del sé. Riforma l'androgino, la circolarità, che rappresenta la divinità nel movimento eternamente alternantesi ed equilibrantesi di istantaneità centrifughe e centripete, cioè di polarità maschile e femminile in inscindibile unione.
Per concludere, tutto quanto l'uomo in principio potè vedere o udire o toccare, che gli fu di fronte a rispecchiarlo, non fu che parola vivente.
Il poeta, come auctor, con questa parola sulla bocca e nel cuore, partecipa e comunica il proprio sé segreto, indicibile, nella dicibilità del verso che si fa portatore. Grande Madre, della simbologia divina del nome, della parola.
È come dire che la creazione continua. Questa continuità, materica, visibile,udibile, leggibile è ancora connotata nella titolazione del sonetto stesso Duemillesimu sunettu: un numero, un punto quantificabile - e sottilmente qualificabile -nella magica retta infinita.

 

 

                                                                                 

 

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