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La Sicilia, 11 novembre 1977.

Ricordo di Carmelo Florio

SCULTURA E MAGIA

Non si può parlare dello Scultore Carmelo Florio senza rilevare anzitutto che il suo carattere, la sua onestà , la sua modestia ed umiltà, sia come uomo sia come artista ,erano singolari ed esemplari. Incapace di fingere e di far cosa che potesse dispiacere o causare danno ad alcuno, egli, insomma, non poteva parlare ed agire  diversamente di come gli dettavano l'anima e la coscienza. Ecco un episodio che più delle nostre parole illumina la figura morale di Carmelo Florio


Pietro Pappalardo, avendo esordito come scultore in legno, era poi passato alla composizione in marmo alla scuola di Salvatore Juvara, l'autore di quel mirabile pezzo di scultura che è la madre di Mario Rapisardi. Uno dei suoi primi lavori in marmo è il ritratto di una graziosissima giovinetta scomparsa improvvisamente .Lo
scultore Pappalardo, che l'aveva conosciuta, nel modellarlo ci mette non solo tutto il suo impegno, ma anche l'animo suo. Giunto, però agli occhi, la sua mano non è più sicura, è incerta, dubbiosa. Rivede sì , nel ricordo, gli occhi di lei in tutto lo splendore della loro dolcezza, ma, chissà perché non riesce a rifinirli come gli detta il suo estro. Ad un certo punto gli balena un'idea. Aveva sentito parlare di Carmelo Florio. Aveva anche visto suoi lavori . Ma non lo conosceva. Sapeva, però, che aveva uno studio in un pianterreno della via Santa Filomena. E allora decide di andarlo a trovare. Detto fatto, avvolge il suo medaglione e via. Giunto e presentatosi, lo mostra al Florio pregandolo senz'altro di voler rifinire lui gli occhi. Carmelo Florio che non s'aspettava certo quella domanda, prima guarda attentamente quella scultura, poi " Ma scusi - gli dice- questo ritratto chi lo ha fatto ?" "io" , risponde Pappalardo . " e allora" - ribatte Florio - perché gli occhi dovrei rifinirli io? Ma no continui, continui lei. Come ha fatto bene fin qui farà bene anche il resto. Ne sono sicuro".
Pietro Pappalardo, commosso ed ammirato, riavvolge il suo medaglione ringrazia lo scultore Florio e ritorna nel suo studio. Qualche giorno dopo il ritratto è finito e già collocato sulla stele fatta innalzare al cimitero.
Nato decoratore, come si nasce poeta, e dotato di talento , Carmelo Florio incominciò a lavorare frequentando le botteghe dei più noti decoratori catanesi, principalmente quella di Giuseppe D'Angelo , considerato un vero maestro di scultura e decorazione tanto che nel 1907 fu preferito per decorare la facciata dell' Esposizione. Poi, senza abbandonare la decorazione che gli era congeniale, passò alla scultura alla quale darà sempre una personalissima e geniale impronta decorativa.
Lavoratore assiduo, metodico, instancabile, era di una genialità pari alla sua modestia grande l'una, infinita l'altra e viceversa.  In continua assillante ricerca della verità, quando la trovava, e la trovava quasi sempre, non era pago fin quando non riusciva a trasfigurarla plasmandola di poesia. E così il suo linguaggio plastico conferiva alle sue figure un effetto incantevole ed un'espressione affascinante.
Padrone com' era delle sue possibilità plastiche, dissolveva le sue figure, specie quelle femminili, come, per esempio, il delizioso nudo di danzatrice, il cui prezioso bozzetto si conserva in casa Florio, nel piacere della forma in un'armonia dalle fugaci evanescenze vibranti di palpiti umani, quasi che le sue mani fossero quelle di un mago.
Lavorò sempre, anche in età avanzata e pur sofferente. Non sapeva, non poteva stare inoperoso...disegnava, dipingeva, faceva persino lavori in ceramica ed in ferro battuto.
Quante le sue opere? E chi le ha mai contate. Forse neppure lui che, infatti, non ha lasciato, al contrario, ad esempio, di Mario Moschetti, un quaderno in cui siano elencate le sue opere. Centinaia le opere da lui eseguite. Ma in arte, d'altro canto non è il numero che conta. Conta la bellezza.
Dove sono? Sparse, oltre che nei fregi e nei bassorilievi che, per limitarci alla nostra Catania, arricchiscono il Palazzo di giustizia, l'Istituto tecnico commerciale, i palazzi della posta e della borsa, il teatro Odeon, il cinema Trinacria, nonché la chiesa di San Pio X e numerosi bar, magazzini ed abitazioni civili. Qualche nome? Ecco. Il bar Brasile, ormai scomparso da anni, era un luogo di convegno di letterati, poeti, artisti e giornalisti. Il magazzino di moda Pandolfini, anch'esso già scomparso, in cui, fra altri attori e gente di teatro si poteva incontrare, quando era a Catania, Angelo Musco. La discoteca Riva, dove dovrebbero esistere ancora due splendide figure di danzatrici, modellate appunto dallo scultore Florio. In abitazioni civili come la casa dell'architetto Crisafulli e la villa Musco di Barriera del Bosco dove le due monumentali allegorie teatrali, la tragedia e la commedia, ornano non solo l'attico in cui sono collocate, bensì l'intero edifìcio, opera tra le più belle dell'architettoFrancesco Fichera.
Ma l'arte di Carmelo Florio ci mostra, nel nostro cimitero, tante altre opere mirabili.
Parlare di tutte? Ci piacerebbe. Ma è impossibile. Non basterebbe un volume.
Accenniamo quindi soltanto alle due che ci vengono alla mente tra le molte che o per il soggetto o per l'originalità dell'invenzione e della modellazione, o per altri pregi e caratteristiche (si pensi che anche la parte architettonica è invenzione del Florio), si distinguono e si distaccano dalle opere di altri scultori, pure apprezzabili, invitando alla sosta e all'ammirazione.
Uno è dunque, anzi era, giacché fa quasi interamente distrutto dai bombardamenti dell'ultima, grande guerra, la tomba che il caro indimenticabile poeta Giovanni Formisano aveva eretto alla memoria del padre. Quel Davide Formisano che da semplice appaltatore, nel 1905, mentre era sindaco Giuseppe de Felice, " ccu 'na biffa e lu so' sensu finu . senza 'ngignri livillau lu chianu "
Il monumento consisteva nella figura di un operaio che, deposta a terra "u cufinu", con tutti i ferri del mestiere, ed accesa una lampada, rimaneva inginocchiato in preghiera sulla tomba del suo maestro. Che cos'era la "biffa" ? "Un bastone o pertica
con in cima un pezzetto di carta o simile per traguardare", come si legge nel dizionario siciliano-italiano del Nicotra.
Un'altra tomba tra le più suggestive del nostro cimitero è quella della famiglia Di Stefano, notissima a Catania con il soprannome " 'intollu". Vi domina un possente vegliardo che rappresenta il tempo. Ed è, iconograficamente, una figura di vecchio così realistica e fantasiosa insieme, da bastare da sola a far la fama di uno scultore.
Dire ora che la bellezza e la suggestività, se non di tutti, della maggior parte dei monumenti sepolcrali dello scultore Carmelo Florio scaturisca anche dalla sua bravura di ritrattista ci sembra logico e vero. Chi ha visto o vedrà alcuni suoi busti, per esempio quelli di Pietro de Logu, di Giuseppe Simili, di Antonio Musumeci, di Francesco Fichera e, vorremmo aggiungere, la targa di Mineo in ricordo di Luigi Capuana, ci darà ragione.
Con Carmelo Florio ci vedevamo raramente, anche perché abitavamo lontani uno dall'altro; lui nei paraggi di Piazza Verga, io nei pressi del castello Ursino. Ma quando ci incontravamo era una festa per me e per lui.
La penultima volta che ci incontrammo fu ai funerali di M. Lazzaro, il 17 marzo 1968, nella chiesa del Crocifisso dei Miracoli ,in via Umberto. C'era anche Saverio Fiducia.
Terminata la cerimonia funebre, Florio, Fiducia ed io usciti dalla chiesa non ci separammo, ci avviammo, invece, verso la piazza Jolanda, dove giunti ci sedemmo in uno dei sedili attorno alla fontana. Tutti e due abitavano in quelle vicinanze. Fiducia in via Tagliamento. Florio in via Firenze. E li continuammo la nostra conversazione.
E conversare con quei due catanesi, entrambi artisti (uno scrittore e l'altro scultore), ed entrambi innamorati della loro città e dell'arte, e galantuomini al cento per cento, era una vera e grande gioia. E, forse per questo ricordo, il tempo volò e dovemmo separarci. Ma quell'incontro non l'ho dimenticato, non lo dimenticherò mai.
Addio Saverio Fiducia, addio Carmelo Florio. Anzi, arrivederci. Sì, arrivederci, come scrissi diversi anni fa chiudendo un articolo in ricordo di un altro artista ed amico: lo  scultore Mario Moschetti.


FRANCESCO GRANATA
 



 

LA SICILIA
Domenica 23 giugno 1985


CARMELO FLORIO A DIECI ANNI DALLA SCOMPARSA

IL POETA DELLO SCALPELLO

Eclettico nel migliore significato della parola , lo
scultore catanese seppe intendere la lezione dei classici
sposandola dignitosamente e sobriamente nel gusto
moderno


La parabola terrena dello scultore catanese Carmelo Florio, ebbe inizio e fine nella città etnea, perché vi nacque l'11 novembre del 1887 e vi morì dieci anni fa il 23 giugno del 1975. Nella città natale passò quasi tutta la sua vita e la arricchì di unnumero straordinario di opere , che è pari soltanto al suo ingegno ed alla sua
riservatezza.

I tedeschi hanno un proverbio bellissimo , " die Taten Sprechen", sono i fatti che parlano, ed un detto evangelico assai noto ammonisce gli uomini a far vedere le loro opere buone ( " evideant opera vostra bona") ed non soltanto ad andare avanti a
forza di parole che, per quanto gentili ed ornate possano essere, restano pur sempre ed unicamente parole.

Carmelo Florio fu per tutta la sua lunga ed operosa vita, spesa nell'arco di oltre ottantasette anni, un luminoso esempio di fattività creativa ed intelligente. Cominciò giovanissimo, da autentico autodidatta, a frequentare le botteghe di artisti catanesi, soprattutto di decoratori e subito imboccò la via della scultura alla quale si sentiva naturalmente portato, ed ancora giovane ebbe i primi riconoscimenti in campo nazionale ; a ventitré anni, nel 1910 entro nella rosa dei finalisti per il monumento ai mille di Quarto, a Genova, ed a ventisette anni nel 1914, vinse il concorso nazionale indetto dalla casa di pneumatici "Michelin" di Torino per una medaglia commemorativa.
Durante la prima guerra mondiale fu chiamato alle armi e fu inviato in Libia dal 1915 al 1918. Adibito ai servizi civili, insegno plastica nella scuola di arti e mestieri di Tripoli e lasciò in terra africana parecchi segni della sua operosità, quali il monumento alla Croce Rossa nell'ospedale militare di Tripoli, la stele per Cesare Battisti e numerosi monumenti funebri nel cimitero italiano di quella città.
Rientrato in Sicilia, è sua la targa commemorativa a Luigi Capuana, posta nel paese natale dello scrittore a Mineo nel 1920. Sono suoi i fregi e le sculture in calcare e pietra lavica del prospetto del palazzo delle Poste a Catania (1922 - 1926 ). I busti dell'aw. Pietro Simili e del giurista prof. Pietro De Lugu , nella sala del Consiglio degli avvocati nel Palazzo di Giustizia a Catania. La statua del Redentore sulla facciata della chiesa di S.Giuseppe nella piazza principale di Taormina (1929); i
Bassorilievi e le sculture del prospetto del palazzo delle Poste di Siracusa (1930); la statua di S. Giuseppe sulla facciata delle chiesa omonima di S. Giuseppe al Transito a Catania (1934); la bella serie delle medaglie commemorative per il centenario della
morte di Bellini (1935) ora esposte al Museo belliniano di Catania; le decorazioni del palazzo della borsa di Catania (1935); le statue ed i fregi della villa dell'attore Angelo Musco a Barriera del Bosco di Catania (1936) ; le decorazioni della facciatadell'Istituto tecnico- commerciale "De Felice" di Catania in piazza Roma (1938); le statue de i fregi del cine-teatro "Odeon" (1939);
Passata la dolorosa parentesi della guerra, partecipò alacremente all'opera di ricostruzione del patrimonio artistico della città, e dal 1944 restauro il salone del Palazzo Biscari alla Marina, il monumento Palazzo S. Demetrio ai Quattro Canti e le
settecentesche chiese di via Crociferi.
Ripresa la sua normale attività , è praticamente impossibile enumerare tutti i suoi apporti decorativi alla realizzazione di eleganti esercizi pubblici e di edifici privati.
Ricorderemo soltanto le decorazioni interne dei cinema Lo Po e Trinacria, del bar Scalia , dei negozi di abbigliamento Foti ed Olivieri,. Della clinica Musumeci al Corso Italia ed i numerosi monumenti funebri al cimitero urbano di Catania, di cui menzioniamo soltanto la tomba della famiglia Scuderi (1950). Nel 1950 risultò vincitore del concorso nazionale per la medaglia commemorativa del diciassettesimo centenario del martirio di S. Agata che coniò nel 1951. Nel recto è il volto della santa magistralmente espresso con la famosa iscrizione Agatina in onore di Catania "per me civitas cataniensium sublimatur a Cristo " . "Per mezzo mio la popolazione di Catania è innalzata al cielo da Cristo ", e nel verso l'immagine del Duomo di Catania, con l'elefante simbolo della città.
Nel 1953 realizzò dodici figure a bassorilievo di grandi dimensioni ed il busto dell'arch. Francesco Fichera nel palazzo di giustizia di Catania ; nel 1958 creò le formelle della Vis Crucis e sei figure in bronzo, nella chiesa di S.Pio X , nel quartiere del Nuovo S. Berillo, a Catania. Non sono da dimenticare talune sue suggestive terracotte come la ronda nel deserto del 1955, le sue tele ad olio, i suoi lavori di grafica ed in ferro battuto e le sue ceramiche, perché questo silenzioso ed instancabile artista fu un operatore polivalente.
E non fu avaro del suo magistero perché Carmelo Florio fu anche prestigioso docente per sei anni dal 1937 al 1943, di disegno ornato e di plastica nel Liceo artistico di Catania, ed ha saputo trasmettere il sacro fuoco dell'arte ai suoi allievi tra cui la figliola Rosa, valente pittrice.
Il catanese Carmelo Florio, per la sua silenziosa bravura e per la sua operosa efficienza, meritò la stima di qualificati architetti come Carmelo Aloisi e Francesco Fichiera ( e non furono i soli) come collaboratore per i loro lavori ; egli stesso fu apprezzato progettista di numerose opere d'arte da lui realizzate nonché valido e sagace arredatore di ambienti
Eclettico nel migliore significato della parola, Carmelo Florio seppe intendere la lezione dei classici, sposandola dignitosamente e sobriamente al gusto moderno .
Meritò pienamente di essere chiamato "il poeta della scultura ". Catania fa bene a ricordarlo tra i suoi figli migliori, per il nobile esempio di operosità e di cultura
artistica che egli ha saputo dare lungo l'arco di tutta una vita .


Santi Correnti


 


 

 


 

 


 


 


 

 


 

 


 

 


 

 

 
 
 

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